• mercoledì , 18 Maggio 2022

Draghi e le virtù del “semifreddo”: perchè gli italiani meritano che vada al Quirinale

di Bruno Costi

Ci sono 3 ragioni perchè Draghi dovrebbe ricoprire l’incarico di Presidente della Repubblica per i prossimi sette anni e tutte e tre traggono forza dallo spettacolo che le forze politiche stanno dando nel dibattito politico e nel decidere le modifiche alla manovra economica ed al bilancio del 2022.

La prima ragione è la sua virtù del mimetismo. Se ne sono accorti tutti, in Italia e all’estero, ogni qual volta sulla stampa o in consessi pubblici, ci si chiedeva se Draghi gradirebbe o meno lasciare la guida del Governo per insediarsi alla carica più alta dello Stato. Imperscrutabile, elusivo, disinteressato per eccesso di occupazione ma non di aspirazione, il Presidente del Consiglio è stato impeccabilmente attento a non prestare il fianco ad alcuna interpretazione che non fosse quella di apparire un nonno (dunque appagato di un eventuale futuro familiare) al servizio delle istituzioni (e dunque pronto ad assumere qualsiasi responsabilità non di parte). Non solo perché sa che in Italia la regola è quella dei Conclavi, dove chi entra Papa esce Cardinale, ma perché ha capito che per un uomo chiamato a guidare il Governo senza alcuna legittimazione democratica proveniente dal voto popolare, qualsiasi parola fuori posto scatenerebbe i fulmini dei partiti e il “fuorigioco” istituzionale.
Ma il mimetismo serve anche per non illudere o spaventare i partiti ai quali spetta la decisione. Il ruolo del Presidente della Repubblica, infatti, può essere secondo la Costituzione, tutto o il contrario di tutto. Sulla carta i poteri del Presidente sono amplissimi (guida le Forze Armate, presiede il Csm, rappresenta l’Italia, incarica i Governi, firma la nomine dei ministri) ma assumono valenza piena o evanescente a seconda del peso e dell’autorevolezza di chi li incarna.
Nella storia repubblicana d’Italia ci sono stati presidenti notai (Segni, Saragat , Pertini) e presidenti protagonisti (Scalfaro, Cossiga, Napolitano) senza che nulla fosse cambiato in Costituzione in merito al perimetro dei loro poteri. Che Presidente della Repubblica sarebbe allora Draghi? Notaio o protagonista? Inutile nascondersi: i partiti lo vorrebbero notaio per riappropriarsi pienamente del potere di decidere i governi prossimi venturi, ma temono il Protagonista. E preferiscono che resti a Palazzo Chigi ancora per un anno e poi essere liberi di dargli il benservito, piuttosto che averlo al Quirinale per sette anni ma imbrigliati da quella speciale moral suasion che hanno ben conosciuto negli anni della Banca d’Italia e della BCE.

La seconda ragione per cui Draghi dovrebbe salire al Quirinale potremmo definirla la “virtù del semifreddo”; nulla a che vedere ovviamente con aspetti caratteriali, piuttosto è il riconoscimento al presidente del Consiglio di una consistenza che richiama la composizione a strati del famoso dessert inventato da quel genio della pasticceria alla corte medicea del Cinquecento che rispondeva al nome di Bernardo Bontalenti: morbido in superficie, per diventare sempre più duro e freddo man mano che il morso affonda.

Del resto, per gestire una maggioranza composta da partiti che fino a poche ore prima del voto di fiducia si delegittimavano a vicenda e, contemporaneamente, non perdere di vista gli obiettivi concordati con l’Unione Europea, occorreva apparire morbidi e disponibili ai primi approcci, salvo poi irrigidire le posizioni e i dinieghi quando di volta in volta PD, Lega, Italia Viva, Leu, Forza Italia e Cinque Stelle pretendevano di introdurre mance, regalie, sussidi, sconti, abbuoni ognuno alla propria base elettorale, rigorosamente a spese dello Stato, cioè in deficit o tentavano di svuotare le riforme più incisive promesse a Bruxelles.
Il risultato raggiunto finora è che i 51 impegni presi con l’Europa per varare riforme e decisioni alle quali ci siamo vincolati nel Piano di Resilienza e Rilancio (PNRR) sono stati puntualmente rispettati, perfino nei tempi previsti. Qualche riforma poteva essere più incisiva? Certamente si, basti pensare alle blande modifiche al reddito di cittadinanza o alle timidezze della legge sulla Concorrenza. Qualche regalo in meno poteva essere concesso? Certamente si, basti ricordare che potranno ristrutturare casa a totale spese dello Stato anche i ricchi proprietari di villette unifamiliari. Ma si tratta dello strato morbido del semifreddo; ciò che doveva restare rigido e duro è rimasto tale.

La terza ragione infine, per la quale gli italiani meritano che Draghi vada al Quirinale è la continuità. Qui l’obiezione ovvia è che lasciare Palazzo Chigi nel momento cruciale della pandemia e dell’attuazione del PNRR segna una discontinuità rischiosa per il Paese. Ma sul punto è stato lo stesso Draghi ad accendere un faro di luce quando ha sottolineato che pandemia e PNRR richiedono, si, continuità nell’azione di governo, ma soprattutto continuità nella stabilità politica che consente al Governo di governare. E quale stabilità politica si potrebbe garantire in Parlamento ad un governo dopo che la sua maggioranza si fosse spaccata e magari dilaniata in un braccio di ferro per la nomina di un Presidente della Repubblica “amico” più dell’uno che dell’altro?
Il vero rischio della discontinuità per il Paese non è, dunque, Draghi che lascia Palazzo Chigi ma Centrodestra e Centrosinistra che si spaccano nella scelta dell’uomo al Quirinale e spaccati restino per tutta la campagna elettorale, nell’ultimo anno di legislatura che precede le elezioni politiche.
La conseguenza sarebbe il Parlamento della Repubblica ridotto ad un Vietnam e un Draghi costretto alle dimissioni. Lo avremmo perso sia a Palazzo Chigi che al Quirinale. E addio fondi europei e credibilità internazionale.

(www.clubeconomia.it del 27 dicembre 2021)

 
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