• lunedì , 21 Settembre 2020

Fondi europei, meno spesso si vota, meglio si spende

di Bruno Costi

La politica italiana ha un’occasione d’oro per riguadagnare fiducia in Europa ora che l’Unione Europea ha pronti 209 miliardi di fondi europei da consegnare all’Italia per progetti di investimento e riforme: uscire dal tormento delle elezioni continue.

Cosa c’entra il voto delle prossime elezioni con i programmi di investimento? C’entrano invece eccome.

Perchè la nostra democrazia parlamentare, nata dalle ceneri della dittatura fascista che umiliò per decenni le libertà politiche e la rappresentanza del popolo in Parlamento, per contrappasso a quel deficit di libertà ha incardinato nella nostra storia recente un eccesso opposto di continui ricorsi alle urne, disseminando l’arco temporale di ogni legislatura, di prove elettorali (europee, regionali, comunali, provinciali) tutte e sempre vissute come verifica dei poteri tra i partiti ed alla continua ricerca del voto e del consenso.

 

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Intendiamoci: i politici devono prestare attenzione al consenso degli elettori contrapponendo e proponendo idee di sviluppo, proposte e promesse di cambiamento, e le campagne elettorali a questo servono.

Ma l’esperienza mostra che a partire dagli anni 80 del secolo scorso, la ricerca spasmodica del consenso elettorale si è stata finanziata con una continua espansione della spesa pubblica che, con i conti in deficit, non a caso da allora ha aumentato il debito del Paese portandolo al livello più alto in Europa dopo la Grecia.

Il dibattito accademico e politologico ha indagato molto questo aspetto, interrogandosi spesso se spendere denaro pubblico sia utile a conquistare voti e soprattutto a sviluppare un corretto rapporto tra elettore ed eletto.

Per un certo (breve) periodo, durante gli anni dell’ultimo Berlusconi al Governo, l’allora ministro dell’Economia Tremonti provò a veicolare nel dibattito politico il messaggio che la popolarità e dunque il consenso si possono conquistare non solo aumentando la spesa dello Stato con mance o clientele, ma anche riducendo le spese per privilegi, mance e clientele.

Durò ben poco, perchè anche il suo Governo risultò come i precedenti, autore di una continua espansione della spesa pubblica.

Ne consegue che forse il nodo da sciogliere, l’ostacolo da rimuovere, la svolta da introdurre, ora che il Paese ha la possibilità di spendere cifre mai viste per riformare il Paese, non è solo la scelta del “dove” e del “come” spendere, come correttamente sottolinea Mario Baldassarri, ma anche “quando” spendere nel senso di proteggere le decisioni di spesa dall’ossessione dell’imminente prova elettorale e dalla tentazione dello scambio spesa- consenso.

 

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Qualche numero aiuta ad intendere quanto il continuo ricorso al voto incida nella politica economica del Paese.

Dal 4 marzo 2018, giorno dell’ultimo rinnovo del Parlamento italiano, cioè negli ultimi 28 mesi, gli italiani sono stati chiamati a votare 31 volte, mediamente più di una volta al mese.

Dopo le Politiche del 4 marzo 2018, in quello stesso anni si è votato infatti in aprile in Molise ed in Friuli, in maggio in Val d’Aosta ad ottobre in Trentino; nel 2019, in giugno si è votato in 783 comuni di cui 21 capoluoghi, a febbraio in Abruzzo e Sardegna, a marzo in Basilicata, in maggio per le elezioni Europee e contemporaneamente in Piemonte ed in 28 capoluoghi di provincia (tra cui Bari, Ancona, Pesaro), in ottobre in Umbria.

Quest’anno, nel 2020, si è votato in gennaio in Calabria ed in Emilia Romagna e tra un mese a fine settembre si voterà in Campania, Liguria, Marche, Puglia e Veneto.

Chi ha qualche idea di cosa implichi nei partiti presentarsi alle elezioni, tra scelta dei candidati, accordi politici, scambi di favori, costruzione o decostruzione di equilibri interni, selezione delle idee e e delle proposte, è facile immaginare perchè ogni passaggio elettorale si consuma a spese del debito pubblico.

Qualche esempio? Il Reddito di cittadinanza pagato ad aprile 2019: pensiamo che sarebbe stato pagato senza controllarne i beneficiari se in maggio non ci fossero state le elezioni europee? Oppure la plastica tax, introdotta dal Governo nel 2019 e abolita prima delle elezioni regionali in Emilia Romagna dove hanno sede le industrie che producono plastica; e il bonus ristorante: sarebbe stato mai immaginato se nelle nelle cinque regioni in cui si vota a fine settembre non ci fosse il 40% dei ristoratori italiani?

Spendere ed aumentare il debito è il modo per dare denaro a tutti senza l’impopolarità di chiedere di pagare agli evasori fiscali ed ai lavoratori in nero, agli improduttivi di lavorare di più, ai furbetti dei doppi sussidi o dei contributi statali indebiti di rinunciarvi. Esiste perfino una fattispecie di reato che in altre epoche qualche magistrato provò a perseguire, il voto di scambio; poi la Magistratura deve aver rinunciato a perseguirlo per evitare indagini su tutti gli eletti in Italia.

Guai, naturalmente a toccare il meccanismo democratico di rappresentanza del popolo che si realizza attraverso il voto, ma farebbe bene al Paese un po’ di metodo, di organizzazione e di efficienza, di pace elettorale che consenta a chi governa, al centro o in periferia, di contare su un periodo di tranquillità elettorale e di pensare al bene del Paese senza l’assillo della ricerca continua del consenso.

Sarebbe davvero una follia pensare di raggruppare tutte le elezioni amministrative in una sola data? Per esempio a metà legislatura, facendone una sorta elezioni di Mid Term, come accade negli Stati Uniti? La riforma dell’economia che renderebbe tutte le altre più realizzabili forse sarebbe proprio questa. E forse a Bruxelles l’apprezzerebbero più di ogni altra.

 

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(www.clubeconomia.it del 7 agosto 2020)

 
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