• martedì , 25 Giugno 2024

Alla riforma della stretta di mano ora servono fondi (e un pò di fiducia)

La svolta Un primo passo nella logica della Big Society, responsabilizzazione dal basso La devoluzione La devoluzione delle competenze pubbliche verso i professionisti.
Chiamatela, se volete, la riforma della stretta di mano. Ma per una volta la politica si è dimostrata meno litigiosa della società civile e ha aperto la strada a una giustizia più veloce e amica dei cittadini. La riforma della conciliazione non è di quelle che scaldano i cuori, riempiono le piazze, mobilitano gli intellettuali, ma è maledettamente utile ed è stata approvata in Parlamento – udite! udite! – con voto bipartisan. Per comprenderne a pieno il valore operativo basta pensare che in Italia ci sono circa 6 milioni di cause civili pendenti e quindi almeno 1 cittadino su 5 aspetta con trepidazione che i tribunali si pronuncino sull’ azione che ha mosso o di cui è stato fatto oggetto. In media questi nostri connazionali aspettano 4 anni e 7 mesi per ottenere un giudizio tra primo e secondo grado e 8 anni più 3 mesi per sapere come si è concluso un fallimento. I costi ve li lasciamo immaginare. Da ieri sarà possibile cominciare ad abbattere questa montagna di contenzioso, che avvelena la convivenza, ammazza il business e contribuisce a tenere lontani dall’ Italia gli investimenti stranieri, grazie a una soluzione conciliativa (obbligatoria) studiata da un mediatore e che potrà avere un iter massimo di quattro mesi. Basta esaminare pochi dati, dunque, e risulta evidente che per una volta il buon senso si è fatto legge e per di più a costo zero. Ma se vogliamo c’ è anche lo spazio per una riflessione politicamente più sofisticata. La riforma della stretta di mano è un atto che si muove nel solco della sussidiarietà perché devolve funzioni verso il basso, contribuisce a snellire la pubblica amministrazione e nel contempo dà protagonismo alla “società di mezzo”, dalle Camere di commercio alle organizzazioni dei professionisti. Senza voler esagerare si può convenire che anche con delle piccole modifiche dell’ ordinamento si entra nella logica di una Big Society all’ italiana, fatta di ammodernamento in alto e responsabilizzazione dal basso. Ma come si sa questi non sono tempi per apprezzare i segnali positivi, si cercano solo palingenesi. Detto della bontà delle scelte fatte dal governo non si può tacere della incredibile lentezza dei preparativi. Ai nastri di partenza ci sono meno di 200 camere di mediazione già pronte. Nel Veneto se ne contano solo nove, a Milano sette, a Firenze due e a Bologna una (!). È evidente che con numeri così risicati non si potrà parlare mai di una vera riforma, sarebbe come proporsi di prosciugare il mare con il classico secchiello. Anche per questo motivo saranno importanti le scelte che andranno a fare i professionisti. Le letture più maliziose sostengono che gli avvocati si oppongono strenuamente alla riforma, specie nei territori da Roma in giù, in difesa delle loro parcelle. Messi in difficoltà dai tagli di fatturato causati dalla Grande Crisi i legali avrebbero trovato la loro trincea. Speriamo che così non sia, sarebbe una scelta da miopi. Un processo di devoluzione delle competenze pubbliche dall’ alto verso il basso non può che nel medio termine rafforzare il ruolo di tutte le professioni, come sostiene da tempo il sociologo Gian Paolo Prandstraller. Il terziario italiano è gracile, non ha strutture competitive e più le professioni si chiudono a riccio nella difesa di illusori privilegi più il futuro si allontana. E si acuiscono le contraddizioni tra seniores e giovani, per altro già stridenti. Fortunatamente ci sono categorie come i commercialisti che hanno fatto altre scelte e anche all’ interno del mondo legale non tutti hanno voluto seguire la logica del muro contro muro. E questo, è uno di quei casi in cui la pazienza paga.

Fonte: Corriere della Sera del 22 marzo 2011

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