• giovedì , 5 Agosto 2021

La battaglia tra Stati che si nasconde dietro la global tax

di Franco Debenedetti

Penso risalga a dopo la seconda guerra la norma fiscale americana che consente alle sue multinazionali di detenere gli utili maturati all’estero in sospensione di imposta in un Paese che accetti di farlo: il parcheggio in un paradiso. A quel tempo il sistema era funzionale ad incentivare l’espansione all’estero delle grandi imprese americane. Non si contano i tentativi di modificare un sistema così fondamentalmente distopico: i governi hanno grumbled, simmered and raged (l’onomatopia è dell’Economist) ma i tentativi di riforma si sono arenati al Congresso. Chi sostiene che i GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) eludono le tasse, riscuote consensi populisti, ma dice una cosa tecnicamente falsa. “Ante hos sex menses male dixisti mihi”: non erano ancora nati quando vennero scritte le leggi di cui fruiscono. La percentuale dei profitti che le multinazionali tengono parcheggiati all’estero è salita dal 30% vent’anni fa al 60% oggi. Per scoraggiare dallo spostare gli utili fatti all’estero in Paesi a tassazione ridotta , la riforma fiscale di Trump introdusse una nuova tassa, con aliquota del 10,5%, a valere sul redditi di ognuna dello loro filiali estere che eccedesse il reddito “normale” forfettariamente definito come il 10% del valore della proprietà tangibile ammortabile: il Global Intangible Low-Taxed Income (GILTI).

Nel mondo del “gratuito, perfetto, istantaneo”, dove si distintermediano i normali rapporti economici e di valore, i Big Tech sono sostanzialmente apolidi. Dove viene creata ricchezza? Dove sono stati fatti gli investimenti e risiede il know-how per realizzare gli algoritmi o dove questi vengono usati? Chi crea ricchezza, chi fornisce i dati o chi li rende utilizzabili? Vendono a clienti di Paesi in cui o non hanno, o hanno in misura minima una stabile organizzazione, e quindi pagano tasse irrisorie. La web tax a cui fanno ricorso molti Paesi dà ricavi fiscali modesti e il costo finiscono di pagarlo le loro imprese.

Grazie al Covid è arrivato il momento di cambiare: per rimediare ai danni che la pandemia ha provocato a persone ed imprese, governi e Banche Centrali hanno inondato di danaro i Paesi, in misura mai vista prima. Si sono indebitati ed ora aspettano che con la ripresa le imprese facciano profitti che, tassati, consentano di rientrare dei debiti contratti. Per le aziende USA Joe Biden vuole riportare al 28%, la tassa che Trump nel 2017 aveva ridotto al 21%: ma mira a una riforma globale, un ambizioso piano in due parti. Primo: redistribuire i diritti di tassare i profitti, in modo che una parte di essi vada al Paese dove si fanno i ricavi, indipendentemente dalla presenza di sedi locali; in cambio eliminando ogni tassa sui servizi (WebTax). Secondo: introdurre una tassa globale mondiale del 21%, o almeno superiore al 15%. E su questo il 5 Giugno al G7, si è raggiunta una storica intesa.

L’innovazione è riconoscere che l’economia di un Paese dà un contributo alla formazione del profitto che fanno i BigTech fornendo beni e servizi: i Paesi potranno quindi tassarli sul totale delle vendite annue anziché sulle singole transazioni, come fanno le web tax, di cui sono un sostituto.
E con la tassa globale mondiale le imprese non hanno più nessun vantaggio a giocare sui prezzi di trasferimento tra proprie filiali per formare l’utile in un Paese con un regime di tassazione favorevole, come Olanda, Irlanda, Lussemburgo. Se devono pagare comunque il 21% (o il 15%) anche sugli utili parcheggiati nei pochi autentici paradisi fiscali rimasti, tipo le Cayman, le grandi multinazionali americane potrebbero preferire di rimpatriarli pagando il 28% (che potrebbe diventare il 25%).

Riconoscere che quello che si imputa ai Big Tech, e cioè di “non pagare tasse, è in realtà una battaglia tra Stati per dividersi i profitti digitali, leva ai populisti un argomento errato. E si evita il proliferare delle web tax, più costose da esigere e più dannose agli scambi, perchè gli USA reagirebbero aumentando le aliquote su altre merci.

Si potrebbe obbiettare che in questo modo si riduce la sovranità fiscale, che è alla base del patto democratico tra un Paese e i governi che esso sceglie. Ogni riduzione della concorrenza ha effetti negativi sull’efficienza e la produttività, e questo vale anche per la concorrenza fiscale. Se un Paese ha una pubblica amministrazione efficiente, e offre vantaggi a investimenti stranieri, perchè non deve poterlo fare? Se è considerato lecito valorizzare le proprie bellezze naturali e artistiche, spiagge e musei, perchè non si può farlo con una tassazione favorevole a ricchi pensionati e a imprese innovative? Questo ha consentito il formarsi di servizi professionali di alta qualità efficienti nel dirimere questioni legali.

Queste norme poi non si dovrebbero applicare solo ai BigTech, come qui si è scritto, ma a tutte le multinazionali, anche quelle che producono beni fisici, purchè con un fatturato sopra una certa soglia. Poco credibile che la tassazione unica elimini anche l’attuale ed elaborato sistema di dazi e quote. E le soglie introducono sempre fastidiose discontinuità.

I mercati efficienti valorizzano le differenze, senza che per questo si finisca in una generalizzata race to the bottom. Sarebbe ben strano che questo venisse impedito al mercato dei prodotti digitali a cui chiediamo di “trasformare” le nostre burocrazie.

 
Fonte: da IL SOLE 24 ORE, 08 giugno 2021

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