• sabato , 5 Dicembre 2020

La strategia del rammendo

DI SOLITO i debitori in difficoltà chiedono un sostegno finanziario che gli arcigni creditori riluttano a concedere. Avviene ora il contrario. Da Bruxelles e da Francoforte si vorrebbe che l’ Irlanda, sotto attacco nei mercati, chieda un prestito. Un prestito a valere sullo sportello di stabilizzazione (440 miliardi) o sul meccanismo comunitario (60 miliardi) istituiti lo scorso maggio, sino al 2013, per assicurare un salvagente ai paesi in difficoltà; ma gli Irlandesi non vogliono saperne. Il consiglio serale dei ministri finanziari troverà forse una soluzione a questa singolare disputa: sarà comunque una soluzione estemporanea e insoddisfacente. L’ Irlanda, fino a tre anni fa modello di rettitudine fiscale, fu così violentemente colpita dalla crisi finanziaria da prendere il nostro posto nella “i” dell’ acronimo pigs. La pietra al collo dell’ Irlanda fu, ed è, il suo sistema bancario: banche che avevano finanziato senza remore un boom edilizio, commettendo eccessi che una vigilanza seria non avrebbe mai consentito, e che ora devono essere garantite e sostenutea spese del bilancio pubblico. Le pesanti misure di austerità, civilmente accettate dalla popolazione, non hanno evitato una impetuosa crescita del debito pubblico, mentre non si intravede il fondo del pozzo delle perdite bancarie. Ciò essendo noto, tre eventi hanno acuito nei giorni scorsi la ripulsa degli investitori verso l’ Irlanda: una dichiarazione fuori tempo della cancelliera tedesca sulla necessità di accompagnare l’ aiuto ai paesi in difficoltà con una ristrutturazione del debito onerosa anche per i detentori privati di titoli pubblici – dopo il 2013, è stato poi precisato, ma troppo tardi; la decisione di una controparte centrale, ossia di un ente che compensa le transazioni di titoli in acquisto e in vendita, di esigere un margine di garanzia assai elevato sui titoli irlandesi; l’ emersione di nuove ed elevate perdite della banca più grande e massimamente delinquente, che hanno aggiunto un altro 10% al disavanzo. Con tassi d’ interesse superiori all’ 8% sul mercato secondario, è evidente che piazzare nuove emissioni sarebbe un azzardo suicida: così furono giustificati i prestiti alla Grecia e a questo dovrebbero servire i meccanismi di stabilizzazione. Ma – obiettano gli irlandesi – finoa giugno non c’ è bisogno di andare sul mercato, perché i fondi per il bilancio pubblico sono già in cascina: perché dunque sottoporsi in anticipo alla spiacevole procedura di una richiesta di prestito e alle condizioni connesse? Forse non si tratta solo di orgoglio nazionale, anche perché è difficile concepire un’ austerità più austera di quella già accettata. Si narra infatti che una condizione che i maggiori paesi europei sarebbero lieti di imporre è l’ aumento dell’ imposta sulle società: l’ aliquota del 12,5% è stata la calamita che ha indotto molte società europee a insediarsi in quella verde terra e l’ Irlanda non vuole rinunciarvi. A questi argomenti vengono rivolte due obiezioni. La prima è che le banche irlandesi campano abbeverandosi alla fontana di liquidità generosamente offerta dalla banca centrale europea: prestiti all’ 1% per un quarto dell’ offerta totale della Bce e per oltre il 10% dell’ attivo. Se il getto della fontana si riducesse (come dovrà ridursi), sarebbero guai. La seconda è che una continua tensione sui titoli irlandesi produce inevitabilmente contagio in tutta la periferia dell’ Unione (come è avvenuto per l’ Italia, per il Belgio e finanche per la Francia). Mancando un disegno complessivo e di vista lunga, si continuano a porre obiettivi irraggiungibili e a mettere pezze che durano poco. Senza una ripresa della crescita, il contenimento degli aumenti del debito provocati dalla crisi sarà impresa difficile, e forse impossibile per qualche paese. Le strette fiscali quando sono violente, quando avvengano in più paesi allo stesso tempo e quando il cambio è fisso hanno effetti recessivi difficilmente evitabili: se concentrate nel tempo mettono a rischio la continuità aziendale di un paese, senza risolvere altri problemi come quelli del sistema finanziario. Saggezza vorrebbe che il risanamento finanziario dei paesi della periferia europea fosse programmato su un arco non breve di tempo, imponendo ad essi condizioni dure e scadenze precise, ma assicurandone la sopravvivenza: i mercati ne sarebbero soddisfatti. Ma poiché la lungimiranzae la saggezza sono estranee ai governanti di questa Europa, si continuerà, con grande pena e grande costo, a vivere di espedienti.

 
Fonte: La Repubblica del 17 novembre 2010

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