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Alimentari, chimica, cosmetici: i settori che sfidano la recessione

È stato l’artigianato a pagare, finora, il prezzo più alto delle chiusure d’impresa nel 2012. Il tasso di cessazione, calcolato da una ricerca del Centro Studi della Cna, è risultato infatti dell’8,4% contro una media del sistema produttivo del 6,6%. Il guaio è che non stiamo parlando solo in retrospettiva, nei primi mesi del 2013 il trend non si è invertito né ha rallentato.
La previsione per fine anno è di altre 140 mila saracinesche artigiane abbassate pari al 10% del totale, con un’erosione della base produttiva stimata in 2 punti percentuali. La ricaduta negativa dell’indebolimento delle filiere in termini di occupazione sarebbe di 300 mila posti di lavoro.
Il centro studi della Cna, però, non si è limitato a operare previsioni su dati aggregati ha cercato anche di indagare settore per settore per formulare una mappa delle attività «maggiormente a rischio», di quelle «in crisi ma con la speranza di agganciare la ripresa», delle aziende «in lento declino», infine, di quelle «apparentemente in salute».
Nel primo girone dell’inferno delle Pmi, quello del massimo rischio, vanno collocate le impresi edili per le quali la crisi dura ormai ininterrottamente dal 2008. Dopo il mattone gli altri comparti del manifatturiero più duramente colpite sono il tessile e l’abbigliamento, i mezzi di trasporto (tra cui la nautica settore-vanto dell’artigianato), stretti tra il crollo della domanda e la concorrenza a basso costo dei Paesi emergenti.
Tra i servizi risulta fortemente ridimensionato il comparto della pubblicità e delle ricerche di mercato che sembra risentire del taglio delle attività precedentemente esternalizzate dalle grandi imprese e ora decimate per far quadrare bilanci sempre meno positivi.
I settori in crisi che la Cna considera però in grado di agganciare, nonostante tutto, la ripresa sono quelli investiti fortemente dall’ondata recessiva del 2012 ma per i quali la base produttiva (numero di imprese registrate) tende comunque ad aumentare grazie all’elevato numero di nuove nascite.
Stiamo parlando dei servizi di logistica e di supporto ai trasporti, delle attività artigianali di ristorazione (gelaterie, pizzerie al taglio, panificatori) dei servizi di consulenza informatica. Si tratta di comparti nel quali fortunatamente il turnover tra imprese in entrata e in uscita resta vivace, anche se le cessazioni si sono tenute attorno al 10%.
È chiaro che le imprese in entrata appaiono probabilmente meno strutturate di quelle che hanno chiuso, tuttavia se i tassi di apertura sono superiori a quelli di cessazione vuol dire che per questi settori la previsione degli operatori è quella di un ritorno alla profittabilità in tempi non troppo lunghi.
Quali sono invece i settori giudicati «in lento declino»? Purtroppo rientrano in questa categoria molti comparti manifatturieri tipici del made in Italy come i mobilifici, l’oreficeria, la meccanica, la produzione di ceramiche e piastrelle.
In questi segmenti il tasso di cessazione non ha raggiunto valori esorbitanti (comunque al di sotto della media complessiva) ma i dati registrano comunque una lieve erosione della base produttiva (inferiore al 2% su base annua) a causa del basso numero di iscrizioni. C’è meno turnover.
Diversamente dai comparti in crisi ma con la speranza di agganciare la ripresa queste ultime sono attività in cui le opportunità sono state colte pienamente negli anni passati e per i quali la recessione del 2012 ha solo accentuato un declino iniziato negli anni precedenti.
Dulcis in fundo, i settori apparentemente in buona salute. Sono le «mosche bianche» dell’artigianato perché presentano tassi di cessazione relativamente contenuti e nuovi ingressi. Le imprese riescono a resistere e vi è un sostanziale equilibrio tra iscrizioni e cessazioni.
In questo girone, che possiamo collocare almeno nel purgatorio, rientrano sia comparti sia del manifatturiero sia dei servizi. Ad esempio la chimica, per quel che riguarda la produzione di materie plastiche, fertilizzanti, profumi, cosmetici e saponi. Ma anche l’alimentare, notoriamente settore anti-ciclico.
Nel terziario paiono tenere i servizi per la persona come i centri estetici, gli acconciatori, le tintorie e le lavanderie. Il giudizio della Cna è che si tratta di imprese che operano in attività per le quali c’è una domanda incomprimibile e la cui dimensione tipica comunque è quella del negozio e non del capannone.

Fonte: Corriere della Sera del 22 aprile 2013

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