• giovedì , 9 Luglio 2020

Perchè occorre un”colpo di spugna” ai debiti anti-virus

di Bruno Costi

Se un metro immaginario potesse misurare la distanza tra l’Europa solidale dei lungimiranti padri fondatori e quella egoista dei loro rissosi “nipotini”, basterebbe osservare che gli aiuti in discussione al  Consiglio Europeo del 23 aprile – benchè necessari – sono per quantità e qualità di gran lunga insufficienti a scongiurare la crisi economica più profonda dal 1929 causata dal Coronavirus.

Non solo, ma il reticolo della trattativa con l’Europa nel quale ci siamo impigliati, porta il Paese a chiedere a gran voce ed in termini anche ultimativi il varo di un programma di aiuti finanziato dalla mutualizzazione europea del debito, convinti che se quel maggiore debito non gravasse pro quota sulle nostre spalle ma dell’Istituzione europea, avremmo risolto gran parte dei problemi.

Invece non sembra affatto così, perchè, se anche nella migliore delle ipotesi quel piano venisse accettato, per l’Italia degli anni a venire si tratta di aggiungere debiti a debiti e si prospetterebbero tempi anche peggiori di quelli che oggi riusciamo ad immaginare.

Facciamo qualche conto.

La ragione per la quale sembra  del tutto insufficiente la quantità di denaro che potremmo spendere per impedire che l’economia crolli  sta i poche cifre.

L’ammontare delle risorse che potremo investire e spendere nei prossimi 12 mesi è dato dalla somma tra i 20 miliardi già decisi con il decreto “Cura Italia”, i 45 previsti dal prossimo decreto “Rilancia Italia” , ed una cifra pari a circa 100 miliardi che sperabilmente potrebbero arrivare dall’Europa attraverso i vari strumenti (Bei, Mes, Sure e Recovery Plan); in totale dunque 165 miliardi, meno dei 180 miliardi che a fine anno avremo perso per il calo del PIL stimato dal FMI nel 9,1%.

L’inadeguatezza però non è data  soltanto dai 15 miliardi mancanti  tra valore distrutto e spesa imminente, perchè sappiamo che la potenza distruttiva di una recessione è molto maggiore della capacità ricostruttiva di un rilancio. E, dunque, per pensare semplicemente di ritornare ai valori di PIL del 2019, è verosimile dover stanziare (e soprattutto saper spendere) almeno il doppio di quanto si profila.

Ma ciò che preoccupa è anche la qualità, ovvero la natura e la provenienza del denaro che potremo spendere. Infatti, a dispetto di chi sopratutto nella Commissione Europea parla di Piano Marshall, ciò di cui discuterà il prossimo decisivo Consiglio Europeo,  non sono trasferimenti di denaro a titolo definitivo, cioè senza obbligo di rimborso come nel piano di aiuti americano del dopo guerra, ma  si tratta di prestiti, ovvero denaro che dovrà essere restituito. I denari che arriveranno, anche mutualizzando il debito del Piano di rilancio europeo, graveranno perciò come ulteriore debito sulle spalle dello Stato italiano, sul quale pesa già la montagna di un debito pari al 135% del PIL, che arriverà così al 153-157% del PIL.

Prima che avvenga tutto ciò, vale la pena ricordare che, con i 62 mila dollari pro capite in termini di potere d’acquisto (dati Ocse) , già siamo il Paese con il terzo debito pubblico più alto al mondo.

Nessuno al momento pensa che saremo chiamati a restituire i debiti ma, saremo almeno in grado di rassicurare i mercati che potremmo pagare almeno gli interessi sui debiti? E che l’aumento del PIL futuro sarebbe superiore all’aumento degli oneri per interessi sui debiti da pagare, cosi da scongiurare la deriva verso l’insolcvenza? E’ vero che la Banca Centrale Europea garantirà con i propri acquisti di titoli, il fabbisogno dello Stato italiano per pagare stipendi e pensioni, ma lo fa acquistando titoli che comunque verranno a scadenza e dovremo rimborsare; ovvero si tratta di altri debiti.

In sintesi, l’effetto combinato della insufficiente quantità di risorse che potremo spendere, ed il fatto che si tratta di ulteriori debiti che ci viene concesso di contrarre sterilizzandone solo gli effetti negativi sui tassi d’interesse, mettono il Paese in una situazione di estrema fragilità e molto pericolosa.

E’ vero che il debito pubblico è solo per il 36% in mani estere, ma senza la BCE che assicura la sottoscrizione dei 40 miliardi di titoli pubblici da emettere ogni mese, non sapremmo come pagare pensioni e stipendi pubblici; inoltre, uno spread al rialzo affonderebbe anche le banche e le assicurazioni italiane che, da sole, hanno in pancia oltre il 36% del debito pubblico italiano. La BCE ha dunque nelle sue mani “l’interruttore” dell’ossigeno per lo Stato italiano e per le nostre banche; in sostanza è l’azionista occulto del Paese ed ha il potere di “staccare la spina” in ogni momento mandando l’Italia in default.

Qual è allora la soluzione?

Tecnicamente si tratta di monetizzare il nuovo debito europeo chiedendo alla BCE di sottoscriverlo stampando banconote e rinunciando a chiederne il rimborso ai Paesi debitori. Una strada già decisa da FED, Bank of England e Bank of Japan, ovvero dalle banche centrali degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dal Giappone.

Politicamente  si tratta di decidere il  time out di alcune regole europee, una sospensione temporanea e una tantum dei divieti, che permetta di superare il momento con  un poderoso “colpo di spugna” su tutti i debiti che verranno contratti per contrastare la recessione prodotta dalla Pandemia, sia dall’Europa con il Recovery Plan che da ogni singolo Paese con le sue leggi.

Nulla a che vedere con la posizione strumentale di alcune forze politiche sovraniste italiane ed estere che hanno invece l’obiettivo, non di sospendere temporaneamente, ma di cancellare definitivamente le regole europee e abbandonare l’Euro.

Conosciamo l’obiezione: non si può, perchè l’art.123 del Trattato CE e l’art 18 dello Statuto della BCE vietano il finanziamento monetario dei debiti degli Stati ed è la sacrosanta garanzia di indipendenza e di separazione tra la politica monetaria e la politica fiscale che protegge il potere d’acquisto dei cittadini dall’inflazione e dalla secolare tentazione dei politici di “comprare” il consenso.

Ma oggi in Europa non c’è consenso da acquistare ma vite da salvare di fronte ad una pandemia da virus di natura eccezionale, che colpisce tutti i Paesi dell’Unione in pari misura, provoca una caduta di redditi e di produzione e rischia di sfociare in rivolte sociali come solo la fame e la disoccupazione sono capaci di scatenare.

Non è in gioco solo il Progetto Europeo, ma la tenuta delle democrazie, alle porte delle quali picchiano già da alcuni anni i sovranismi anti-democratici e le mire egemoniche di potenze extraeuropee.

(www.Clubeconomia.it del 18/4/2020)

 
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