• sabato , 31 Ottobre 2020

Il futuro del capitalismo di Stato dipenderà dalla scelta dei vertici

di Fabrizio Onida

La necessità di un forte intervento statale per fronteggiare l’emergenza Covid ha riportato l’attenzione sui meriti e demeriti delle imprese di Stato, e più in generale sul ruolo dello Stato il quale, oltre a essere regolatore che garantisce la libera iniziativa e la concorrenza sul mercato, può essere chiamato ad agire come Stato direttamente imprenditore e partner del settore privato, allo scopo di promuovere diffusione tecnologica, sviluppo, sicurezza e inclusione sociale, in linea con le aspirazioni di una decente democrazia moderna.

“Le imprese nazionali sono ancora uno strumento indispensabile per l’esercizio della sovranità di un paese” (Romano Prodi, Messaggero, 31.05.2020). Non è propriamente l’idea dello “Stato imprenditore” (M.Mazzucato), perché nella storia economica italiana l’IRI di Beneduce evoca ancora lo spettro della “mostruosa fratellanza siamese” tra banche e grandi imprese (R.Mattioli 1962) e soprattutto l’abuso di potere dei partiti politici che ha tradito le attese e condotto alla liquidazione dell’IRI degli anni ’90. Ma il pendolo ha troppo oscillato, dal mito della programmazione e delle Partecipazioni Statali nell’immediato dopoguerra verso il neoliberismo degli anni ’80 e ’90. Pierluigi Ciocca riporta da una sua antica intervista a Donato Menichella in pensione da banchiere privato, amministratore dell’IRI e Governatore della Banca d’Italia: “Abbiamo conosciuto imprese e banche pubbliche migliori delle private” (seminario Astrid, 15.02.2019).

Incalzata dalla crisi del coronavirus, la Commissione Europea ha varato un “temporary framework” per allentare le regole sugli aiuti di Stato a favore delle imprese in crisi. Su questo si è aperta una dialettica fra la presidente Ursula von der Leyen e la commissaria Vestager (fortemente appoggiata da paesi membri come Olanda e Irlanda). Liberisti pragmatici come Macron e Merkel chiedono apertamente che la Commissione riveda la logica di fondo degli aiuti di Stato per favorire l’industria europea, incluse le piccole imprese innovative nella loro fase di startup che sono necessariamente in perdita ma rappresentano preziosi potenziali futuri “unicorni”.

Un esempio interessante di politica industriale europea nell’ambito degli IPCEI (Important Projects of Common European Interest) è probabilmente il lancio nel 2017 di un consorzio europeo delle batterie per veicoli elettrici (European Battery Alliance): un ecosistema sussidiato dai governi francese e tedesco, per battere la supremazia statunitense con la Tesla (che peraltro sta progettando un mega-impianto di batterie vicino a Berlino) e i massicci investimenti tecnologici della Cina. Tra primi beneficiari dell’EBA è la svedese Northvolt, con un impianto da 4 miliardi in prossimità del circolo polare artico.

In Italia manca ancora un quadro di riferimento (che non è programmazione statale alla vecchia maniera!). Abbiamo il singolo prestito a garanzia pubblica di 6,3 miliardi a FCA, non vincolato ad alcun obiettivo di mercato, accanto al coacervo di missioni affidate alla CDP (Cassa Depositi e Prestiti). Come ricordava M.Mucchetti (“Sei quesiti per gli IRI-entusiasti”, Italianieuropei, 20.05.2020) la CDP opera ormai almeno a tre livelli (troppi?): a) banca a medio termine per gli Enti locali (la missione originaria), b) tramite CDP Equity come azionista in 11 società quotate per un attuale controvalore di quasi 3 miliardi, c) agenzia di sviluppo come azionista in società non quotate tramite Invitalia, Fondo Strategico, Fondo Italiano Investimento, partecipazioni in fondi di fondi, società immobiliari proprie. E che dire di Invitalia eccessivamente “multitask”?.

Un recente documento del Forum Diseguaglianze Diversità (tra gli autori Fabrizio Barca, Giovanni Dosi, Edoardo Reviglio, 1 luglio 2020) titolava ambiziosamente “Missioni strategiche per le imprese pubbliche italiane”. Ma, al di là delle “missioni”, resta cruciale per il rilancio dell’impresa pubblica la buona scelta del management. Stando alle migliori teorie e anche al buon senso, nell’impresa privata il buon manager esterno alla proprietà dell’imprenditore, fermi restando i propri obiettivi retributivi e di carriera, dovrebbe promuovere la crescita dimensionale e competitiva dell’impresa e solo secondariamente l’accumulazione del patrimonio familiare dell’imprenditore, non viceversa. Nell’impresa pubblica le sorti del manager dovrebbero essere esclusivamente condizionate dal successo competitivo dell’impresa (sperabilmente riflesso nel valore di mercato per le società quotate), quindi dalle sue competenze e capacità “imprenditoriali”, non da obiettivi patrimoniali della proprietà e tanto meno (utinam!) dai suoi rapporti clientelari col mondo della politica e di particolari partiti e correnti. Ed è proprio su quest’ultimo profilo che, dopo gli anni della ricostruzione e del miracolo economico, inizia a erodersi la credibilità e reputazione del capitalismo pubblico nella storia italiana.

In positivo – ci ricorda Franco Amatori maestro di “business history” – nel passato possiamo vantarci di nomi di manager pubblici come Enrico Mattei, Oscar Sinigaglia, Guglielmo Reiss Romoli, Raffaele Mattioli, Pietro Sette, ma anche in età contemporanea abbiamo nomi come Franco Bernabé, Alessandro Profumo, Mauro Moretti, Carlo Castellano e molti altri ancora.

 
Fonte: dal Sole 24 Ore 11 settembre 2020

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