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Dietro Tangentopoli c’era pure lo stato imprenditore

di Franco Debenedetti

A 30 anni da Mani pulite, c’è una grande rimozione nazionale: l’azienda pubblica usata come una mucca

Il 17 febbraio 1992 veniva arrestato Mario Chiesa: il trentesimo anniversario è stato l’occasione per rievocare la stagione di Mani pulite, in modo particolare gli eventi giudiziari. Sette mesi dopo, il 16 settembre, l’Italia sarebbe uscita dal Sistema monetario europeo: ma la ricorrenza non è stata l’occasione per investigare la relazione tra le due crisi, quella politica e quella economica. E neppure per ricostruire il meccanismo attraverso cui danaro privato finiva ai partiti, che pure offre interessanti considerazioni su quel passato, e non solo. Il meccanismo presuppone che accanto a una transazione economica “normale” tra un soggetto privato (fornitore) e un soggetto pubblico (cliente), ve ne sia una “occulta” con cui il privato mette un importo (la tangente) nella disponibilità di chi ha avuto il potere di originare la transazione, importo che egli successivamente verserà al suo partito di riferimento. E’ quindi necessario che ci siano: primo, attività economiche pubbliche; secondo, potere dei partiti politici di mettervi, in posizioni con potere esecutivo, persone di propria fiducia; terzo, sistemi finanziari per trasferire gli importi delle tangenti al partito dante causa.

Quanto al primo, fin dall’immediato dopoguerra era presente nei programmi politici perfino della Dc: già nel 1946, Mariano Rumor presentando al congresso della Dc le sue considerazioni sulle “necessità del lavoro italiano”, prospettava in modo deciso l’intervento dello stato nella vita economica del paese, abbracciando la programmazione economica: “L’idea della giustizia sociale legittima l’intervento pubblico per svolgere direttamente un’attività economica”. Inascoltata la voce di Luigi Sturzo: “L’errore – diceva – è la cieca fede nello statalismo economico [a cui consegue] che lo stato ha sempre bisogno di maggiori mezzi per far fronte alle continue richieste di intervento; viene scoraggiata l’attività dei cittadini e viene inflazionata quella degli enti creati nel passato e moltiplicatisi nel presente”.

Le iniziative industriali nascono per rispondere non a opportunità economiche segnalate dal mercato, ma a obbiettivi politici individuati dai partiti. La nazionalizzazione dell’energia elettrica fu la condizione perché il Psi si astenesse al monocolore Fanfani del 1962. Al pentapartito al governo (1981-1991) corrispondeva l’intesa per cui l’Iri era di pertinenza della Dc, l’Eni del Psi, l’Efim dello Psdi. Il Mezzogiorno è stato giustificazione per iniziative politiche di tutti i partiti dal dopoguerra al Pnrr: economicamente è stato il maggiore trasferimento regionale che si conosca, dove i risultati, negativi, sono incentivi per insistere. A fine 1992, l’Iri aveva debiti per 21.654 miliardi di lire, l’Eni per 8.271, l’Efim per 9.000. I mercati finanziari temettero che la trasformazione degli Enti in SpA, operata dal primo governo Amato, potesse costituire per le banche un event of default. E se invece il Tesoro avesse dichiarato che l’Iri era un’entità pubblica i cui debiti erano garantiti dallo stato, il problema della sostenibilità si sarebbe spostato da debito delle aziende a debito dello stato. Il problema finanziario andrà a soluzione con l’accordo Andreatta-Van Miert del luglio 1993. Quello del finanziamento dei partiti a mezzo tangenti, dalle privatizzazioni. Tangenti, se non ci sono più aziende pubbliche in cui i partiti possono piazzare uomini fidati, non possono più esserci.

C’è relazione tra crisi politica e crisi economica? Si stima che il sistema delle tangenti ammontasse a 10.000 miliardi di lire l’anno. E’ una tassa impropria, un aumento della pressione fiscale da rapportare a un pil che nel 1992 era di 1.500.000 miliardi di lire, che, come tutte le tasse, ha un effetto negativo sulla crescita. Non quantificabile, ma molto peggiore è il danno indiretto: la tangente è per il fornitore un elemento di costo, ed egli cercherà di recuperarlo: la tangente si introduce nel normale funzionamento del mercato, che non premia più il migliore ma il più spregiudicato. Questo non distorce solo il mercato dell’offerta, il fornitore, ma specularmente anche quello della domanda, il cliente. Sono danni difficili da calcolare, e comunque non sono loro ad aver prodotto i deficit che abbiamo visto. Il sistema delle tangenti, ammesso che la qualità non cambi, aumenta i costi, quindi i prezzi. Per arrivare alle dimensioni dei debiti accumulati delle partecipazioni statali deve aumentare la quantità dei beni acquistati: l’impresa pubblica tende al gigantismo. E per crescere in fretta bisogna o costruire altre fabbriche o acquisire altre aziende. Poco importa che questo non corrisponda a necessità di mercato: il partito di riferimento incassa un doppio dividendo, quello finanziario della maggior quantità di beni su cui esigere tangenti, e quello politico del maggior numero di persone che o non vengono licenziate o vengono assunte.

Per sradicare il sistema delle tangenti bisognava eliminare quello che lo rendeva materialmente possibile, la proprietà pubblica delle aziende di stato e la loro spartizione tra i partiti. Alla politica mancava la forza per farlo, solo un vincolo esterno l’avrebbe avuta. L’autorità giudiziaria intervenne nel solo modo che le è consentito, perseguendo violazioni del codice, nella fattispecie il finanziamento illecito dei partiti. Una politica “debole”, incapace di pensare se stessa, ebbe la convenienza a ridurre tutto a moralismo e indignazione. Paradossalmente leggere la corruzione, anche una corruzione endemica com’era quella, come un abuso o come un segnale di abiezione morale viene utile per non prendere di petto la questione sistemica. Ma che trent’anni dopo, celebrandosi i fasti – e ricordando qualche nefasto – di un’operazione che svelò distorsioni di valori economici e politici, è ben singolare che nessuno abbia cercato di capire che cosa aveva reso possibile quel reato in sé tutto sommato marginale. Certo non è reato che un’azienda sia di proprietà pubblica, ed è difficile provare che lo sia la lottizzazione del potere su di esse, ma tutt’altro che marginale è il danno che in tal modo si arreca al buon funzionamento dei mercati finanziari e delle istituzioni democratiche. Il giustizialismo è l’anticamera del populismo: ragion di più, per evitarlo, riconoscere che furono le privatizzazioni a smantellare davvero il sistema corruttivo e il sistema che lo rendeva possibile, cioè le partecipazioni statali. Non lo si è fatto abbastanza, e ancora oggi non è infrequente trovare populisti a braccetto con gli statalisti. Il ritorno del primato della politica invocato da destra e sinistra, dai socialisti di Forza Italia e dai Cinque stelle, alla fine si sostanzia nello stato che torna assicuratore con le Poste, nella quota di Eni che non si privatizza, nella difesa dell’italianità della rete di Telecom coi soldi del contribuente.

 
Fonte: da IL FOGLIO, 25 febbraio 2022

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