• sabato , 20 Luglio 2024

A cosa servono i sindacati moderni

La riforma del mercato del lavoro è centrale nel programma del Governo Monti, per la sua credibilità davanti alle istituzioni e ai mercati internazionali e per la riuscita dei suoi obiettivi di trasformazione dell’economia e della società italiana, bloccata dalle protezioni corporative. Senza la riforma del lavoro non avremo la ripresa della crescita e dell’investimento. Anche se sappiamo bene che servono parecchie altre cose, alcune già fatte, altre ancora da fare: in primis la riduzione strutturale del peso della spesa pubblica nell’economia e dell’evasione fiscale, necessaria per ridurre le imposte sul lavoro e l’impresa. Porto qui l’opinione dell’economista, su base del tutto personale, su un tema del quale non mi occupo istituzionalmente.
Come sempre è avvenuto nel passato, quando la discussione entra nel vivo delle misure, il clima politico si arroventa e torna a prevalere quella caratteristica particolare del nostro spazio pubblico per cui la discussione è sui fatti, non sui rimedi.
Se proviamo per un momento ad allungare lo sguardo, forse le cose diventano un po’ più chiare. L’economia italiana presenta da vari decenni tre caratteristiche molto preoccupanti. Le tre caratteristiche sono il rallentamento, fino all’arresto nell’ultimo decennio, della crescita della produttività; una continua diminuzione della dimensione media d’impresa; un mercato del lavoro drammaticamente disfunzionale, nel quale le protezioni dell’impiego a tempo indeterminato coprono 3,5 milioni d’impiegati pubblici e circa 6 milioni di lavoratori del settore privato. Tutti gli altri, su un totale degli occupati vicino ai 23 milioni (e una forza lavoro ufficiale vicina ai 25 milioni, ai quali si dovrebbero aggiungere almeno altri 23 milioni di lavoratori ‘scoraggiati’) sono pagati meno e godono di protezioni molto più esili, in moltissimi casi quasi inesistenti. La mancanza di una protezione sindacale per questi lavoratori ha determinato condizioni di sfruttamento e di abuso che talora sconfinano nell’inciviltà.
Quelle tre caratteristiche dell’economia italiana sono tra loro strettamene legate e hanno radice primaria nel mercato del lavoro. La progressiva contrazione dell’area del lavoro protetto e l’espansione del lavoro precario mostrano che le condizioni di costo e d’impiego (questione centrale nella controversia che ha opposto la Fiat non solo al sindacato) del lavoro protetto sono, almeno per una parte significativa, fuori mercato; se esse fossero imposte rigidamente anche al lavoro precario, si avrebbe una distruzione massiccia di posti di lavoro. La questione delle rigidità dell’impiego troverà soluzione nel nuovo quadro delle relazioni industriali, che apre spazi significativi alla contrattazione decentrata di produttività.
Il divieto di licenziamento, in questo contesto, frena, senza poterlo arrestare, il ritmo di espulsione dal settore protetto, mentre crea una barriera alle nuove assunzioni. Per chi ne dubita, basta uno sguardo alle acrobatiche formule contrattuali utilizzate all’interno di imprese di maggiori dimensioni prima di giungere all’assunzione a tempo indeterminato.
Anche il sistema dei licenziamenti collettivi e dei sostegni alla disoccupazione è stato costruito, più che per accompagnare a un nuovo lavoro, per cercare di difendere i posti esistenti e, quando non se ne può fare a meno, per accompagnare alla pensione. Pur di raggiungere il risultato, anche le grandi associazioni d’impresa hanno collaborato alla costruzione di un assurdo sistema di ‘mobilità lunga’ e di gestione ‘straordinaria’ di imprese decotte di cui il sistema ministeriale dell’amministrazione straordinaria è l’ultima, puteolente terminazione i quali hanno costituito poderosi ostacoli alle ristrutturazioni e ai necessari spostamenti di risorse umane e di capitale verso nuovi impieghi. Oltre che di un’estensione impropria della cogestione degli aggiustamenti industriali tra sindacato e associazioni d’impresa.
In queste condizioni, l’investimento in capitale umano all’interno del sistema delle imprese è crollato, sia da parte delle imprese in sofferenza da overmanning (eccesso di costo del lavoro), che dei lavoratori: non si investe su quella parte del lavoro ufficiale che è fuori mercato, non si investe nel lavoro precario perché la relazione non offre una promessa sufficiente di stabilità.
Anche il continuo calo della dimensione media d’impresa un fenomeno che è solo italiano tra tutti i maggiori paesi avanzati appare legato ai vincoli eccessivi sul lavoro. La manifestazione più chiara è l’organizzazione di molte imprese in gruppi di miniimprese che individualmente restano al di sotto dei fatidici quindici addetti. Con quella dimensione, parlare di innovazione continua, management, apertura del capitale al mercato è tema da convegni, non questione pratica.
Questi fenomeni non negano l’esistenza di un corpo centrale del nostro sistema economico costituito da imprese competitive, ricche di tecnologia e di risorse umane di eccellenza; per queste imprese, le procedure esistenti per i licenziamenti sono nel complesso adeguate. Ma esse non possono sollevare l’intera economia; il successo, spesso, si manifesta più nell’espansione all’estero che entro i travagliati confini domestici. Né investono in Italia gli stranieri, altro segno evidente di un ambiente sfavorevole all’impresa.
Con le sue proposte, il Governo Monti prende di petto le disfunzioni del mercato del lavoro aprendo lo spazio necessario di flessibilità per i licenziamenti economici, rendendo più impervi e costosi i contratti precari e avviando la creazione di una sistema generalizzato di sostegno alla disoccupazione. Occorre sapere che se mancasse uno dei tre bracci, l’intera riforma fallirebbe e, con essa, anche gli auspicabili effetti di unificazione del mercato del lavoro.
Restano tre ombre principali. La prima: vi è il rischio che i giudici del lavoro trasformino gli indennizzi previsti per l’abuso delle nuove norme in pagamenti più o meno dovuti per il licenziamento. Il costo del licenziamento allora sarebbe troppo elevato e potrebbe svolgere un effetto di scoraggiamento delle assunzioni non meno pernicioso di quello oggi determinato della rigidità normative. La seconda: la flessibilità richiede un sistema efficace di accompagnamento alle nuove occupazioni, che per ora non solo non esiste, ma neppure si intravede. Il sistema formativo esistente, largamente pubblico, è affetto da inefficienze e sprechi clientelari: ad esempio, il Governo recentemente ha trovato che in Sicilia vi sono 8000 formatori a carico di risorse pubbliche, ma neanche un formato. La terza ombra: la scelta, giusta, di un sistema assicurativo per il sostegno di disoccupazione conduce, nell’immediato, a un aumento dei carichi contributivi e del cd. tax wedge gravante sul costo del lavoro. Una cosa che di sicuro non favorisce l’occupazione.
Un suggerimento, per chiudere. Servono urgentemente risorse significative per alleggerire il costo del lavoro, in modo da sostenere la domanda di lavoro nella fase di avvio della riforma. Queste risorse non possono che venire dal taglio della spesa pubblica e delle troppe esenzioni fiscali senza buon motivo. I relativi dossier sono stati affidati alle esperte mani del ministro Giarda e del sottosegretario Ceriani: speriamo che non esitino a usare l’accetta, e lo facciano presto.

Fonte: Affari e Finanza del 2 aprile 2012

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