• sabato , 8 Agosto 2020

La “German-exit” o il “dopo-Merkel”? Le trame della “Corte” di Berlino

di Bruno Costi

Con quel misto di provincialismo, esterofilia, scarsa autostima che, oltre a tanti pregi, caratterizza la nostra indole di italiani, siamo abituati a vedere la Germania come un monolite di efficienza, coerenza, onestà.

In realtà non è sempre così, perchè se guardiamo le loro ultime scelte politiche ed economiche ci rendiamo conto che quanto appariva scandaloso in Italia, in realtà accadeva anche in Germania.

Per esempio ci siamo accorti che i Presidenti dei lander si oppongono al centralismo di Angela Merkel né più e nè meno di quanto fanno Lombardia, Veneto e Calabria ai Dpcm del governo Conte;

che gli stessi Leader dei lander contrastano la Cancelliera pur essendo iscritti al suo stesso partito, la CDU, così come fa Matteo Renzi con il “suo” partito e contro il “suo” Governo; che infine il “si” alla condivisione dei debiti europei contro il Covid, pronunciato da alcuni oppositori della Cancelliera, come per esempio la leader dei Verdi, Annalena Baerbock, non è tanto generosità verso i Paesi del Sud ma un argomento nobile per attaccare l’egoismo sparagnino del Governo di Berlino, proprio come Matteo Salvini e Giorgia Meloni attaccano il Governo per i cedimenti su Mes e Eurobond.

Insomma, i giorni del coronavirus mostrano che le fibrillazioni della politica politicante, sia nei paesi “sani” che nei paesi “malandati” sono le stesse benchè i cieli sotto i quali scorrono siano diversi; tuttalpiù cè solo qualche nube di ipocrisia in più che serve a nascondere questioni di bottega.

 

Come nasce la sentenza di Karlshue

E’ anche da questo brodo di coltura che nasce la sentenza della Corte Costituzionale tedesca contro il presunto abuso di potere della BCE commesso- a suo dire – aiutando i Paesi finanziariamente più deboli con le politiche monetarie non convenzionali, ovvero il Quantitative Easing.

La sentenza dice in sintesi 3 cose:

  1. L’acquisto di titoli pubblici degli Stati in difficoltà deciso il 4 marzo 2015 a qualsiasi costo dalla BCE da Mario Draghi per difendere la sopravvivenza dell’Euro (Quantitave Easing) è legale ma sbagliato;
  2. è troppo sbilanciato sia verso certi tipi di acquisti (i titoli pubblici), sia verso certi Stati (per esempio l’Italia ha il 14% della BCE ma gode del 30% del totale degli acquisti dei titoli italiani), e così facendo la politica monetaria sconfina nella politica economica, abbassa artificiosamente i tassi d’interesse e danneggia i risparmiatori tedeschi;
  3. la BCE ha 3 mesi di tempo per dare spiegazioni “ ampie e dettagliate” ai giudici tedeschi e se le spiegazioni non saranno ritenute soddisfacenti, la Banca centrale tedesca non parteciperà più agli acquisti di titoli della BCE.

Un”missile” a testata multipla, direbbero gli strateghi militari che, con un colpo solo, punta a 3 obiettivi: abbattere il principio della priorità della giustizia europea su quella nazionale; minacciare e intimidire la BCE sulle sue prossime decisioni; richiamare all’ordine Banca centrale, Governo e Parlamento tedeschi affinche non voltino le spalle agli interessi legittimi dei tedeschi proprio mentre l’Europa ha aperto il cantiere del Recovery Fund, il “Piano Marshall” europeo che dovrebbe aiutare i paesi più esposti alla recessione, condividendo i debiti anche con i tedeschi che non ne hanno bisogno.

 

La German-exit che piace a tanti

Qual è il senso di tutto cio?

Disconoscere la priorità del diritto comunitario stabilita dai Trattati e sostenere che è legittima solo se è conforme a quello tedesca; tentare di intimidire con improbabili ultimatum un’istituzione come la BCE che gode di autonomia e non risponde ai giudici di Berlino ma a Parlamento e Corte europei; minacciare l’abbandono della Bundesbank dalla BCE strizzando l’occhio ai conservatori nazionali, equivale ad una ribellione nazionale contro l’Istituzione europea che, delle due l’una: o ha il fine di mettere in difficoltà il Governo della Cancelliera Angela Merkel alla vigilia della Presidenza UE e nell’ultimo anno prima della fine del mandato, stringendola tra l’incudine dell’Europa e il martello dei falchi nazionalisti tedeschi; oppure, ancora di più, prepara il terreno ad uno sganciamento tedesco dall’Unione Europea, una German-exit, almeno monetaria.

Una ipotesi, per altro quest’ultima, che ristretti circoli finanziari e politici ad alto livello accarezzano da tempo, che sanerebbe il peccato originale della nascita di un Euro uguale per tutti in presenza di economie europee diseguali, ma molto complessa e destabilizzante per i mercati finanziari, in quanto prevederebbe un Euro-1 del Nord ed un Euro-2 del Sud e 2 banche centrali. Insomma una “rivoluzione”.

Qual è lo scenario più credibile? Quello di un ambizioso Presidente delle “Toghe rosse” di Berlino che si prepara alla corsa al Cancellierato? o quello di un fronte politico conservatore ordoliberista che prova a dare corpo ad un’Europa del Nord, finalmente libera della zavorra mediterranea?

 

Un Presidente molto ambizioso

Premesso che potrebbero essere ipotesi non alternative ma parte di un unico ragionamento, colpiscono alcuni fatti.

Per esempio che il Presidente di quella Corte, Andreas Vosskhule, che pure ha avuto molti mesi per rendere pubbliche le motivazioni della sentenza-siluro contro la BCE, abbia scelto proprio il giorno prima del suo “addio” per lanciare la “bomba” e poi andarsene.

Colpisce che, sempre lui, eletto tra i candidati socialdemocratici nel 2010 a soli 46 anni, sia accusato in patria , secondo la Zeit, di fare politica con le sentenze, con eccessi di protagonismo che hanno portato il Ministro degli Interni federale Hans Peter Friederich a dire:”se un giudice federale vuole fare politica dovrebbe candidarsi al Bundestag”.

Infine colpisce che il Governo di Berlino abbia approvato in queste settimane di pandemia e di sospensione delle regole europee, aiuti alla propria economia che saranno 10 volte quelli italiani e francesi, e che la metà delle richieste di nulla osta agli aiuti di Stato nazionali pervenute a Bruxelles, siano di Berlino per banche e aziende tedesche in difficoltà.

Giuseppe Conte disse in aprile che se l’Europa non avesse accettato la condivisione dei debiti con gli Eurobond proposta dall’Italia “avremmo fatto da soli”. Potrebbe invece accadere che, senza dirlo, a fare da sola sia la Germania. Grazie anche alle sue “toghe rosse”.

 

 
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