• domenica , 26 Marzo 2023

Se il mercato difende la privacy

I grandi fornitori di servizi on line hanno modelli di funzionamento strutturalmente diversi dalle imprese tradizionali, non riconoscerlo porta a commettere errori: ci possono incappare le aziende stesse o i legislatori. Come insegnano due casi recenti. Uber, l’azienda fondata da Travis Kalanik, continua a espandersi, vincendo, città dopo città, la resistenza dei tassisti che temono di perdere il valore della licenza pagata a caro prezzo. Con quella licenza il Comune concede al tassista di operare in un mercato a numero di operatori contingentato e di offrire al cliente la garanzia pubblica che il servizio sarà di buon livello e soprattutto sicuro. Uber disintermedia il servizio taxi: nessun controllo comunale sul numero degli operatori, ma anche nessuna garanzia pubblica per la sicurezza del cliente. Alla fine della corsa si può dare un voto, il cliente sul conducente e il conducente sul cliente. Ma il conducente rischia di più, se finisce nella lista nera, ha finito di lavorare: un’asimmetria informativa di cui un cliente disonesto potrebbe approfittare.
La garanzia di sicurezza non deriva in modo automatico dal comportamento collettivo di utenti e conduttori: la gente si fida perché sa che dal rigore nel gestire la lista nera, compresa la possibilità di distinguere i voti veri da quelli “maligni”, dipende la credibilità di Uber, e il suo valore d’impresa. È lo stratosferico valore attribuito a Uber la vera garanzia per i clienti. E siccome non esistono pranzi gratis, le garanzie costano. Uber ha recentemente assunto David Plouffe, lo stratega della campagna virale di Obama. L’accenno che Uber avrebbe potuto usare i dati dei viaggi effettuati dai clienti per “profilarli” e usarli contro giornalisti ostili, ha scatenato una bufera. Per evitare che ne andasse di mezzo l’aumento di capitale in corso (voleva raccogliere 1,2 bn$ che avrebbe corrisposto ad attribuire a Uber un valore di 18 bn$), Kalanik ha dovuto impegnare tutto il suo prestigio. Uber aveva già perso simpatie (e clienti) per come aveva ostacolato il concorrente Lyft mandandone in tilt la rete, inondandola di richieste e poco dopo disdicendo l’ordine. Se Uber non garantisce la privacy dei suoi clienti, possono sospettare utenti e investitori, se si comporta da pirata con i concorrenti, perché il cliente dovrebbe fidarsi che garantirne la sicurezza?
Il 27 novembre il Parlamento di Strasburgo con 375 voti contro 175 e 56 astenuti ha approvato una risoluzione sul «rafforzamento dei diritti dei consumatori nel mercato digitale»: dall’auspicio essendo difficile dissentire, e la risoluzione non avendo alcun effetto diretto, a suscitare vivaci reazioni è stato il passaggio in cui si sollecita la Commissione a prendere almeno in considerazione la scissione del motore di ricerca di Google, dalla vendita di spazi pubblicitari. Il disagio europeo verso il predominio delle imprese americane in quasi tutti i business in rete è comprensibile, ma ci si dà la zappa sui piedi se lo si manifesta negando il principio su cui si basa il loro funzionamento, il ruolo dell’intermediario nei mercati a due versanti. Tutti i mercati mettono in contatto compratori e venditori. Lo fanno anche i servizi in rete, con la specificità di creare esternalità positive, dato che il costo marginale di un nuovo entrante è praticamente nullo, e di essere soggette ad asimmetrie informative, perché i prodotti in rete non si toccano ed è più difficile valutarne la qualità. Di qui il ruolo dell’intermediario: se investe nella piattaforma dimostrando di avere una strategia di lungo termine è credibile; se su un versante ha un grande numero di clienti e sull’altro conoscenze approfondite della qualità dei beni offerti, è efficiente; se non ha propri interessi né dal lato dei compratori né da quello dei venditori la sua reputazione è fonte affidabile di informazione. Se come vorrebbero i deputati che abbiamo mandato Strasburgo, si separassero i due versanti, e si negasse il ruolo dell’intermediario, chi pagherebbe per il costo dell’informazione?
Quelli che denunciano i rischi che pongono Google o Amazon per la propria privacy sembrano preoccuparsene meno quando a raccogliere le informazioni è lo Stato. Già oggi lo Stato pretende di sapere quando spendiamo più di 3.000 € in un negozio, e proibisce i pagamenti tra privati sopra i 999 €. Se si eliminerà il contante e tutto dovrà essere pagato con carta di credito, lo Stato avrà conoscenza fino all’ultimo euro di come spendiamo i nostri soldi e noi avremo perso la libertà di spendere senza dover rendere conto a nessuno i soldi che ci restano dopo aver pagato le tasse. Non riuscire a far pagare le tasse ai disonesti non è una buona ragione perché lo stato privi gli onesti di una libertà legata all’esercizio del diritto di proprietà. La possibilità di raccogliere e di analizzare quantità illimitate di dati personali desta preoccupazione, chiedere garanzie contro abusi è necessario: ma verso Google, Amazon, Apple, Facebook, come anche il caso Uber insegna, a proteggerci è in primo luogo la loro reputazione e il loro valore finanziario. Più difficile difendere privacy e libertà dallo Stato: perché non ha una reputazione da mettere in gioco.

Fonte: Il Sole 24 Ore - 3 dicembre 2014

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