• mercoledì , 17 Luglio 2024

Alitalia non sarà francese

Alitalia diventerà francese? «Non ci sono impegni, lettere o patti parasociali che ci impongano di vendere ad Air France Klm e ad oggi non prevedo nulla del genere». Parola di Roberto Colaninno, presidente della compagnia.
La Francia, in queste settimane non è molto di moda qui da noi. Dopo l’acquisto di Bulgari e gli assalti a Edison, Fonsai e Parmalat, governo e istituzioni si sono messe in difesa. In un certo senso quello che si sta cercando di fare per mantenere italiana la Parmalat è una riedizione della cordata costruita poco più di due anni fa per salvare Alitalia e sottrarla alle mire parigine. Air France è tuttavia tra gli azionisti più importanti della compagnia e l’alleanza industriale è strettissima. Roberto Colaninno è uno dei costruttori di quella cordata nonché il presidente della società.
Le pongo la domanda in un altro modo. Alitalia resterà italiana?
«L’Italia è uno dei quattro maggiori paesi europei e non può non avere una sua infrastruttura per il trasporto aereo. Questa è la convinzione che ci ha ispirato quando è nata Cai (la società che possiede il 100 per cento di Alitalia, ndr) e non è cambiata. Anzi si è consolidata. Guardiamo dove sta l’Italia e dove sta Roma: siamo l’hub più importante del Sud Europa e del Mediterraneo, più di Parigi, di Londra o di Francoforte, e godiamo di questa posizione in un mondo che sta cambiando con una impressionante rapidità e nel quale la domanda di trasporto aereo sarà straordinariamente crescente. E’ un po’ come per l’alimentare: così come non avere noi, che produciamo alimenti di grandissima qualità e rinomanza mondiale, una grande multinazionale del settore è un paradosso, altrettanto lo sarebbe non avere noi, che siamo una destinazione di rilevanza planetaria, una compagnia aerea».
Lei accenna a Parmalat, e ne parleremo più avanti, prima chiudiamo il discorso su Alitalia. Lei quindi alla scadenza del lock up sulle azioni di Cai, tra due anni,non venderà.
«Non ho investito per fare una speculazione finanziaria ma per realizzare un progetto e le basi per andare avanti ci sono. Stanno aumentando i passeggeri, nonostante la tragedia in Giappone e le turbolenze in Nord Africa e Medio Oriente che, le ricordo, sono tutte destinazioni per noi importanti. La soddisfazione dei passeggeri è al livello più alto, la puntualità nei primi tre mesi dell’anno è salita ancora e sfiora il 90 per cento mentre la regolarità è al 99,8 per cento. Nonostante il terremoto, le guerre e il prezzo del petrolio i conti sono migliori rispetto allo scorso anno, grazie al lavoro straordinario di Rocco Sabelli (l’amministratore delegato della compagnia, ndr). Sul piano gestionale e operativo sono tranquillo».
Quindi tutto bene, la proprietà non cambierà.
«Un attimo, mi faccia finire. Il punto ora è che dobbiamo crescere, sviluppare le potenzialità dell’Italia e della compagnia, il che però richiede tre cose: un rafforzamento degli aeroporti, la creazione delle infrastrutture di collegamento con gli aeroporti, e un rafforzamento della capacità di Alitalia di esprimere a pieno le potenzialità del suo business».
In pratica Alitalia avrà bisogno di soldi, il nuovo fondo creato da Tremonti con la Cassa Depositi e Prestiti sembra cadere a fagiolo.
«Alitalia non ha bisogno di risorse per coprire le perdite, quelli li ha, ma per crescere, e allora ben vengano investitori orientati allo sviluppo a lungo termine. Se una azienda è capace di creare valore attrae investimenti da ogni parte del mondo, e l’Alitalia è sulla strada di farlo. Ma attenzione, la concorrenza non la si fa con gli aerei ma con gli aeroporti: le è capitato di recente di fare scalo in qualche aeroporto asiatico e di fare confronti con Fiumicino?»
Allora il problema è Aeroporti di Roma.
«I problemi non mancano ma certamente Fiumicino è uno di essi. È un aeroporto che deve essere ampliato e ammodernato rapidamente, altrimenti non c’è qualità dell’operatore che tenga. E poi c’è la questione dei collegamenti. La linea RomaFiumicino è imbarazzante, ed è imbarazzante che non ci siano collegamenti con l’alta velocità nei principali aeroporti».
È un pezzo della concorrenza tra voi e le Fs di Moretti.
«Se la partita del futuro per Alitalia fosse sulla FiumicinoLinate non mi ci sarei neanche messo. Le infrastrutture di trasporto devono essere funzionali all’interesse dei passeggeri per sviluppare il sistema paese, lo sviluppo richiede una infrastruttura integrata che attraverso aerei e ferrovie consenta a chi parte e a chi arriva di giungere alla sua destinazione nella maniera più efficiente possibile, questo è quello che si deve fare».
Quindi la conclusione qual è: venderà o non venderà?
«Alitalia può dare grandi risultati, ma ha bisogno di risorse e di infrastrutture che rendano concorrenziale anche la parte che sta a terra. Se ci sarà un contesto di questo genere la mia intenzione e quella degli altri principali azionisti è di portare avanti il nostro progetto, perché si tratta di un ottimo investimento. Altrimenti saremo tutti ben contenti se se la prenderà qualcun altro. E, aggiungo, non mi sentirò responsabile per questo».
Non la spaventano le turbolenze mondiali?
«Qualsiasi imprenditore, se non spaventato, è certamente in ansia. Se solo sei mesi fa mi avessero detto che in Giappone ci sarebbe stato un terribile terremoto seguito da una catastrofe nucleare, che il petrolio sarebbe balzato a 120 dollari, che in Tunisia ed Egitto ci sarebbero state delle ribellioni e in Libia addirittura la guerra io avrei preso le mie azioni Alitalia e le avrei date, gratis, a chi mi stava davanti. Poi tutto questo è successo davvero e l’Alitalia è ancora lì, e va meglio dell’anno precedente. Sono le sfide dei tempi, che vanno colte. E non si tratta di piccoli cambiamenti. La crescita vertiginosa delle economie asiatiche, insieme alla nuova incertezza energetica e alla diffusione della comunicazione che ha portato popoli interi a chiedere diritti dei quali solo pochi anni fa non sapevano neanche l’esistenza è una miscela potentissima, e difficilissima da maneggiare».
La risposta dell’Italia è un fondo per difendere l’italianità delle imprese.
«Nelle dimensioni di oggi mi sembra un po’ romantico difendere l’italianità, e tra un po’ probabilmente potremmo non avere più niente da difendere. Ma dobbiamo guardare un po’ più in là e un po’ più in grande se vogliamo capire cosa ci aspetta e non esserne travolti».
Mi scusi, guardare dove?
«Le faccio un esempio semplice. La Piaggio (azienda della quale Colaninno è presidente e maggiore azionista, ndr) ha aperto nelle scorse settimane una sede commerciale a Giakarta, in Indonesia, dove prima avevamo solo degli importatori. Ebbene nella sola città di Giakarta ogni anno si vendono due milioni di veicoli a due ruote, contro il milione e 600 mila dell’intera, ripeto, intera Europa. In tutta l’Indonesia se ne vendono 8 milioni l’anno, in India 10 milioni, in Vietnam 3 milioni. E’ una questione di dimensioni. In quei paesi, e in Cina, in tutto il Su Est asiatico, il reddito pro capite raddoppia ogni cinquesei anni, moltiplicandolo per le centinaia di milioni di abitanti si arriva ad una potenza finanziaria e produttiva e ad una capacità di consumo gigantesca».
E allora?
«E allora la mia convinzione è che arriveremo ad una Europa politica, cioè ad una dimensione che ci consenta di confrontarci con quelle che stanno rapidamente emergendo. Quando ci si siederà al tavolo per realizzare questa Europa politica, ciascuno peserà per la potenza finanziaria, industriale, infrastrutturale che ha. Con tutto il rispetto e l’ammirazione per le piccole imprese, non saranno quelle che ci faranno pesare di più a quel tavolo».
Cosa c’entra il fondo di Tremonti con questo?
«C’entra assai. Che sia il fondo di Tremonti o un altro non ha importanza, ma che ci sia una struttura finanziaria in grado di sostenere la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese è fondamentale per arrivare a quel tavolo con qualcosa in tasca».
Ma dev’essere lo Stato a farlo?
«La finanza virtuosa è un elemento determinante per lo sviluppo delle imprese e la forza di un paese. Un fondo che veda anche la partecipazione pubblica ma che abbia una gestione privata e che coinvolga risparmio privato e investitori istituzionali italiani ed esteri che possa investire in aziende capaci di creare valore e favorire la crescita e il lavoro non è una eresia. Anticipo la sua obiezione sulla connessione perversa tra politica ed economia: è un rischio che va scongiurato, ma che non deve bloccare le iniziative».

Fonte: Affari e Finanza del 18 aprile 2011

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