• sabato , 5 Dicembre 2020

All’ultimo minuto

IL MELTDOWN dell’euro è stato rinviato a data da destinarsi – comunque remota. I mercati, con l’euforia degli ultimi giorni, avevano previsto questo esito e hanno indovinato. Il Consiglio dei capi di stato e di governo dell’area dell’euro sembra avere scelto, finalmente, una strategia coerente che, se attuata senza riserve, aiuterà l’Europa a superare questa crisi.
Per la Grecia, e anche per Portogallo e Irlanda, la politica dell’area dell’euro è stata sinora incoerente e inefficiente: ha concesso un sostegno tardi e malvolentieri, ma a condizioni incompatibili con una ragionevole possibilità di sopravvivenza, perché la durata troppo breve e il costo esoso dei prestiti inasprivano insopportabilmente l’onere del necessario aggiustamento.
Al tempo stesso si voleva ad ogni costo evitare un evento di insolvenza (come in Russia nel 1998 o in Argentina nel 2001): non tanto per amore dei greci o dei portoghesi o degli irlandesi, quanto per il timore delle conseguenze di sistema su tutte le istituzioni finanziarie e degli effetti di contagio su altri paesi strutturalmente meno solidi, anche se in condizioni finanziarie migliori (se si è lasciata fallire la Grecia, perché non la Spagna o l’Italia?).
Si è ora deciso di assicurare la sopravvivenza della Grecia non solo con un nuovo programma di aiuti di 109 miliardi (già previsto); i prestiti concessi dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf) ai tre paesi in difficoltà avranno durata di almeno 15 anni (raddoppiata) e un costo non superiore a quello che il Fesf (garantito soprattutto dai paesi più forti) paga per finanziarsi (con una riduzione di circa tre punti rispetto alla situazione attuale). Negli ultimi mesi e nelle ultime settimane, mentre già il contagio si diffondeva, una confusa disputa fra la Banca centrale europea e la cancelliera tedesca sulla partecipazione del settore privato al costo del sostegno alla Grecia impediva ogni decisione: la voleva la signora Merkel, per placare il suo elettorato; la rifiutava la Bce, perché avrebbe potuto provocare tecnicamente un evento di insolvenza, incompatibile con il finanziamento delle banche greche. Il comunicato configura una partecipazione volontaria, ma già accolta dal sistema bancario, con scelta fra varie opzioni; la cifra è stimata in 37 miliardi (una probabile concessione alla Germania). Le agenzie di rating eccepiranno che si tratta pur sempre di una scelta necessitata,e come tale sintomo di insolvenza la Bce potrà per una volta rispondere come Enrico V in Shakespeare: we are the makers of manners – siamo noi, e non altri privati, a decidere le nostre regole. Dicono comunque i capi di Stato che d’ora in poi i giudizi delle agenzie di rating dovrebbero ricevere minore considerazione; e hanno ragione.
Il Fesf era nato alquanto asfittico: di poco era dotato e poco poteva fare, essendo la sua attività limitata a prestiti ufficiali. Il Consiglio ha deciso di aumentarne la flessibilità. Potrà d’ora in poi fare prestiti ai governi anche per ricapitalizzare le istituzioni finanziarie e intervenire sul mercato secondario dei titoli di stato quando occorra evitare fenomeni di contagio e qualora si manifestino condizioni eccezionali di instabilità: in chiaro, la scorsa settimana e questo lunedì il Fesf avrebbe potuto intervenire in acquisto di Btp (come non ha fatto la Bce).
Ottimo il programma, ma scarsii mezzi: la dotazione del Fondo non è stata aumentata; i pochi soldi che ha difficilmente basterebbero per i suoi ambiziosi propositi.
All’Italia e alla Spagna sono dedicate espressioni benevole, con un impegno implicito, e esplicito se si tratta di banche, a offrire adeguato sostegno.
Sono, quelle del Consiglio, decisioni sagge, che dovrebbero essere completate con un aumento adeguato di risorse. Se fossero state assunte dieci mesi fa, avrebbero risparmiato molte pene a minor costo. Ma tant’è: l’Europa va avanti solo per emergenze dell’ultimo minuto.

 
Fonte: Repubblica del 22 luglio 2011

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