• venerdì , 17 Settembre 2021

L’economia in crisi è una bugia, il futuro è rosa

di Bruno Costi

Due fatti positivi stentano ad arrivare al Paese, offuscati dal polverone mediatico delle proteste di piazza di ristoratori ed ambulanti: il primo è che nei prossimi 24 mesi l’economia italiana crescerà il triplo di quanto accaduto negli ultimi anni; il secondo è che i circa 200 miliardi europei che irroreranno l’economia italiana nei prossimi sei anni, daranno un colpo d’ala, alla struttura produttiva, sociale, amministrativa italiana. Forse non come servirebbe ma accadrà, e questa volta potrebbe essere diverso dal passato.

Per capire la ragione dell’ottimismo, è sufficiente osservare con sguardo oggettivo i segnali che arrivano dal tessuto economico e le indicazioni provenienti dalle principali istituzioni finanziarie italiane ed internazionali.

Intanto va detto che le proteste di piazza dei ristoratori e degli ambulanti, le urla, i blocchi autostradali sono, si, segno di malessere giustificato ma rendono un’immagine bugiarda del Paese, come se la crisi colpisse tutti indistintamente e la difficoltà di un settore, sia pure rilevante, descrivesse una situazione fallimentare in tutti i settori della produzione e dei servizi.

Non è così: non tutta l’economia italiana soffre di una crisi profonda come accade al settore dei servizi, del turismo, della cultura e dell’accoglienza.

Ci sono ampie filiere produttive, dall’informatica, alla consulenza, dalle telecomunicazioni alla sanità, dalla produzione alimentare alla logistica, e tutta al filiera dell’edilizia e dell’arredo, solo per citare alcuni comparti, che stanno lavorando senza sosta, con risultati profittevoli, e per i quali, non solo non c’è disoccupazione, ma mancano i lavoratori da assumere.

I dati sul traffico dei TIR sulle strade italiane, indice reale di come va l’economia, elaborato dalla Società Autostrade sono inequivocabili: nei mesi di gennaio e febbraio 2021 hanno circolato in Italia il 27% in più dei camion rispetto al 2020, prima del lock down ed a marzo il 37% .

Confindustria segnala poi che nei settori della meccanica, dell’agroalimentare, della chimica, della moda, dell’ICT le industrie non riescono a trovare lavoratori tecnici da assumere, mentre un’indagine svolta da Unioncamere ed Anpal segnala che per effetto dei fondi europei del Recovery Plan, nei prossimi 5 l’economia italiana chiederà al mercato del lavoro un milione e 300 persone da assumere: 660 mila li chiederà l’industria, 500 mila la salute, 200 mila l’edilizia, 180 mila la meccatronica e l’elettronica, per figure come tecnici nell’edilizia sostenibile, nella domotica, nell’efficientamento energetico, nella certificazione di prodotti biologici agroalimentari, nella progettazione della mobilità elettrica, giuristi ambientali, specialisti in contabilità verde, responsabili degli acquisti green.

La conseguenza di tutto ciò è calcolata dalla Banca d’Italia e dal Fondo Monetario, che prevedono un aumento del Pil superiore al 4% sia per quest’anno che per il prossimo, (il Governo stima nel Documento di Economia e Finanza addirittura il 4,8% in più), solo considerando l’effetto rimbalzo; senza ciòè considerare il “di più” che proverrà dal colossale piano di investimenti che il Governo Draghi si accinge a presentare all’Europa per spendere i fondi del Recovery Fund.

Secondo quando stima il Centro Studi Economia Reale, questo effetto aggiuntivo potrebbe essere di un ulteriore punto di crescita nei prossimi 6 anni, che diventerebbero due se l’Italia aggiungesse gli effetti delle riforme di fisco, giustizia e pubblica amministrazione richieste dall’Unione Europea e una migliore capacità di spendere i fondi europei residuati dagli anni scorsi.

E qui viene il punto. Sarà in grado il Paese si spendere efficacemente e soprattutto tempestivamente i fondi che stanno per arrivare?

Ciò che lo renderebbe possibile sono l’attuazione i quelle riforme strutturali richieste dall’Europa ma che servono principalmente a noi.

La sola espressione “riforme strutturali” suona, lo sappiamo, come un refrain inutile, noioso e forse anche superfluo nelle orecchie degli italiani. Perché riformare strutturalmente significa non solo assumere più persone nei ruoli dove mancano (nel fisco per combattere l’evasione, nella scuola per avere più insegnanti, nella giustizia per avere più giudici e cancellieri, nei Ministeri per avere più competenze) ma significa anche cambiare il modo di lavorare, semplificare, digitalizzare. Significa cioè imparare cose nuove, rimettersi in gioco, uscire dalla nicchia protetta della conservazione e accettare la sfida della novità. E significa anche perdere un po’ del piccolo potere acquisito negli anni. E’ su questo muro che si sono infrante sinora tutte le velleità di riforma. Ed è questo muro che occorrerà provare ad abbattere.

(www.clubeconomia.it del 16 aprile 2021)

 

 
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