• lunedì , 17 Maggio 2021

Il Cennsis, la Sibilla d’Italia

Inventori da sempre di puntuali, a volte folgoranti formule capaci di incasellare in poche espressioni il quadro socio-politico-economico del Paese, Giuseppe De Rita e i suoi collaboratori quest’anno debbono avere faticato un po’ più del solito a trovare, per il 39° rapporto del loro Censis, la definizione secca e quasi apodittica. Hanno dovuto articolare ancor più concettosamente rispetto ad altre volte ciò che dell’Italia, come lo stesso De Rita dice, essi “annusano” (e va detto che i loro debbono essere nasi capaci di fare invidia ai cani da tartufo, posto che ci azzeccano quasi sempre). Cosa hanno dunque “usmato” (per dirla stavolta in ruvido lombardo) De Rita, la sua “gens” e il Censis ? Che l’Italia, intanto, si è stufata di piangersi addosso. Che ha capito di non essere in verità agli ultimi giorni di Pompei. Che certi “fondamentali” (intesi come caratteristiche operative dei nostri connazionali) vengono mano a mano recuperati. Sicchè il Paese si è scrollato di dosso buona parte della mestizia dalla quale s’era fatto accompagnare per anni, ed ha ripreso a respirare. Soprattutto, s’intende, economicamente. Molte imprese hanno rimesso i remi fuori della barca, hanno cambiato comportamenti sforzandosi di adeguarsi a realtà diverse, cercando di viverle, queste realtà, al meglio possibile. Il Paese è più tonico, ultimamente : però la ripresa (parziale) e certo rilancio (egualmente parziale) sono bacati. Hanno non pochi “virus” in sé, non estirpati. Per cui, con un pizzico di intelligente ironia, il 39° rapporto Censis si chiede se certo soprassalto di vitalità ora individuabile non debba magari assimilarsi a quello della verdiana Violetta Valéry in Traviata (nonché “dumasiana” Margherita Gautier) , che proclama di sentir rinascere in sé un “insolito vigore” salvo poi stramazzare stecchita due minuti più tardi (per l’inesorabile approdo dell”atro morbo” che l’affliggeva da tempo). Morale : non siamo (o non siamo più) a climi da lutto stretto, economicamente ed anche socialmente, per cui hanno certamente torto le prefiche del britannico “The Economist” , per esempio, che da tempo vanno preconizzando -e ultimamente l’hanno fatto con un certo dispiego di spazio- il nostro affondamento ; però neppure si sa se, e quanto, tale maggiore tonicità potrà durare, e dove saprà condurre. Né se si arenerà. Vi sono, vi sarebbero, infatti, elementi atti sia a far prevedere un irrobustimento della ripresa (su basi diverse rispetto al passato, peraltro), sia a lasciar immaginare per contro la catastrofe dietro se non il primo, il secondo angolo. Sul versante dell’interpretazione (e della speranza) più ottimistica, per esempio, c’è che gli italiani, confermando l’antica vocazione a cavarsela quasi sempre in ogni circostanza, e la capacità di rimettere in linea con opportuna tirata di “cloche” l’aereo quando è in procinto di schiantarsi a terra, hanno rimediato e rimediano a modo loro a tutta una serie di eventi che via via hanno negativamente condizionato dinamica e sviluppo economici. Sono oggettivamente finite in crisi irreversibile tante produzioni, gli effervescenti “distretti” sono un ricordo, la nostra competitività industriale fa acqua, la concorrenza di cinesi e indiani ha polverizzato tante nostre sicurezze ? Certo, eccome. Ma il Paese prende a reagire, in mille rivoli di iniziative che poi trovano la loro statistica conferma nei saldi della demografìa aziendale : nascono più imprese di quante ne muoiano. Non più nell’industria, magari, e segnatamente non più nella manifatturiera : bensì nei servizi e nella logistica per le imprese, per esempio. Mentre accade in contemporanea che siano pur sempre degli italiani a ricreare in lontani Paesi qualcosa che concettualmente e organizzativamente ricorda appunto i distretti acciaccati in casa. O può accadere che qualcuno vada a produrre con successo mozzarelle nell’egiziana Valle dei Templi, o a vendere frigoriferi agli esquimesi. Il tutto in un’ottica di business nella quale in genere la produzione cede senza rimpianti lo scettro alla commercializzazione e al servizio, utilizzando al meglio la carta sempre e ancora vincente dell’ “italian style” in grado di sopravvivere al declino del “made in Italy” in senso stretto. Gli italiani insomma starebbero provando a cavarsela, e riuscendovi ; il che è testimoniato anche dalla perdurante constatazione della robusta diffusione di ricchezza individuale, e la sempre forte (anzi, forse ancora più forte di prima) patrimonializzazione delle famiglie : molto fondata ancora sugli immobili (il cui “boom” è sì rallentato ma non si è esaurito) , ma anche gradualmente di più su valori mobiliari. Il convento italiano, misurato in termini di prodotto lordo interno, potrà anche tendere a impoverirsi, ma i frati che lo abitano sono tuttora grassi. Con gravi e crescenti disuguaglianze rispetto ai magri, peraltro : e proprio di qui può prendere le mosse un legittimo “cahier des doléeances” capace di far supporre poi quel deterioramento vero e profondo, nonché prossimo e venturo, che tuttora aleggia e che potrebbe condurre Violetta Valéry a stramazzare. I più incisivi aspetti del rischio reale di affondamento il Censis li individua (oltre che nella pochezza delle politiche e dei politici nostrani, nella diffusa quanto assurda ostilità alle modernizzazioni e alle riforme, nella scarsa capacità di guardare lontano) in due elementi : nel fatto che andrebbero calando (per una diversa forma di stanchezza psicologica che pur non collutta con la maturata insofferenza per la cultura del declino) certa soggettività positiva dei comportamenti, da un lato, e dall’altro lato nel fatto che andrebbe affievolendosi l’”energìa sociale” (del che sarebbe per esempio prova anche che magari in piazza si ulula, ma poi non accade nulla, e le stesse mobilitazioni di massa lasciano il tempo che trovano : dopo aver strillato tutti se ne tornan quieti a casa, ciascuno per sé e Dio per tutti). Nel 39° rapporto Censis (che non a caso è come sempre un volumone) c’è naturalmente l’argomentata spiegazione delle diverse “annusate”, con ricco corredo di dati, riferimenti, cifre, confronti : elementi tutti i quali forse non “dimostrano” propriamente, ma alla dimostrazione assai si avvicinano. La ragionata radiografìa vede ben sviscerati gli argomenti. Manca appunto, si diceva, lo slogan ultimativo, quasi che l’edizione 2005 incappi in un deficit mass-mediatico. Lascerà forse interdetti quanti dalle annuali fatiche del Censis si attendono consensi o dissensi rispetto ad una linea politica, e vorrebbero giovarsene per la propria. Forse lascerà perplesso anche chi vorrebbe trovarvi un aiuto maggiore per capire cosa possa essere tra breve l’Italia, e dove finirà il suo oggi sconcertantissimo percorso. E se fosse un problema di virgole, come nel caso della mitica Sibilla che metteva in crisi chi la consultava alla vigilia della partenza per la guerra (con quel suo “ibis redibis non morieris”, dove appunto, a seconda di dove uno volesse immaginare di veder posizionata una virgola, ogni pur capovolta interpretazione era legittima ) ?

 
Fonte: Euroborsa del 5 dicembre 2005

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