Le imprese di assicurazione assomigliano sempre di più a quelle belle signore che sono molto corteggiate ma non si concedono. Nei maggiori paesi europei, forse con la sola eccezione della Germania dove la situazione è parzialmente diversa, ha preso quota nel 2013 il dibattito su come mobilitare a favore delleconomia le riserve racchiuse nei forzieri delle compagnie che con 8,5 trilioni di euro di attivi gestiti sono di gran lunga i maggiori investitori istituzionali dellUnione. In tempi di stagnazione economica e di credit crunch persistente la possibilità di orientare anche una piccola parte di questa enorme massa di capitali verso investimenti produttivi, come il finanziamento delle infrastrutture o delle piccole e medie imprese, rappresenta non solo una forte tentazione per governi sempre più in affanno rispetto alla gestione della crisi, ma anche una soluzione ottimale sotto il profilo della analisi economica. Gli economisti, infatti, concordano sul fatto che la struttura finanziaria delleconomia europea, dove mediamente oltre il 50% dei finanziamenti alle imprese proviene dalle banche (30% degli USA), costituisce una anomalia da correggere. Le assicurazioni però resistono non senza qualche ragione – di fronte a quello che, per restare nella metafora, è diventato un corteggiamento sempre più insistente. In un rapporto recente (
Al di là delle rigidità tattiche, governi e assicurazioni sembrano destinati tuttavia a trovare un punto di incontro a metà strada tra la necessità di ridurre la eccessiva dipendenza delleconomia europea dal credito bancario (che ha comunque gradi diversi tra i paesi) e lesigenza di non mettere a rischio la stabilità delle imprese assicurative, finora ancorate a una politica dinvestimenti estremamente prudente. E così, da un lato vediamo che lOcse (rapporto sui
Assicurazioni e Credit Crunch
20
Precedente
