• martedì , 22 Settembre 2020

Le parole del signor Mario Draghi

di Giuliano Cazzola

Mi sono imbattuto la scorsa serata con Maurizio Gasparri, il quale, in un violento attacco di surriscaldamento dell’IO, ha paragonato Mario Draghi a Chance, il protagonista del film “Oltre il giardino”, il quale viene scambiato per un eccelso economista, soltanto perché dice delle banalità che vengono prese per importanti indicazioni politiche. In sostanza, secondo Gasparri, quelle dell’ex presidente della Bce sono affermazioni generiche destinate a tutte le esigenze, senza avere troppe pretese. Alla conduttrice che ricordava al senatore di aver colto il senso di un articolo di Marco Travaglio, Gasparri non ha fatto una piega. Però mi sono incuriosito; turandomi il naso sono andato alla ricerca di quanto aveva scritto il Torquemada de noantri.

Ed ecco riportato il pensiero fecondo del direttore del ‘Fatto quotidiano’, secondo il quale Draghi “Non ha detto assolutamente nulla, anche se lo detto benissimo”. Certo l’ex presidente della Bce ha usato delle parole che ritroviamo nella vita comune, anche al supermercato. Ma come diceva Concetto Marchesi “di parole che tutti odono sono scritte le frasi che nessuno ha udito mai”. Draghi, come quel personaggio di Molière, si esprime in prosa, non usa le parole ficcanti e le immagini struggenti dei poeti. Perché sa che non sono importanti le parole, in sé, ma il ruolo, l’autorevolezza e il potere di chi le esprime. Prendiamo tre parole banali, le stesse che dice, magari in dialetto, anche l’idraulico chiamato a riparare la doccia per rassicurare il cliente: whatever it takes. Dette da Draghi quelle parole hanno mandato in euforia i mercati e anticipato quell’intervento della BCE che – nella crisi finanziaria iniziata nel 2008 – ha salvato l’euro e l’Europa.

Poi quando i governi e le istituzioni europee affrontavano in ordine sparso e confuso gli effetti della pandemia, apparve un articolo sul Finacial Times, a firma di un “pensionato d’oro” che scriveva: “È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. E aggiungeva: “La questione chiave non è se, bensì come lo stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro.

Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende a fatica riusciranno a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto”. Non sono casuali queste parole scritte con semplicità, ma in termini molto espliciti; né sono indifferenti rispetto alla clamorosa svolta compiuta dalla Bce (con una rapida retromarcia di Cristine Lagarde) e dalla Commissione europea, con pilastri del Mes, del Bei, del Sure e del Recovery Fund, in un contesto in cui tutti i vincoli di bilancio sono sospesi. Il dr. Mario Draghi , dunque, seduto sul giardino di casa, è in grado di orientare i mercati, consigliare i governi e le imprese. Ne esistono pochi così nel mondo che parlano a ragion veduta e sono in grado di “dare la linea”, anche senza disporre di strumenti di potere reale che non siamo il meriti per le decisioni prese e il prestigio che ne è derivato.

Al Meeting di Rimini Draghi ha svolto delle considerazioni che hanno toccato il punto cruciale dell’attuale fare: “I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire”, ha detto Mario Draghi – ma ai giovani bisogna dare di più perché “i sussidi finiranno” e se la spesa a debito non sarà servita a formarli professionalmente, a creare nuove opportunità, saranno loro a essere le vittime sacrificali’’. Pochi giorni dopo Draghi parla ancora di economia e afferma: “Gli incentivi devono creare nuovi lavori, non salvare quelli vecchi”. In queste poche parole viene messa in discussione la politica in cui è restato impigliato il governo italiano, che non riesce ad uscire dalla fase 1 e continua a portare avanti una politica fondata su provvedimenti rivolti a sostituire il reddito e i fatturati, come se le risorse promessa da Bruxelles servissero a restare in attesa, congelando la struttura produttiva e occupazionale esistente (con la cig, il blocco dei licenziamenti, i bonus, gli incentivi, gli sconti fiscali e quant’altro) come se il problema fosse quello di tirare avanti in attesa che tutto torni come prima.

Anche Paolo Gentiloni, in occasione della sua audizione, ha voluto essere chiaro: “Guai a pensare che usiamo 200 miliardi di euro per ridurre le tasse” – ha ricordato Gentiloni – “Almeno il 35%” delle spese deve essere destinato alla “transizione ambientale”. E tutte le spese non dovranno andare in direzione contraria all’obiettivo della transizione ecologica. Con la stessa energia il commissario ha ribadito che non ci saranno anticipi al buio, a meno che, prima della fine dell’anno, il Paese non riesca a mettersi avanti con il lavoro presentando progetti di riforme che devono essere una cosa ben diversa da un elenco di titoli. Ma noi saremo in grado di andare oltre i titoli?

 
Fonte: da www.ildiariodellavoro.it del 04 Settembre 2020

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