• sabato , 31 Ottobre 2020

La nuova generazione degli economisti tedeschi

di Giuseppe Pennisi

Nel 2020, in Germania il rapporto indebitamento della pubblica amministrazione e Prodotto interno lordo (Pil) si aggirerà tra il 6% e l’8%, a ragione della recessione causata dalla pandemia e di due manovre di bilancio anticicliche rispettivamente di 123 miliardi di euro in marzo e di 130 miliardi di euro all’inizio di giugno. Si tratta di manovre di cui beneficerà, indirettamente, anche l’Italia, soprattutto quelle filiere, principalmente del Centro-Nord, che producono componenti per la manifattura tedesca.

Cosa ha indotto Berlino a misure così espansionistiche in deficit, che sembrano contraddire il principio (e la prassi) attuata da settanta anni di mantenere un pareggio di bilancio (quanto meno di parte corrente) e di limitare rigorosamente il disavanzo a spese per investimenti pubblicamente selezionati con cura? Una manovra di bilancio espansiva di dimensioni approssimativamente analoghe non è stata effettuata neanche nel 2009, anno in cui si trattava di uscire dalla recessione causata dalla crisi finanziaria internazionale e la Repubblica federale cambio alcuni articoli della propria Costituzione al fine di avere una maggiore ‘agilità’ nella gestione della finanza e della Federazione e dei Länder.

La spiegazione consueta è che il basso livello dell’indebitamento delle pubbliche amministrazioni rispetto al Pil (il 58% nel 2019, rispetto al 75% nel 2009) ha permesso una manovra di bilancio anche maggiore di quella attuata negli Stati Uniti nella consapevolezza e delle responsabilità della Repubblica federale rispetto a tutta l’Unione europea (Ue), tema costante degli interventi della Cancelliera Angela Merkel, e della contezza di poter tornare ad una finanza pubblica in ordine in tempi relativamente brevi, una volta usciti dalla recessione.
C’è, però, una spiegazione più sottile, che si può toccare con mano se si conosce il mondo accademico tedesco (una quindicina di anni fa ho insegnato all’università di Potsdam). Negli ultimi dieci anni si è verificata una vera e propria rivoluzione nel pensiero economico dominante (ed influente).

Facciamo un lungo passo indietro. All’inizio del secolo scorso la ‘scuola economica tedesca’ era composta principalmente di storici dell’economia rimasti al margine della corrente dominante anglosassone e (in scienza delle finanze) italiana. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il pensiero economico tedesco ha avuto come asse portante ‘l’ordoliberismo’, ossia ‘il liberalismo delle regole’ tra cui centrale quella dell’equilibrio di bilancio, a cui si richiama anche la Corte Costituzionale del Paese.

Se si segue la saggistica che quotidianamente dirama il Social Science Research Network (SSRN) presentando sintesi di articoli (e dando la possibilità di scaricare il testo integrale) di trecento riviste, ci si accorge che una nuova generazione di economisti tedeschi ha sempre maggiore influenza. Sono in gran misura di formazione americana e vengono dalla ricerca empirica. Lo sottolineano accademici di rango come Jens Südekum della Università di Düsserdolf e Christian Odendhal che, a Bruxelles, guida il Center for European Policy Reform. Fa parte di questo gruppo (il cui nucleo centrale ha un collegamento settimanale on line) Jakob von Weizsäcker, Capo economista del Ministero delle Finanze. È un cambiamento profondo: dall’’ordoliberismo’ a nuove tendenze keynesiane. Soprattutto è bipartisan, ossia incide tanto sui Cristiano Democratici/ Cristiano Sociali quanto sui Socialdemocratici.

 
Fonte: da Avvenire del 04/07/2020

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