• giovedì , 9 Luglio 2020

L’Italia e l’Europa, il diritto di “chiedere” il dovere di “dare”

di Bruno Costi

Poichè in questa Europa incompiuta ognuno fa prima i propri interessi e poi quelli dell’Europa, l’unico modo per valutare le provvisorie conclusioni del Consiglio Europeo anti-Coronavirus sta nel cercare di capire se le decisioni in arrivo fanno bene all’Italia e all’Italia in Europa.

Per rispondere alla prima domanda, cioè se fanno bene all’Italia, basta verificare se si tratta di prestiti che aumentano il debito pubblico italiano e dunque rendono ancora più fragile la solvibilità del Paese sui mercati oppure no. Da questo punto di vista le notizie sono al momento negative: sia i fondi che potremmo ottenere dal fondo Sure per pagare la cassa integrazione ai lavoratori italiani, pare una ventina di miliardi, sia i fondi della Bei, che sono invece garanzie su finanziamenti alle aziende, sia i 38 miliardi che potrebbero all’occorrenza arrivare dal fondo salva-Stati MES, sono prestiti concessi all’Italia che si aggiungono agli interventi di acquisto di titoli di stato italiani da parte della BCE: prestiti anch’essi, per altro con interessi maggiori di quelli assicurati dal MES.

L’aiuto dell’Europa, dunque, si esaurirebbe nel concedere mutui, a tasso di favore, ma pur sempre mutui che il Paese dovrà ripagare.

Sapevamo che sarebbe andata così. Ci si attendeva qualche parola più chiara sull’assenza di condizioni nei prestiti del MES e, per esempio, che almeno il Presidente del Consiglio Europeo, Michel, accreditasse anche politicamente l’affermazione del direttore del Fondo, il tedesco Klaus Regling, secondo la quale “...la condizionalità concordata all’inizio non cambierà durante il periodo nel quale la linea di credito è disponibile…”, e che “il solo requisito è nel modo in cui si spende il denaro”cioè la destinazione sanitaria; sarebbe servito a dissolvere tutti i timori che in Italia ideologicamente vengono sbandierati da Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle. Invece non sono arrivate. Staremo a vedere più in là.

Per rispondere alla seconda domanda, capire cioè se le decisioni fanno bene all’Italia nella cornice di un’Europa più solidale e politicamente aggregata, le conclusioni, sia pure provvisorie, sono lievemente più confortanti, perchè il “si” dei Capi di Stato e di Governo europei al Fondo per la ripresa (il Recovery Fund) e la ravvicinata cadenza temporale affidata alla Commissione per dargli forma e sostanza, costituiscono un passo avanti che fa ben sperare su eventuali futuri sviluppi positivi. Ma sbaglierebbe chi pensasse che per l’Italia arriveranno “pasti gratis”. Come le parole pronunciate al Busdestag dalla Cancelliera Angela Merkel fanno ben intuire, “debito congiunto, responsabilità congiunte, non c’è condivisione senza responsabilità”. E sappiamo che a Roma piace molto la parola “condivisione”, piace molto meno la parola “responsabilità”.

 

Le luci e le ombre delle decisioni  UE

Il Consiglio Europeo ha deliberato operativamente i tre interventi di sostegno alle economie dei Paesi europei (i prestiti del Fondo Sure per la Cassa Integrazione, della Bei per gli investimenti delle imprese e del Mes per gli investimenti nella sanità anti Covid) per un totale di 540 miliari, dei quali circa 80 potrebbero essere disponibili per l’Italia, accrescendo di altrettanto la montagna del debito pubblico nazionale.

Ma era il quarto pilastro quello più importante, il discusso Recovery Plan che dovrebbe raccogliere e poi distribuire denaro, principalmente ai Paesi che non hanno risorse proprie sufficienti a contrastare la più profonda recessione degli ultimi 100 anni. Evidente l’obiettivo: se l’Europa è un Unione che deve gradualmente costruire una convergenza delle economie attorno alla moneta unica, per poi puntare ad una maggiore integrazione anche politica, non è accettabile che una pandemia venga affrontata con strumenti e modalità che allargano la divergenza tra Paesi anziché ridurla. Occorre dunque un intervento che riequilibri le risorse dando di più a chi può meno, e meno a chi da solo può di più e già sta facendo di più: la Germania, per esempio, che da sola ha già messo in campo interventi per la propria economia pari a 1.100 miliari di euro, il doppio di quanto ha deciso il consiglio europeo del 24 aprile per tutti e 27 paesi dell’Unione.

Ma su questo punto non c’è alcuna certezza. Il Consiglio dei 27 ha infatti deciso di realizzare un Recovery Fund agganciato al Bilancio Europeo per i prossimi 7 anni, dotato del doppio di risorse (dall’1 al 2% del PIL Europeo) e finanziato emettendo titoli in carico al Bilancio UE. Infine ha deciso che i fondi saranno destinati principalmente ai paesi più colpiti al Virus.

 

I nodi da sciogliere

Ma ciò che resta da decidere è di tale rilevanza che se i nodi non venissero sciolti svuoterebbero il Piano delle migliori intenzioni annunciate.

Quanto potrà spendere il fondo? Saranno più prestiti o più aiuti a fondo perduto? e soprattutto a chi verranno messi in carico i debiti conseguenti all’emissione dei titoli, alla Commissione, cioè senza pesare sul debito pubblico dei singoli Paesi, o sul Bilancio, suddividendo i debiti pro quota in proporzione ai conferimenti di ogni Paese? Insomma, si indebita la Ue o i singoli Paesi?

Per il disegno di un’Europa politica e più solidale, le risposte a queste domande ed i numeri su cui ora si tratta possono essere un viatico o una trappola . La sospensione del Trattato Ue per un anno e la monetizzazione del debito futuro per combattere il virus eviterebbero la trappola dei numeri e resta la soluzione definitiva. Ma evidentemente a Berlino ed a L’Aja occorre attendere che la recessione e la disoccupazione “ mordano” di più perchè si convincano ad affrontare una situazione eccezionale con decisioni eccezionali.

Per il momento si può solo sperare in un colpo d’ala che faccia avanzare almeno di un po’ la realizzazione del disegno visionario dei padri fondatori dell’Europa. Se arriverà, dipende certamente dalle decisioni di Berlino ma anche dalle garanzie che alcune Capitali, tra le quali Roma, sapranno dare per ribaltare l’immagine di un Paese che non cresce perchè affogato da burocrazia, litigiosità, paralisi decisionale e evasione fiscale.

«Se stiamo andando, come sembra che stiamo andando, verso la mobilitazione di una quantità di denaro senza precedenti per costruire la necessaria capacità di bilancio – ha detto la Merkel riferendosi al Bilancio Europeo – allora dobbiamo avere coerenza nei sistemi di tassazione delle società e ci serve un sentiero di convergenza”. Letta da Roma la frase significa che abbiamo certamente il diritto di chiedere, ma anche il dovere di dare.

(www.clubeconomia.it del 26/4/2020)

 
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