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Lavoro e società |
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Giuliano Cazzola
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Il Riformista del 4 aprile 2006 |
Abolire l'Ici? più marketing sociale che politica per il Paese
In tanti anni di “discesa in campo” Silvio Berlusconi non è riuscito a capacitarsi di una regola fondamentale: c’è una differenza sostanziale tra la politica e il marketing. Fare politica significa, prima di tutto, saper combinare i concetti di ethos (la forza morale al servizio di un’idea) e di kratos (l’esercizio del potere finalizzato al raggiungimento dei propri valori/obiettivi).
Occuparsi di marketing vuol dire saper commercializzare un prodotto, facendo leva sui bisogni, desideri e illusioni del consumatore. E’ vero: anche alla politica è utile una buona dose di marketing, quando si tratta di catturare quel consenso che è il carburante della democrazia. Ma la statura del leader politico si rivela quando riesce a convincere gli elettori a condividere ed appoggiare scelte difficili, ma necessarie; non quando si mette a tavolino ad immaginare quale promessa può consentirgli di “comunicare” e di piacere.
Ecco perché – pur restando tuttora orientato, il 9 aprile, a “cercare la bella morte” con la CdL – lunedì scorso, alla fine del match Berlusconi-Prodi, ho avuto la sensazione che la battaglia fosse sicuramente perduta, proprio quando il Cavaliere ha giocato – a freddo – la carta dell’abrogazione dell’Ici sulla prima casa. Non perché la proposta sia, in sé, sballata ed insostenibile. Non essendo ambedue i programmi all’altezza delle reali esigenze dell’economia e della società (che richiedono rigore e sacrifici), una promessa elettorale in più non aggiunge o toglie serietà ad una competizione deludente e a progetti discutibili. E’ un fatto, però, che la mossa di Berlusconi (pur gettando lo scompiglio, come al solito, nel fronte degli avversari) non abbia convinto l’opinione pubblica, la quale ha accolto – con indifferenza e con un pizzico di dispetto – l’evidente raggiro, improntato alla captatio benevolentiae, sottostante alla proposta formulata in zona Cesarini dal premier. Gli italiani non sono certamente come li ha apostrofati il Cavaliere all’Assemblea della Confcommercio; ma non amano neppure lasciarsi convincere da suggestioni pensate apposta per colpire la loro fantasia. Purtroppo, la storia non è mai maestra di vita. Altrimenti Berlusconi avrebbe fatto tesoro dell’esperienza compiuta dal centro-sinistra in vista della consultazione elettorale del 2001. Allora, l’esecutivo presieduto da Giuliano Amato - alla ricerca di alleanze (che poi non ci furono) col Prc e nel tentativo di risollevare prospettive elettorali volte al peggio - pensò che fosse venuto il momento, nella Finanziaria 2001, di abolire, nel giro di qualche anno, tutti i ticket sanitari, cominciando subito da quelli sui prodotti farmaceutici. La spesa convenzionata schizzò immediatamente in alto: 3 miliardi di euro in più nel 2001 e nel 2002, rispetto al 2000; un incremento di 3 punti dell’incidenza della spesa farmaceutica sul complesso della spesa sanitaria pubblica. Il Governo Berlusconi si guardò bene dal ripristinare le quote di compartecipazione. Abrogò le norme che estendevano progressivamente l’abolizione dei ticket alle altre prestazioni sanitarie, ma non se la sentì di fare marcia indietro sui farmaci. Approfittando della posizione anomala dell’industria del settore (costretta a dipendere dallo Stato), il Governo e le Regioni dovettero assumere politiche dirigistiche in tema di prezzi, allo scopo di contenere la spesa dell’assistenza farmaceutica convenzionata entro il tetto del 13% rispetto a quella totale del SSN. Le misure adottate - ancorché nefaste per gli equilibri di un settore produttivo strategico – non riuscirono a raggiungere quel limite “virtuoso”. Lo squilibrio finanziario determinatosi nel comparto mandò a gambe all’aria l’intesa dell’8 agosto 2001 che avrebbe dovuto sistemare definitivamente le competenze e le pendenze tra Stato centrale e Regioni, prima di trasferire a queste ultime (in conseguenza del federalismo) la governance della sanità. Anche oggi – nonostante la devolution – non è ancora compiuto un assetto definito e condiviso. Alla fine del 2000, il centro-sinistra pensò che gli italiani avrebbero apprezzato l’abolizione degli “iniqui” ticket, nonostante che, ovunque nel mondo, fossero previsti regimi di partecipazione del cittadino utente al costo delle prestazioni dei servizi sanitari pubblici, in funzione di contenimento dei consumi e in un’ottica di equità sociale. La mossa si rivelò un disastro sul piano finanziario e non portò fortuna su quello elettorale. Oggi, è lo ”odioso balzello” sulla casa d’abitazione ad immolarsi sul falò di un opportunismo truccato d’ideologismo.
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On.Andrea Ronchi Ministro per le Politiche Comunitarie
16/02/2010,
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Nani Beccalli Presidente e AD General Electric International Mario Recchi Vice Presidente General Electric South Europe
2/02/2010,
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Massimo Varazzani Amministratore Delegato della Cassa Depositi e Prestiti
19/01/2010,
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