• giovedì , 9 Luglio 2020

Un buon compromesso, ora sta al Consiglio mettere fine alla partita

di Giuseppe Pennisi

Al termine della lunga riunione dell’Eurogruppo, tutti i partecipanti si sono presentati come “vincitori” ai cittadini dei loro rispettivi Paesi. Non ci sono stati, invece, né vincitori né vinti perché si è raggiunto quel «compromesso ragionevole» auspicato anche da questa testata. Le conclusioni dovrà tirarle il Consiglio Europeo, solo allora si vedrà se si farà progresso sui punti rimasti in sospeso.

Soffermiamoci su due: a) l’utilizzazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes); e b) la costituzione del «fondo per la ripresa» inizialmente proposto dalla Francia e che potrebbe includere il varo di «strumenti finanziari innovativi », tra cui eurobond (o simili), un cavallo di battaglia dell’Italia. Sugli altri aspetti – il potenziamento della Bei per fornire liquidità per le imprese ed il programma Support to Mitigate Unemployment Risks in Emergency (SURE) – non c’erano grandi differenze di opinione. Sul Mes il compromesso è abbastanza ambiguo, per giungere ad un accordo tra visioni nettamente opposte. Sino a quando dura l’emergenza, le linee di credito precauzionali «saranno aperte a tutti gli Stati», in una misura pari al 2% del loro Pil, per finanziare i costi sanitari, diretti e indiretti, ma non per le altre spese socio–economiche indirettamente legate all’emergenza.

Ciò viene interpretato come interventi «senza condizionalità »: l’accordo e lo statuto del Mes prevedono, però, vigilanza sull’impiego dei fondi. Le conclusioni della riunione sottolineano che la «condizionalità» (impegno a politiche di riassetto strutturale) tornerà ad essere una caratteristica del Mes, una volta terminata l’emergenza. Per avere accesso ai finanziamenti Mes, lo Stato interessato deve fare esplicita richiesta. Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha già detto che l’Italia non intende rivolgersi a questo strumento, anche per

evitare uno scontro all’interno della maggioranza oltre che il furore dell’opposizione.

Ancora più vago l’accordo sul «fondo per la ripresa» che dovrebbe essere varato dal prossimo Consiglio Europeo e potrebbe includere modalità finanziarie «innovative» (l’appiglio per dire che gli eurobond sono sul tavolo). Non è dato sapere se c’è una proposta tecnica strutturata (predisposta, presumibilmente dalla Francia) su cui possano lavorare gli sherpa e se tale proposta includa «eurobond».

L’opposizione ai bond non è tecnica: molte unioni monetarie hanno avuto, e hanno, titoli a responsabilità condivise; a fine aprile, l’Amsterdam Center for European Studies ha pubblicato un bel lavoro di Lorenzo Codogno e Paul van dem Noord in cui si dimostra che gioverebbero tanto agli Stati della “periferia” quanto agli altri. L’opposizione è politica: riguarda l’Italia che a Maastricht si era impegnata a portare il proprio debito pubblico dal 105,5% del Pil al 60% entro un tempo «ragionevole» ma ora lo ha al 135% e minaccia di portarlo al 170% in due anni, ponendo a rischio la stabilità finanziaria dell’Eurozona. Da un lato, ciò può voler dire che i bond sono tanto più necessari per ridurre il peso dello spread sul debito italiano. Da un altro, che è tempo che l’Italia rimetta la propria economia e finanza pubblica in ordine tramite il Mes (creato a questo scopo) con relativa «condizionalità». La partita è ancora aperta. Nessuno parla del «convitato di pietra» all’Eurogruppo, e al Consiglio Europeo: la Banca centrale europea (Bce). Il Pandemic emergency purchase programme (Pepp), lanciato in questi giorni, se usato con abilità (ossia acquistando titoli dal Mes, dalla Bei, dalle banche e dalle imprese) può arrivare a 1100 miliardi da pilotare, se si vuole e se si sa farlo, in buona misura verso l’Italia.

(Avvenire, 11 aprile 2020)

 
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