• martedì , 22 Giugno 2021

Una divinità chiamata Core Tier

Mario Draghi ha iniziato il proprio mandato alla Bce prendendo la decisione per nulla scontata di ridurre il tasso di riferimento. Quel che piace ancora di più sono le giustificazioni teoriche usate da Draghi: un modello reale del tutto accettabile a un keynesiano e un modello monetario in cui l’analisi dell’inflazione precede e non segue quella della quantità di moneta. La presa di distanza dal monetarismo, sin qui “religione di stato” a Francoforte, non potrebbe essere più netta. Sono notizie positive per le affannate banche europee, in particolare per quelle del Sud e Centro Europa, e anche per quelle, come le francesi e irlandesi, che si sforzano di parlare con “accento settentrionale” ma sono costrette a esibire bilanci assai “meridionali”. Ma esistono in Europa, all’ora attuale, banche i cui bilanci possano dirsi al sicuro da quel che accade nel nostro continente, specie ad opera dei governanti europei? A guardare quel che è stato capace di combinare il duo MerkelSarkozy nell’ultimo anno, verrebbe da dar ragione a Friedman e Hayek, che considerano ogni intervento governativo come perturbatore dell’equilibrio a cui il sistema economico naturalmente tende.
Come ha rilevato persino la Goldman Sachs qualche giorno fa, dalla sciagurata dichiarazione di Deauville del 28 ottobre 2010, con la quale il duo franco tedesco annunciava che le banche avrebbero dovuto assorbire parte della perdita di valore del debito pubblico greco in loro possesso, il disordine è tornato nel sistema bancario europeo, riportando a zero quel poco di risanamento che si era ottenuto dopo la crisi del 20072008.
Il contagio al debito pubblico spagnolo e italiano è stato rapidissimo. Con il contagio, la segregazione dei problemi ai piccoli paesi è divenuta impossibile. Da quel momento, una sola domanda ha agitato i mercati: quanti e quali titoli di stato di paesi a scarso merito di credito hanno in portafoglio le banche?
La neonata Autorità bancaria europea (Eba) ha ritenuto suo compito far luce su questo, poiché deve vigilare sull’equilibrio del sistema bancario europeo. Ha interpretato tale compito ordinando al sistema in generale di valutare in bilancio tutti i titoli di stato ai prezzi di mercato, anziché a quelli nominali, anche quando si tratta di titoli tenuti fino alla scadenza e non per motivi di negoziazione.
Che gli stati, al contrario delle imprese, non possano fallire, lo credeva Walt Wriston, storico capo di Citybank. Negli anni novanta Argentina e Russia mostrarono che aveva torto. E che i paesi “seri” non possano fallire ha mostrato di crederlo John Corzine, che acquistò fama in Goldman Sachs. Messosi in proprio, ha comprato debito pubblico italiano ai sacrificati valori di questi mesi, dichiarando di esser certo di poterlo vendere con profitto a fine 2012. Non aveva fatto i conti con Berlusconi e il suo inesistente governo: la ignavia governativa italiana ha fatto perdere fiducia ai finanziatori di Corzine e questi hanno ritirato i capitali dalla sua impresa finanziaria. Questo almeno dice la “historia oficial” come appare sui giornali americani.
Aver creduto ciascuna nei titoli di stato del suo paese ha portato assai male alle banche italiane e spagnole. Se Roma e Madrid piangono, tuttavia, Parigi e Francoforte non ridono. Nota con acume il secondo Financial Stability Report della Banca d’Italia testè pubblicato, che le azioni di tutte le banche europee, inglesi e americane, oscillano insieme sui mercati. Non ci sono, infatti, solo i blues di Palazzo Chigi a turbare i sonni ai banchieri.
Anche quel che accade a Budapest li preoccupa non poco. Viktor Orban, primo ministro magiaro, ha infatti decretato che i suoi concittadini che hanno acceso mutui in valute forti negli anni del boom, ora siano tenuti a ripagarli al tasso di cambio assai più favorevole al Fiorino, che vigeva alla data di accensione del mutuo stesso. Visto che alcuni ritengono che una delle conseguenze della decisione dell’Eba sull’adeguamento dei capitali delle banche colpite dalla crisi dei titoli di stato, sarà l’ordine di rientro su parte dell’attivo per le proprie partecipate nell’Europa centrale, l’esempio di Orban potrebbe essere contagioso.
Gli irlandesi non sono da meno. Quelli che per i giornali della City sono virtuosi e sfortunati, hanno reso noto agli acquirenti delle proprie obbligazioni l’intenzione di rimborsarle al 20% del valore nominale, entro una data fissata dagli stessi emittenti, dopo la quale le stesse obbligazioni saranno rimborsate addirittura a un centesimo su ogni euro di valore nominale. Se ne sono accorti a loro spese alcuni clienti italiani, come al solito opportunamente consigliati dalle proprie banche.
Finora, le banche dei paesi a tripla A hanno ricevuto richieste assai più modeste di adeguamento di capitale da parte della Eba, perché hanno in portafoglio titoli di stato dei propri paesi, che hanno guadagnato valore mentre gli altri perdevano e quindi possono compensare le perdite sui titoli dei paesi a scarso merito di credito. Ma non è detto che le cose debbano andare necessariamente dove vuol mandarle la Eba, dominata dai cosiddetti “paesi virtuosi”. Le banche di questi ultimi sono ancora piene di titoli tossici accumulati negli anni del grande boom, e la ricaduta in una fase ossessiva di sfiducia nelle controparti può rendere il reperimento di liquidità sui mercati assai penoso e oneroso anche per loro.
Nulla si è detto finora sulle banche francesi. Nei loro portafogli ci sono masse di titoli di stato italiani e di altri PIIGS e grandi quantità di titoli tossici, eredità della “grande bouffe” di qualche anno fa. E’ evidente che il loro destino dipende completamente dal permanere della tripla A sui titoli di stato francesi, il cui valore compensa in parte le immobilizzazioni in titoli di poca qualità. E quindi la Francia è nelle mani delle agenzie di rating. Queste erano state parecchio delegittimate in tempi recenti. Ora, grazie alla Eba, sono di nuovo in auge e forse mostreranno la loro gratitudine continuando a valutare i titoli francesi con indulgenza e quindi facendo grazia anche alle banche d’oltralpe per quanto riguarda le necessità di nuovo capitale.
Restano le banche tedesche. L’Eba nel suo campione ne ha inserite dodici, mentre ne ha messe cinque italiane. Sono numeri che dovrebbero far riflettere sulla salute relativa del sistema bancario germanico. Dal cui cuore, quando sono state annunciate le decisioni dell’Eba sulle necessità di capitale si sono levate alte grida di deprecazione.
In realtà è tempo di chiedersi (come fanno parecchi di noi ormai da decenni, inclusi un paio di economisti illustri, come Stiglitz e Ackerlof) quanto è ragionevole considerare il coefficiente di capitalizzazione un indicatore affidabile di solidità bancaria. Costringere le banche ad aumentare tale coefficiente può indurre le stesse a rischiare di più per mantenere i propri profitti. Nella congiuntura attuale, infine, la previsione di doversi presentare su un mercato dei capitali con quotazioni di borsa basse può indurre le banche a non aumentare il proprio capitale ma a diminuire il proprio attivo. In patria e nell’Europa centrale. Ci vorrà ben più dello 0.25% decretato da Draghi per salvarci da una nuova recessione in Europa, la minaccia già incombente da lui adombrata nella conferenza stampa del tre novembre. A evitare un destino da governatore giapponese, gli consigliamo di dire una parola a Giovanni Enria o meglio, a quelli che dominano il suo Consiglio.

 
Fonte: Affari & Finanza del 7 novembre 2011

Articoli dell'autore

Commenti disabilitati.