• lunedì , 30 Novembre 2020

Il riscatto di Christine

di Carlo Clericetti

Aveva iniziato il suo mandato alla presidenza della Bce in modo pessimo, con una dichiarazione disastrosa, tanto da sembrare inadeguata al compito. Ma bisogna riconoscere che in seguito Christine Lagarde ha riscattato quel brutto esordio.

“Non è compito della Bce occuparsi degli spread”, aveva detto Lagarde rispondendo alla domanda di un giornalista. E subito i mercati erano crollati, da quelli azionari a quelli obbligazionari. La frase era stata interpretata come una svolta a 180 gradi rispetto al whatever it takes di Mario Draghi, come un atto di obbedienza alle teorie sballate da sempre sostenute dalla Bundesbank, e di conseguenza gli operatori si preparavano alla dissoluzione dell’euro e a una nuova grande crisi finanziaria.

Ma Lagarde ha fatto in fretta retromarcia, assicurando, sia con le dichiarazioni – importantissime per un banchiere centrale, perché servono a formare le aspettative degli operatori e quindi a influenzare i loro comportamenti – e sia con le successive decisioni della Bce, che la linea di Draghi sarebbe stata mantenuta.

Anche gli annunci di oggi vanno nella stessa direzione. Il programma anti-pandemia (Pepp) è stato aumentato oltre le aspettative dei mercati (600 miliardi invece di 500), è stato esteso alla prima metà del prossimo anno e, cosa non meno importante, si è detto che i titoli in scadenza saranno rinnovati almeno fino a tutto il 2022. Soprattutto, si è fatto capire chiaramente che la Bce non stabilisce limiti precisi alla sua azione, ma deciderà che cosa sia necessario a seconda delle circostanze. Whatever it takes, appunto.

Tutto ciò è tanto più notevole in quanto arriva dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale tedesca che ha imposto alla Bce di giustificare entro i successivi tre mesi le sue decisioni riguardo al quantitative easing, il programma di acquisti di titoli precedente al Pepp che è ancora in corso, aggiungendo che, in mancanza di spiegazioni che la soddisfino, la Bundesbank debba cessare di parteciparvi e in più programmare la progressiva vendita sul mercato dei titoli acquistati. La Bce ha correttamente dichiarato che non è tenuta a rispondere alla Corte di Karlsruhe, ma solo al Parlamento e alla Corte di giustizia europea. Ma si poteva pensare che un pronunciamento così netto potesse averla in qualche modo condizionata: le decisioni di oggi hanno mostrato che non è così.

Sulle possibili prossime conseguenze della sentenza bisognerà tornare. Per ora possiamo dire che appare prima di tutto un atto di uno scontro di potere e di interessi interno alla Germania, ma ciò non significa che non possa creare problema anche al di fuori di essa. Per il momento, comunque, bisogna prendere atto che la Bce non se ne è fatta condizionare.

Lagarde, dunque, prosegue sulla linea di Draghi. Che era stata concordata con Angela MerKel, cosa che rese possibile e credibile la famosa frase. E Merkel non è del “partito” della Corte di Karlsruhe: infatti, poco dopo quella sentenza, ha annunciato insieme a Emmanuel Macron il piano franco-tedesco sul Recovery Fund, quasi a voler rimediare a quell’imprevisto attacco alla sopravvivenza dell’Unione europea che veniva dal suo stesso paese. Insieme a Macron: l’asse franco-tedesco non è certo una novità, ma oggi il presidente francese si trova a fare i conti con un paese in seria difficoltà, di fatto più dell’Italia, nonostante che i mitici “mercati” e le agenzie di rating mostrino di pensare il contrario. E forse anche dietro la brusca giravolta di Lagarde c’è il presidente francese, che di finanza capisce perché viene da quel mondo.

Merkel e Macron guidano i due paesi che traggono più profitto dall’esistenza dell’Unione europea. La Germania fuori dall’euro subirebbe una rivalutazione della sua moneta che metterebbe in crisi la sua economia basata sull’export, la Francia senza la copertura della sua potente alleata apparirebbe con tutte le sue debolezze. Riusciranno a salvare l’Unione, messa a rischio dalla sentenza di Karlsruhe, dalla pandemia, dalla mancanza di visione dei paesi “rigoristi”? Di certo ci stanno provando, ma per riuscirci dovranno sconfiggere molte idee sbagliate che non abitano solo all’interno della Germania.

 
Fonte: dal blog di la Repubblica del 4 GIU 2020

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