• martedì , 7 Febbraio 2023

Europa-Usa politica industriale redux

di Fabrizio Onida

Ci volevano la pandemia e la guerra in Ukraina per mettere in sordina, almeno temporaneamente, le ricette del classico liberismo, rilanciando in varie forme l’appello dei governi al di là e al di qua dell’oceano in cerca di rinnovata competitività delle imprese nazionali sui mercati globali. Tutto ciò in presenza di una persistente turbolenza tecnologica e di strategie aggressive da parte di regimi più o meno autoritari come la Cina soprattutto, ma anche Taiwan e Sud Corea.

Il governo Biden negli Usa con l’Inflation Reduction Act (IRA) del 2022 prevede di erogare sussidi per 369 miliardi di dollari (356 miliardi di euro) alla fabbricazione domestica di batterie elettriche, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e infrastrutture per l’idrogeno. Non solo: vengono imposti vincoli di contenuto locale (local content) nei numerosi componenti intermedi di questi stessi prodotti, che spesso vengono importati.

In aggiunta i consumatori americani potranno beneficiare di crediti d’imposta sull’acquisto di veicoli elettrici fino a 7500 dollari per veicolo, anche qui superando i requisiti di un significativo contenuto locale nei componenti intermedi. Sussidi pubblici alla produzione (non all’esportazione, che violerebbero le regole della WTO) così massicci e mirati stanno già inducendo importanti gruppi europei, come la svedese Northvolt Peter Carlsson e la danese Vestas, a prevedere importanti rilocalizzazioni dei propri investimenti sul territorio americano.

Per inciso, pur con le riserve dovute alla disponibilità e qualità dei dati statistici, va segnalato che apposite simulazioni sul modello METRO, utilizzato dall’OECD per calcolare l’impatto di misure restrittive lungo le filiere a monte e a valle del commercio internazionale, concludono che le politiche basate su vincoli al local content possono magari avere successo nel breve termine, ma rischiano di danneggiare seriamente la competitività del paese nel medio-lungo termine.

Ma veniamo al tema di fondo dell’efficacia degli aiuti di Stato, tema peraltro caro a Giuliano Amato che con ironico distacco l’ha trattato nell’agile libretto “Bentornato Stato, ma” (Mulino 2022). Per scongiurare scenari di emorragia industriale conseguenti a una vera e propria guerra dei sussidi, Bruxelles ha attivato una Task Force nell’ambito del TTC (Trade and Technology Council) euro-americano. E si prepara a rivedere le norme sugli aiuti di Stato, in nome di quella “autonomia strategica” (strategic dependencies and capacities) che dal 2020 è diventata un mantra di ripetuti documenti sottoposti dalla Commissione all’attenzione del Consiglio e dei singoli governi dei paesi membri, come contributo alla formazione di una “nuova strategia industriale”.

Proprio sul divieto di aiuti di Stato il recente “European Chips Act” introduce rilevanti aperture in un settore ad alta intensità di capitale e soggetto a continua innovazione, con un mercato dominato da grandi aziende asiatiche e americane tutte sostenute da sussidi pubblici: un quadro in cui il divieto di aiuti di Stato nella UE ha rappresentato “un obiettivo freno allo sviluppo della ricerca e degli investimenti delle aziende europee” (Franco Bassanini, prefazione ad Astrid “L’industria dei microchip: la strategia dell’Europa nella competizione internazionale”, Passigli Editori 2022). Stefano Firpo, già Capo di Gabinetto dell’ultimo Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, cita l’esempio delle macchine litografiche dove il leader mondiale è un produttore europeo.

Beninteso, autonomia strategica non deve essere sinonimo di sovranità, indipendenza, unilateralismo, o peggio di nostalgia autarchica. Si vuole invece che l’Europa non dipenda in modo vincolante dall’importazione di prodotti e attrezzature necessarie per restare protagonista attiva e tempestiva dei profondi rapidissimi cambiamenti tecnologici nella domanda mondiale, nello spirito più autentico dei padri fondatori richiamato all’art. 173 del TFUE laddove si propone di “accelerare l’adattamento dell’industria alle trasformazioni strutturali”.

Riguardando la storia recente della Direzione Concorrenza della Commissione europea, colpisce il passaggio dall’approccio alla Vestager (difesa strenua della concorrenza interna al Single Market) a linee d’azione come la promozione attiva di forme di partnership tra imprese continentali in funzione di ben delineate “missioni”, alimentando la diffusione di “ecosistemi industriali, il pieno sostegno ad “alleanze industriali”, l’importanza del “discovery process” in collaborazione tra mondo accademico, settore privato e società civile.

(Sole24Ore, 6 dicembre 2022)

 
Fonte: Sole24Ore, 6 dicembre 2022

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