• domenica , 25 Febbraio 2024

IMPRENDITORI E SCUOLA

di Franco Debenedetti e Alberto Mingardi

1. Titolo
I nuovi Musk o Zuckerberg? Difficile trovarli in aula. La provocazione di Michael Gibson: l’innovazione spesso è scollegata dal merito scolastico. Servono menti originali, multiformi e versatili, qualità che non si insegnano

2. Articolo di Alberto Mingardi
Il lettore di questo articolo non ha certo bisogno che gli si ricordi l’importanza dell’investimento in capitale umano. La metafora stessa tende a suggerire che le competenze sono qualcosa che si accumula. Per farlo, nulla di meglio che passare molti anni sui banchi di scuola. L’investimento in istruzione ha pressoché ovunque un buon ritorno: equivale a un reddito più alto, una volta entrati nel mondo del lavoro. In Italia, il peso degli abbandoni universitari e la percentuale di laureati, ancora inferiore rispetto alla media europea, ci rende molto attenti alla questione.

Nel 2010 il finanziere Peter Thiel cominciò a distribuire fellowship di trio mila dollari ad aspiranti imprenditori che avessero meno di 20 anni e non fossero iscritti all’università. Thiel voleva trovare degli inventori prima che avessero inventato alcunché «limitandosi a cercare fra persone che potevano appena votare e non avevano ancora l’età per ordinarsi una birra al bar». L’esperienza sarebbe stata, per tutti coloro che vi erano coinvolti, una scuola d’imprenditorialità.

Michael Gibson, filosofo e accademico mancato, comincia a occuparsi delle Thiel Fellowship subito dopo essere stato assunto da Thiel nel suo hedge fund. In seguito, con la collega Danielle Strachman, lancia un fondo di venture capital, 1517 (dall’anno in cui Martin Lutero affisse le sue tesi al portone della cattedrale di Wittenberg). Ha raccontato la sua storia in Paper Belt oh Fire (New York, EncounterBooks, pagine 374). La «Rust Belt» è la «cintura di ruggine» fra gli Appalachi e i grandi laghi in cui negli anni Cinquanta cominciò ad andare in crisi l’industria pesante.

Per Gibson la «Paper Belt» è la «cintura di carta» che partendo da Washington arriva a Boston: dove l’attività economica dominante è la produzione di carta, che si tratti di leggi come nella capitale oppure di titoli di studio nelle grandi università Ivy League. La sua aspirazione sarebbe metterla a ferro e fiamme.

Per Gibson, il merito accademico segnala al massimo la capacità di portare a termine dei compiti, soprattutto se le dimensioni sulle quali si verifica il successo degli studenti tendono a privilegiare il conformismo. Se un venture capitalist cerca il nuovo Mark Zuckerberg o il nuovo Elon Musk, deve sapere che per definizione il «nuovo» non emergerà da un social network o da un’impresa che produce auto elettriche. Il progresso dipende «dai contributi di milioni di innovatori che trovano nuovi modi di fare le cose». Thiel è affezionato all’idea che il progresso non sia più quello di una volta: «sognavamo delle macchone volanti e ci siamo ritrovati con i4o caratteri», si innova nei bit.e non negli atomi (perché questi ultimi sono iper-regolamentati). Gibson sottolinea un altro aspetto: se ci sono meno innovazioni è perché gli innovatori oggi sono più vecchi di quanto non fossero in passato. I percorsi universitari si sono dilatati e chi potrebbe innovare inizia più tardi. «Per accelerare il progresso, abbiamo bisogno di giovani che lavorino alle frontiere della conoscenza prima di quanto abbiano fatto in passato».

Nel capitolo centrale del libro, Gibs prova a delineare le caratteristiche del grande fondatore dita nuova impresa, Ne ha conosciuti, prima occupandosi delleThiel Fellowship e poi come venture capitalist. Ogni imprenditore di successo ha successo alla sua maniera, ma ci sono dei tratti comuni. Per l’attributo più importante, l’inglese non ha una parola: Gibson va a prenderla dal greco, è uno degli epiteti ricorrenti di Ulisse, «politropo», che significa qualcosa come di ingegno multiforme e versatile. «I grandi fondatori sono quelli che trovano sempre un modo. Questa è la massima virtù», dice Gibson. La quale a sua volta si compone di altre: l’abilità di fronteggiare l’incertezza senza essere né pavidi né eccessivamente sicuri, dosando sfrontatezza e prudenza; la flessibilità nell’adattare il proprio stile di leadership alla crescita dell’azienda (non appesantire di formalismi una start up, non pensare che possa continuare a crescere senza procedure raggiunta una certa soglia); quella che chiama «hyperfluency» ovvero la capacità di parlare a gruppi diversi e di rappresentare con sintesi e semplicità le questioni più complesse («uno dei talenti inconsapevoli di un grande leader»); l’intelligenza sociale ed emotiva di intrattenere relazioni con il banchiere ma anche con la segretaria, con finanziatori, consumatori, collaboratori; da ultimo, una motivazione talmente grande (che quasi mai ha a che fare con obiettivi esclusivamente monetari) da consentirgli di superare le avversità. Fondare un’impresa, per Elon Musk, è come mangiare vetro affacciati sul ciglio dell’abisso: non basta il bisogno, e nemmeno l’avidità, per tener duro in certi momenti.

E’ chiaro che stiamo parlando di talenti particolari, che non necessariamente aiutano a vivere una vita serena ma servono per fare l’imprenditore. Che non è cosa da tutti. Ma è difficile non dedurne che per scovarne di nuovi è più importante sapere se hanno mai aperto un chiosco di limonate o se si sono inventati un giornalino al liceo, di quanto non lo sia il libretto degli esami.

Non tutti possono fare gli imprenditori ma gli imprenditori sono il lievito del dinamismo economico, La convinzione .ormai diffusa che l’imprenditoria si possa insegnare in un’aula, o che comunque non possa uscire che da un’università, è forse una delle cause del nostro declino.

3. Commento di Franco Debenedetti
“I nuovi Mask o Zuckerberg? Difficile trovarli in Aula”. Un infortunio: si può solo chiamarlo così quello occorso a chi appose questo titolo ad un articolo di Alberto Mingardi sul Corriere della Sera del 22 Maggio. Tutti sanno che fu proprio all’Università che Zuckerberg e un paio di suoi amici, allo scopo di facilitare incontri tra i loro colleghi, inventarono quello che doveva diventare Facebook. Se è “difficile trovarlo in Aula” una volta, è per ragioni statistiche che è quasi impossibile ritrovarne un secondo.

Questo titolo rende un cattivo servizio all’autore dell’articolo ed a quello di Michael Gibson da cui prende le mosse, secondo cui “il merito accademico segnala al massimo la capacità di portare a termine dei compiti, privilegiando il conformismo”, mente invece assai più che il libretto degli esami è l’“aver aperto un chiosco di limonate o essersi inventati un giornalino al liceo” a indicare se uno ha le doti per fare l’imprenditore. Non so di quali statistiche si avvalga Gibson: io posso dare due eccezionali esempi di cui ho personale conoscenza. Mio padre, classe 1892, uno dei 7 figli di un avvocato di Asti, finito il liceo (classico of course) si iscrisse al Politecnico di Torino: ma poi guerra, spagnola, laurea. Libretto universitario e tesi più che rispettabili. Due anni dopo, con i soldi di alcuni zii, e con svizzeri e tedeschi a cui dà quote un cambio di tecnologia, fonda una società per fabbricare i tubi metallici flessibili, che venivano importati dalla Germania. Certo, la import substitution finanziata dal risparmio di dazi doganali è da sempre un classico: ma che cosa lo indusse a lanciarsi nell’avventura? Forse lo spirito di quegli anni: è nell’officina del Cav. Martina, suo primo impiego dopo la laurea, che nacque fu la prima automobile fabbricata a Torino. Fallì tre volte, crebbe fino a diventare una media industria, quando fu distrutta dalle bombe: la ricostruì un pilastro per volta. Aveva 85 dipendenti quando vi andammo a lavorare prima io e poi mio fratello: ma per la visione con cui affrontò e risolse problemi nostro padre è per noi il più autentico degli imprenditori. La storia di mio fratello Carlo è sufficientemente nota: posso ben dire di avere lavorato per oltre 30 anni insieme a uno dei più grandi imprenditori dei nostri tempi: più che “la motivazione talmente grande da consentire di superare le avversità” di cui parla Gibson, ho visto e vissuto la motivazione “matta e disperatissima” a porsi degli obbiettivi impervi sicuro di trovare i mezzi per superarle.

Per fare un imprenditore sono necessarie doti personali: ma come attivarle? Quanti tentativi, in giro per il mondo, di ricreare una Silicon Valley! Male non fanno, quella resta inarrivabile. Perché mancano venture capital? Ma che senso ha cercare di farne nascere in un Paese come l’Italia dove il risparmio delle famiglie è quasi tutto investito in case, conti bancari e BOT? peggio, un Paese che porta sugli scudi un Adriano Olivetti che solo sull’orlo del fallimento si decise a finanziarsi sul mercato dei capitali quotando l’azienda? Serve sicuramente avere, oltre a una competenza specifica, un ventaglio quanto più ampio possibile di conoscenze; serve la capacità di fare network: ci andarono i 9 dipinti da Delleani nello studio del notaio Torretta perché Torino diventasse la capitale dell’auto.

Serve più di tutto l’intima e convinta consapevolezza del mondo in cui si opera: cioè che la nostra è una società occidentale, che l’economia di mercato è anzitutto una “cultura”: un insieme di idee su ciò che gli individui possono o meno legittimamente e opportunamente fare, dove vige la concorrenza e il premio al merito. Questo insieme di idee non basterà certo a creare “le menti originali, multiformi e versatili” che per Gibson servono a fare degli imprenditori, ma da esso dipende la capacità di individuare occasioni di innovazione e di trasformarle in progetti di impresa.

Dare questo imprinting agli studenti è il compito della pubblica istruzione, ovviamente nelle modalità adeguate al grado di istruzione, dalle elementari all’università. Ma la scuola si adatta compiacente a chi trova scuse per chiederle di non dare giudizi; si aspetta in cambio di non essere giudicata.

Sarebbe già qualcosa se questa discussione sull’impossibile servisse a pretendere con rigore quello che si dovrebbe fare.

(Sole24ore 07/06/2023)

Fonte: Sole24Ore - 07/06/2023

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