• sabato , 23 Ottobre 2021

Basta con l’anarchia delle monete digitali

di Paolo Savona

Comunque vadano le cose in ambito sanitario e produttivo, il 2021 sarà l’anno della rivoluzione monetaria; come la storia insegna, sarà anche l’anno della confusione finanziaria. Le criptomonete pubbliche, comprese quelle di paesi membri dell’eurosistema, ma soprattutto della Cina, si aggiungeranno alle oltre 1.500 peseudo-criptomonete private in circolazione (come Bitcoin, XRP di Ripple, ETH di Ethereum e le USDT scambiate da Bitfinex) con effetti sulla contabilità degli operatori di mercato e dei conti delle famiglie, che si rifletteranno sui conti delle banche di deposito e delle stesse banche centrali. Un po’ d’ordine alla confusione forse lo forniranno le piattaforme di trasformazione e interscambio di moneta e finanza tradizionale e criptata, ma da esse possono anche provenire disturbi al funzionamento del mercato. Ne sono testimonianza i problemi causati da Bitfinex, che usa gli USDTether, una moneta offerta come stablecoin alternativa al dollaro, a cui si attribuisce l’oscillazione vertiginosa del valore dei Bitcoin, ossia del “nulla convenzionale”; questa piattaforma è stata di recente oggetto di rilevanti ammanchi ed è ora sottoposta a un’indagine da parte di un’autorità statunitense. La Procura di New York ha citato la Ripple per frode e la SEC, la Consob statunitense, ha fatto lo stesso per aver venduto titoli non registrarti. Non è una novità per gli economisti accertare che il mercato corre più veloce delle autorità di regolazione, per il noto principio che, fatta una regola, esso provvede ad aggirarla, non di rado per la disattenzione, considerata benevola, di Governi e Parlamenti. Forse, in materia, abbiamo già raggiunto questo stato di anarchia finanziaria.

Come affermato dalla BCE, questa rivoluzione monetaria vedrà una convivenza tra moneta fisica e moneta digitale, accompagnata da sperimentazioni ragionate di criptomonete pubbliche, come quella in atto in Cina. Di conseguenza si approfondirà il solco tra chi dispone del telefonino e lo sa usare per i pagamenti, e chi non lo ha e non saprebbe comunque usarlo per operazioni più complesse delle semplici telefonate. La BCE è cosciente e tenta di far quadrare il cerchio. La contabilità delle criptomonete poggerà su tecniche di blockchain imperfettamente decentrate, ossia con tracciamento di tutte le operazioni da parte delle banche centrali o istituti di emissione, e questa dovrà convivere con la contabilità della moneta fisica che si trasformerà in digitale. La presenza delle autorità nel blockchain è oggi tecnicamente possibile e viene giustificata per fini di lotta alla criminalità e all’evasione fiscale. Nella forma estrema di questo nuovo assetto monetario ogni individuo disporrà di un deposito (tecnicamente un wallet elettronico) presso l’autorità monetaria nazionale; la forma più blanda sarebbe quella di affidare alle banche, non più parte del meccanismo di creazione monetaria, la delega di tenere i wallet il cui uso sarebbe comunque tracciato dalle autorità. Queste criptomonete pubbliche dovranno però convivere sul mercato con quelle private decentrate e, pertanto, le autorità devono scegliere se proibire l’uso di quelle già in circolazione, smontando una piramide complessa di Bit contabili senza causare conseguenze disastrose; in ogni caso questa si sposterà nei paradisi fiscali con basi territoriali, che diverrebbero paradisi elettronici collocati nell’infosfera. Il risultato finale è difficile da prevedere, ma viene il sospetto che la convivenza tra monete private e pubbliche sia ormai inevitabile anche nei loro riflessi sulla finanza tradizionale e criptata. Perciò si dovrà regolare la convivenza che si stabilirà presso le banche, le piattaforme o le borse di conversione, come quella non ufficiale che già opera negli Stati Uniti.

Nell’assetto descritto le banche diverrebbero gestori di risparmio in competizione con gli altri intermediari esistenti, facendo uso dei wallet elettronici nella loro accezione originaria di portafogli virtuali; perciò dovranno ricorrere a metodi oggettivi messi a punto dalla Scienza dei dati, più nota come intelligenza artificiale. La sicurezza delle scritture contabili diverrà fondamentale e allo scopo si avvarrà di combinazioni tra diversi cloud; si affermerà una competizione tra algoritmi di attacco e di difesa, questi ultimi tramutati in public goods (beni che gli Stati devono garantire), perché in caso di insuccesso gli Stati dovranno garantire le perdite. Poiché gli algoritmi saranno in continua evoluzione, come quelli che attualmente puntano all’uso della logica quantistica con computer assai costosi, gli hacker verranno neutralizzati ed emergeranno quelli direttamente finanziati dagli Stati.

La gestione del risparmio da parte di banche e operatori finanziari si arricchirebbe anche dei servizi per la trasformazione di attività tradizionali (azioni, obbligazioni e ogni tipo di raccolta) in cryptoasset (token e altre forme), accentuando la scomparsa delle diversità esistenti tra moneta e finanza, che già si delinea con chiarezza a seguito del crescente coinvolgimento delle banche centrali nella ricerca della stabilità dell’intero mercato mobiliare. Nuovi e più ampi business verrebbero inoltre consentiti dall’uso della crescente mole di dati e metadati (le preferenze rivelate) già oggi sfruttati dalle grandi società che praticano l’e.commerce.

Uno dei problemi non minori da risolvere è la libera formazione dei prezzi di trasformazione delle diverse forme di attività monetarie e finanziarie. La regolamentazione delle piattaforme che prestano questo servizio sarebbe un passo necessario, ma lo sarebbe anche la trasformazione delle borse valori esistenti in forme adatte ad accogliere la rivoluzione descritta. Un altro passo indispensabile sarebbe il raggiungimento di un accordo internazionale per ri-regolare il mercato dei cambi tenendo conto della nuova realtà, accelerando e finalizzando in tal senso i lavori della Task force sull’economia digitale creata dal G20 nel 2016.

Al di là di ottenere economie di gestione e guadagni per gli intermediari, non vi sarebbe ragione di assecondare questa rivoluzione uscendo da un regime monetario già ben rodato come quello vigente, se le tecniche elettroniche non offrissero a privati e agli Stati sovrani la possibilità di creare un mercato parallelo, che i fatti hanno già dimostrato essere in atto. Il vero vantaggio delle criptomonete ufficiali consisterebbe nel ribadire che solo queste avrebbero valore legale di mezzo liberatorio dei debiti, mentre quelle private si reggerebbero su un terreno labile, puramente convenzionale e comunque privo di protezione pubblica. L’importante è non lasciare il mercato alla mercé dei comportamenti di moral hazard.

Se si procedesse in tal senso di raggiungerebbe un assetto istituzionale dove la moneta sarebbe strumento di stabilità, come è doveroso che sia, mentre la finanza sarebbe strumento di crescita reale, secondo il principio logico matematico che il raggiungimento di due obiettivi richiede l’esistenza e l’attribuzione di due strumenti specificatamente destinati. Con le attività virtuali, la finanza per la finanza incontrerebbe i suoi limiti naturali, di mercato, perché le convenzioni cederebbero il passo alla realtà fattuale come accaduto quando la moneta passò dalle conchiglie (i bitcoin dell’epoca) all’oro e da questo alla moneta fiduciaria garantita dagli Stati sovrani.

 
Fonte: da Milano Finanza del 9 gennaio 2021

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