• sabato , 5 Dicembre 2020

Economia e Pandemia, come non perdere una “storica” occasione

di Bruno Costi

La quantità di denaro pubblico che sta per piovere sui cittadini e sulle aziende italiane nelle prossime settimane è di una dimensione mai vista in settant’anni di vita repubblicana e può davvero costituire un svolta per i destini del Paese restituendoci quei tassi di crescita e di credibilità che mancano dai mitici anni Cinquanta della ricostruzione post bellica.

Non sappiamo se il Governo Conte e la maggioranza che lo sostiene ne siano consapevoli fino in fondo, ma a giudicare dal “fuoco amico e nemico” che viene dai partiti, di sicuro a qualcuno non piace che il ”Jolly” di questa opportunità storica sia stato pescato proprio ora ed a lui, il semplice Avvocato del Popolo, per molti mesi presidente del Consiglio per grazia ricevuta e conto terzi.

Ma se queste sono le preoccupazioni di una politica politicante, che mal tollera la visibilità così improvvisa e gratuita di un Conte qualsiasi, nel tratto finale della legislatura che conduce all’elezione del successore di Sergio Mattarella, a noi cittadini, famiglie, imprese italiane importa solo che l’opportunità venga colta e non sprecata. Ma accadrà?

Un’occasione che mancava da 70 anni

Ciò che rende “storica” l’occasione italiana è il fatto che verranno spesi, senza discuterne con Bruxelles, tutti insieme e in pochi mesi, 80 miliardi di euro, il 5% del Prodotto lordo di un anno, tre volte più del massimo che sia mai stato speso in un colpo solo nella storia dell’Italia del dopoguerra. Il fatto è che lo Stato italiano quei soldi non li ha, ed è soltanto stato autorizzato a prenderli in prestito fintanto che l’economia è in terapia intensiva, ma dopo quando ne saremo usciti, il conto da pagare sarà molto alto.

Ed e qui il punto sul quale si gioca la grande opportunità per il Paese e se vogliamo anche la scommessa collettiva.

Ma quale scommessa? Se oggi possiamo spendere così tanto denaro senza averlo, perchè non lo abbiamo fatto prima ? E se un debito pubblico pari al 135% del PIL era fino a ieri esiziale, quasi l’anticamera dell’inferno finanziario, perchè aumentandolo al 157% ora può addirittura diventare un’opportunità?

Le quattro epoche dell’economia italiana del dopoguerra

Vale la pena ricordare che, dal dopoguerra ad oggi, la politica economica italiana ha vissuto quattro epoche: gli anni Cinquanta- Sessanta, quando l’Italia usciva dal fascismo e dall’autarchia e doveva integrarsi nel mondo dell’economia di mercato e degli scambi internazionali per poter esportare e crescere; gli anni Settanta-Ottanta, quando doveva assecondare la domanda dei diritti sindacali (rivendicazioni salariali) e sociali (con il welfare delle pensioni e della sanità universale) e per questo aumentò enormemente il debito statale; gli anni Novanta, quando decise di impegnarsi nella costruzione politica dell’Europa e impose a se stessa di rispettare le rigide regole della virtù finanziaria prescritte dall”Euro; infine gli anni Duemila, quando si rese conto che per rispettare quelle regole e godere dei vantaggi dell’Euro, occorreva fare “penitenza” degli sperperi del passato e bloccare e poi ridurre il peso dei debiti pregressi.

E’ stata dunque la “penitenza” dell’ultimo ventennio che ha di fatto hanno impedito a tutti i Governi, sia di destra che di sinistra, di utilizzare  tutte le leve della politica economica per creare sviluppo; quei pochi denari che abbiamo potuto spendere, ritagliandoli dalle estenuanti trattative con Bruxelles, un po’ tassando un po’ sforando le regole, sono andati poi principalmente a finanziare spesa corrente e spesso improduttiva ed hanno sacrificato gli investimenti.

Con la pandemia, invece, i vincoli europei sono sospesi e, sia pure temporaneamente, ora l’Italia può tornare a fare debito spendendo per aiutare la sua economia, come per altro ogni altro Paese d’Europa .

Ma perchè un debito del 157% del PIL non dovrebbe spaventare i mercati ed anzi costituire l’opportunità storica?

Debito pubblico tra “colpa” ed opportunità

Perchè  il debito non è sempre e comunque una “colpa”, come accade nella cultura e per l’etimologia tedesca; dipende  se è destinato a iniziative che lo ripagano oppure no. Se, dunque, le iniziative che lo ripagano troveranno spazio nel pacchetto di decisioni che il Paese si accinge a varare,  l’economia potrebbe tornare davvero a crescere, non solo recuperando quell’ 8 o 9% di PIL che perderemo nel 2020, ma in una percentuale strutturalmente più elevata e tale da liberare l’economia da quelle sabbie mobili nelle quali si dibatte da oltre un decennio con crescita zero. Se aumentasse fortemente il PIL, il “peso” del debito rispetto al prodotto si ridurrebbe ad una percentuale che rassicurerebbe i mercati finanziari sulla sua sostenibilità. E’ questa la scommessa italiana.

In altri tempi sarebbe stata definita “finanza creativa”, ovvero spendere con certezza, oggi, denaro che guadagneremo, forse, domani. La pandemia ha di certo cambiato il paradigma di valutazione dei fatti ma non ha cambiato uno dei pilastri della politica economica keynesiana secondo la quale si può fare deficit, anche in quantità consistente, a condizione che la spesa sia destinata più a investimenti che a consumi. Gli investimenti, infatti,  “rendono” molto più che i consumi, i termini di impulso alla crescita stabile e futura per tutti.

La scommessa italiana del 2020

Occorrerebbe pertanto che nel prossimo Decreto “Rilancia Italia” si desse molta dignità e denaro ad investimenti strategici fatti di scuole da rimettere in piedi, ponti da consolidare, linee ferroviarie ad alta velocità da completare, Ospedali Covid da costruire, reti sanitarie territoriali da ricreare e poi infrastrutture digitali, di telecomunicazioni, ambientali e formative.

Esistono oltre 100 progetti di investimento cantierabili subito bloccati da procedimenti burocratici, controlli, passaggi amministrativi e contabili. Sono la stratificazione normativa e giuridica creata negli anni, nel’illusione che servisse ad impedire eventuali atti corruttivi, in realtà puntava solo a distribuire potere polverizzato e irresponsabile ad ogni livello della vita politica, amministrativa, giuridica,  pensando che aggiungere “un posto a tavola” servisse a “sfamare” tutti. Invece si sono rivelati solo la selva inestricabile che ha paralizzato il Paese, soffocato la voglia di fare degli italiani e deresponsabilizzato le leadership.

Se tra le imminenti decisioni, oltre a sensati indennizzi per un lockdown deciso dallo Stato che ha azzerato senza colpe redditi e fatturati, ci saranno almeno altrettanti investimenti,  da avviare  secondo criteri automatici di finanziamento a progetti, noti ex ante, sottratti a qualsiasi autorizzazione simile a forca caudina; se per ogni cantiere ci sarà un commissario a rispondere delle sue azioni con poteri sostitutivi delle mille competenze concorrenti e paralizzanti; se i controlli saranno implacabili ma fatti “dopo” e non blandi e fatti  “prima” ; e, infine, se sarà fissato per legge un tempo massimo per erogare il denaro e completare le opere, è possibile che l’economia italiana torni a correre. Come accaduto per l’Expò di Milano e per il viadotto di Genova, le due ultime realizzazioni che ci hanno ricordato chi siamo. E la scommessa italiana potrà dirsi vinta.

(www.clubeconomia del 4/5/2020)

 

 
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