di Giampaolo Galli
Come noto, Trump vuol fare degli Stati Uniti, la capitale cripto del mondo. Questo auspicio ha qualche buona ragione, ma comporta grandi rischi, che dipendono dalla straordinaria volatilità degli assets cripto e dal fatto che non è ovvio che quelli che vengono definiti stablecoins siano davvero stabili.
Gli stablecoins sono quelle attivita cripto che promettono di mantenere stabile il loro valore rispetto ad una moneta pubblica, che nel 99% dei casi é il dollaro. Il mercato degli stablecoins ha ormai superato i 320 miliardi di dollari. I due grandi leader sono Tether (USDT) e Circle (USDC), con una capitalizzazione di mercato, rispettivamente, di 150 miliardi e 60 miliardi di dollari. Nel 2025 il volume scambiato di queste monete digitali ha raggiunto i 33 mila miliardi di dollari, con un incremento del 72% rispetto all’anno precedente. Gli analisti di mercato prevedono una crescita della dimensione del mercato fino a 2-4 mila miliardi di dollari di qui al 2030. Ricerche del Fondo Monetario e della Banca dei Regolamenti Internazionali indicano che gli stablecoins sono utilizzati per le transazioni di chi specula in cripto e, in misura crescente, per le rimesse degli emigrati, in quanto i costi delle transazioni in stablecoins sono inferiori a quelli dei canali tradizionali.
Come ovvio, i governi e le banche centrali non possono far fifinta che si tratti di un fenomeno marginale. Gli stablecoins sono dei sostituti della moneta, sia nella forma del contante, sia nella forma dei depositi bancari. E sono monete private che sfuggono quasi completamente al controllo delle autorità. Da qui vengono i rischi per gli Stati Uniti e dunque per il resto del mondo. Secondo Barry Eichengreen, dell’Università di Berkeley, queste monete private sono simili alle monete private che venivano emesse dalle banche commerciali prima della istituzione delle banche centrali e rischia di riprodurre i guasti gravissimi di quell’epoca.
Le banche centrali furono create proprio per mettere fifine ai disastri fifinanziari creati dalla coesistenza di molte monete private in concorrenza fra di loro. Nel 2023, con l’approvazione del regolamento MICAR (Markets in Crypto-Assets Regulation), il Parlamento europeo ha dimostrato di aver consapevolezza di questi rischi e ha messo vari paletti. Il principale riguarda le riserve a copertura dei passivi. Gli emittenti di stablecoins devono avere all’attivo deposti bancari e titoli di Stato a breve termine.
In secondo luogo, devono avere un proprio capitale minimo per assorbire eventuali perdite. In terzo luogo, prima dell’emissione, gli emittenti devono sottoporre alla banca centrale e all’autorità di mercato (in Italia la Consob) il cosiddetto White Paper che è simile a un prospetto. Infifine, il regolamento attribuisce alla Bce il potere di chiedere agli Stati di limitare la circolazione di certi stablecoins, se ci sono “rischi per la stabilità fifinanziaria, il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento, la trasmissione della politica monetaria o la sovranità monetaria”.
Un ulteriore strumento di protezione del risparmiatore è la netta distinzione fra quelli che vengono chiamati E-money token (che devono garantire che un euro valga un euro in qualunque momento, come per un normale deposito bancario a vista) e gli ART (Asset- Referenced Token) che sono più simili a un fondo di investimento monetario in cui il valore delle quote varia con gli andamenti dei mercati. Il rischio per gli Stati Uniti dipende dal fatto che la regolazione Usa (il Genius Act approvato nel luglio scorso) è molto meno stringente e prevede meno controlli di quella europea. Per converso, il vantaggio per gli Stati Uniti è che quasi tutto il mercato è denominato in dollari, il che signififica che da tutto il mondo stanno afflffluendo capitali che vengono investiti in Buoni del Tesoro americani.
Al momento, fonti di mercato indicano che gli emittenti degli stablecoins sono al settimo posto fra i detentori del debito pubblico Usa, più o meno allo stesso livello della Germania e dell’Arabia Saudita. Ciò è dovuto in parte al fatto che l’euro, una delle poche alternative possibili al dollaro, non è mai stata una valuta internazionale e in parte proprio dal fatto che la regolazione americana è meno stringente della MICAR europea. Accade così che si rafffforza quello che già negli anni Sessanta Valéry Giscard d’Estaing defifinì “il privilegio esorbitante” degli Stati Uniti, che consiste nel fatto che possono avere defificit di bilancio pubblico e di bilancia dei pagamenti quasi illimitati, perché pagano con una moneta che essi stessi producono. Negli ultimi cinquant’anni le partite correnti della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti sono state quasi sempre in defificit, cosa che non sarebbe consentita a nessuna altro paese. Contrariamente a quanto afffferma la propaganda trumpiana, questo non è affatto uno svantaggio, ma un enorme vantaggio perché consente agli Stati Uniti di vivere senza troppi problemi al di sopra dei propri mezzi.
In sostanza, gli Stati Uniti si stanno appropriando del signoraggio del resto del mondo, a scapito dei contribuenti del resto del mondo i quali, privati del signoraggio della propria banca centrale, saranno costretti pagare un po’ più di tasse. L’Europa intende difendersi dai rischi degli stablecoins made in USA con l’euro digitale, ossia una moneta digitale pubblica emessa dalla banca centrale, come le banconote. Al momento non è del tutto chiaro se il progetto avrà successo, come è auspicabile.
(Repubblica del 05 marzo 2026)
