• venerdì , 17 Settembre 2021

Intervento integrale di Bruno Costi durante la presentazione del Premio Tarantelli 2013

Grazie,
grazie davvero per aver accolto l’invito del Club dell’Economia.
Il numero dei volti che vedo, e la qualità delle persone presenti in sala ci onora, onora il pensiero di Ezio Tarantelli e Livio Magnani e ripaga noi prosecutori ed esecutori del Club dell’Economia, delle fatiche di aver organizzato questa giornata per ricordarli.
Il Club dell’Economia che ho l’onore di presiedere, l’anno prossimo compirà 30 anni e possiamo dire che si è ormai affermato sicuramente come uno dei più antichi Think Tank italiani.
Ha almeno 4 caratteristiche peculiari:
  • è un’ associazione senza fini di lucro
  • è composto da commentatori sui media italiani, giornalisti e professori universitari
  • i suoi soci vengono cooptati e appartengono ai più svariati orientamenti culturali e politici
  • è ferocemente orgoglioso della sua indipendenza soprattutto finanziaria, al punto da non accettare alcun finanziamento dall’esterno.
In omaggio alla trasparenza voglio dire che questo è l‘unico evento pubblico del Club dell’Economia ed è finanziato dalle quote dei soci e dalla cortesia di BNL e Abi che hanno messo a disposizione il loro contributo in natura, fornendo questa magnifica sala e l’organizzazione sottostante.
L’obiettivo del Club è contribuire ad accrescere la conoscenza dei fenomeni economici, attraverso i nostri articoli ed i nostri interventi, ma anche contribuire ad affrontare alcuni mali dell’economia italiana, con giornate di studio come questa, nelle quali afferriamo un tema che ci sembra rilevante per il Paese e ne lanciamo l’approfondimento per fornire a chi può agire strumenti per decidere.
Per far questo nell’interesse del Paese, non serve denaro ma servono due caratteristiche che avèvano le persone di cui ci occupiamo oggi:
  1. la capacità e la lucidità intellettuale di andare contro corrente che aveva Ezio Tarantelli nei suoi studi e nelle sue proposte di economista
  2. e l’onestà intellettuale, la competenza e la sfrontatezza nella ricerca della verità che aveva Livio Magnani nei suoi articoli.
E sono queste due motivazioni che ci spingono ogni anno ad assegnare il Premio Tarantelli per la miglior idea economica dell’anno, senza guardare alla ricerca del consenso e della facile popolarità e, da quest’anno, anche il Premio Magnani ad un giovane giornalista economico.
Mi soffermo sul Premio Tarantelli . Luca Tarantelli, che ha scritto un libro sul papà e la mamma Carole vi diranno tra poco di Ezio. Fra molte autorevoli candidature il Club dell’Economia ha deciso quest’anno di premiare Elsa Fornero per aver istituito l’ASPI, questo nuovo strumento assicurativo (guardare la novità è una polizza, non l’ennesimo sussidio dello Stato) con il quale si danno tutele e denaro a disoccupati che prima non ce l’avevano, si riordina la materia degli ammortizzatori sociali e si prepara il terreno ad una politica attiva di riqualificazione reinserimento di lavoratori espulsi dal mercato del lavoro.
Perché Fornero e perchè l’ASPI, vi chiederete Tra le molte cause dei mali dell’economia italiana c’è a nostro parere anche l’incapacità di dare al capitale umano, siano giovani istruiti in cerca di lavoro o lavoratori disoccupati con competenze ormai marginali come lo sono le loro aziende che chiudono, quel saper fare richiesto dalle aziende che cercano di stare al passo delle nuove tendenze del mercato del lavoro, al di là della tradizionale specializzazione industriale italiana.
Premiando Fornero per l’ASPI abbiamo voluto non solo guardare indietro, cioè riconoscere quanto fatto per difendere i più deboli, spesso giovani o
ultracinquantenni, ma guardare avanti e richiamare l’attenzione sul fatto che manca ancora una parte non meno importante della riforma: quella dei centri dell’impiego, connettere chi cerca lavoro e chi offre lavoro, istruire chi lo cerca perché venga assunto da chi lo offre.
Voglio ricordare un fatto appreso di recente che riguarda un grande gruppo italiano all’estero.
Questo grande gruppo multinazionale (NON è la Fiat) i voleva fare un investimento ingente sul mercato americano , e dunque ha chiesto a tutti gli Stati,
candidati ad accogliere uno stabilimento, quali erano le agevolazioni che avrebbero potuto offrire. Tutti o quasi hanno offerto terreni gratuiti e incentivi fiscali, uno solo ha fatto una cosa in più: ha chiesto all’azienda : quali figure professionali vi servono per investire da noi? Ottenuta la lista, dagli ingegneri ai chimici specializzati fino agli operai , li ha formati a sue spese con le competenze richieste e li ha consegnati al Gruppo italiani che li ha assunti.
Se l’azienda italiana lo avesse chiesto al sistema formativo italiano, avrebbe ottenuto la stessa cosa?
Ora vorrei dire del Premio giornalistico.
Premiando Goria, un giovane che non ha ancora 30 anni ma ha qualità, preparazione e vivacità da segnalare, abbiamo voluto indicare che nel giornalismo economico c’è bisogno di onestà intellettuale, competenza e anche di una certa dose di sfrontatezza. Tutte caratteristiche che si accompagnano in genere alla giovane età e che ci sembra Goria abbia per l’esperienza cumulata fin qui.
Vorrei citare 3 esempi in cui una certa sfrontatezza giornalistica non guasterebbe:
1° esempio: Esistono nel Paese mercati protetti, barriere all’ingresso, ambiti nei quali la concorrenza è scarsa, inesistente o peggio distorta da una carente etica pubblica e privata. Ci vuole sfrontatezza per affrontare questi ambienti che ostacolano la crescita , rallentano lo sviluppo, rendono più difficile l’accesso degli esclusi al mondo del lavoro.
2° esempio. Nessuno vuole il ritorno all’economia di stato o alle partecipazioni statali del ventennio 1970-90, ma ci vuole un po’ sfrontatezza per dire che talvolta, quando qualche grande capitalista privato truffa lo Stato ed i risparmiatori , compie il più grave torto proprio a quell’economia di mercato che rappresenta fa il più grande favore a chi non aspetta altro per allargare la presenza dello Stato nell’economia. Ed al contrario, quando la politica parla di privatizzazioni ma pensa solo alle spiagge o all’Eni ed all’Enel, dimentica che c’è un capitalismo municipale fatto di società comunali regionali provinciali, dove non solo non si privatizza nulla per non rinunciare a nominare presidenti amministratori e consiglieri, ma non si fanno nemmeno gare per aprire il mercato a chi potrebbe raccogliere rifiuti illuminare le strade meglio e e spendendo meno.
3° esempio su cui un po’ di giovane sfrontatezza non guasterebbe. Nessuno vuole la fine del sogno Europeo o dell’Euro, ma ci vuole sfrontatezza per esempio per andare contro corrente e studiare, senza pregiudizi, quedllo che scrive il prof. Giuseppe Guarino quando denuncia il Golpe dell’Euro alludendo al fatto che non si può con un Regolamento scritto da burocrati in tedesco che impone austerità e depressione in tutta l’Europa, modificare un Trattato quello di Roma e Lisbona che prometteva crescita, benessere e felicità in tutta Europa. Non può in sostanza dice Guarino, un atto di rango inferiore modificare una legge di rango superiore. E’ come se una ordinanza di una comunità montana cambiasse la Costituzione italiana.
Con i nostri premi vogliamo dire questo.
Ma lasciatemi dire – e concludo – un’ultima cosa sul modello di Europa di questi anni.
Vedete, noi pubblichiamo sul sito del Club dell’economia quasi tutti gli articoli che scrivono i soci sui loro giornali. Ed io in particolare prima di pubblicarli li leggo tutti, da Cipolletta a De Rita da Debenedetti a Giannini da De Bortoli a Clericetti, da Di Vico a Pirani, da Giovannini che nei ritagli fa anche il ministro, a Savona e da Pedone a Sarcinelli e mi scuso per i soci che non cito.
Tutti noi abbiamo affinità personali ma orientamenti culturali e politici i più diversi.
Ma, credetemi, non ce uno di noi che ritiene questo modello di Europa accettabile.
L’idea di fondo era che , centrata su un mercato unico e poi una moneta unica l’Europa costruisse un’area di pace , di prosperità, di sussidiarietà dove i ricchi aiutano i meno ricchi; la stessa tensione ideale che consentì la riunificazione delle due Germanie e tollerò per molti anni una Germania palla al piede dell’economia europea.
Il fatto che oggi la Germania della signora Merkel, dimentichi il passato non è solo ingratitudine ma miopia politica, autolesionismo strategico, forse calcolo egemonico, perché genera proprio quei sentimenti antieuropei con i quali non si fa l‘Europa L’Idea sottostante oggi sembra quella di una Europa calvinista, dell’ austerità e della depressione, fatta solo per i più bravi, che bisogna meritare espiando le colpe dell’eccesso di debito, che bisogna guadagnarsi con la penitenza dell’impoverimento, delle politiche depressive, della svalutazione interna che, visto che la svalutazione del cambio non è più praticabile, si traduce in meno salari, meno impresa, meno occupazione, meno investimenti, con lo spread che fa pagare alle imprese italiane tassi d’interesse più alti e trucca la competizione internazionale.
Noi abbiamo i nostri santuari del privilegio ancora inviolati le nostre zone franche da illuminare e riformare. Lo stiamo facendo, dovremo proseguire.
Ma un avanzo commerciale come quello tedesco, 840 miliardi di euro dal 1999 al 2012 verso i cinque paesi del sud Europa, e di ben 56 miliardi di euro nel solo 2012, grazie alla stabilità dell’Euro e fatto di molto export verso di noi e poco importazioni da noi, genera un fiume di risparmio verso la Germania che anziché finanziare il nostro debito pubblico finanzia il loro.
E siamo al paradosso che i capitali italiani alimentano a basso costo l’industria tedesca. Altro che denaro tedesco in aiuto dei paesi periferici come l’Italia!
Bene, questa idea dell’Europa non ci piace, ma soprattutto nessuno l’ha votata.
Segmenta i mercati- penso al credito – contraddice il mercato unico, porta – cito Antonio Fazio – al bradisismo dell’economia, al progressivo,inevitabile
impoverimento del Paese, alla sua svendita.
E qui vengo al dibattito di oggi che si intitola Vendesi Italia? Vedete c’è un punto interrogativo. Noi non sappiamo se l’Italia è in vendita. Potremmo avere qualche indizio, qualche impressione. Ma vorremmo indagare se questo è il destino che attende il Paese.
La Ricerca “A chi conviene l’Italia” che illustrerà Giuseppe Roma, ha dato risultati sorprendenti su chi vince e chi perde, e ci aiuterà a capire se c’è il modo di battere i pugni a Bruxelles per cambiare con i mezzi della politica il profilo di questa Europa.
E se ce la faremo o no.
Grazie
 
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