• lunedì , 21 Settembre 2020

Il (nuovo) golden power? Limita i diritti di proprietà

di Franco Debenedetti

La pandemia limita, fin quasi ad annullarli, diritti che riteniamo intangibili: muoversi nel territorio del Paese, incontrarsi con altre persone. Se lo sopportiamo, tutto sommato con straordinario civismo, è perché sappiamo che è per il bene nostro e del Paese. Questo non può dirsi per le norme sul golden power annunciate ieri sera dal primo ministro Conte: ledono il diritto di proprietà, per giunta quando disporre della propria ricchezza potrebbe essere più necessario. E sono di danno per il Paese, quando si tratterà di ricostruire i danni di questa “guerra”. Con la differenza che i diritti di circolazione e di riunione verranno (forse perfin troppo presto) ripristinati, le lesioni a quello di proprietà rischiano di lasciare cicatrici permanenti.

Il diritto di proprietà di un bene consiste nel fatto che io, e solo io, posso decidere di separarmene, vendendolo o donandolo finchè sono in vita, e lasciandolo in eredità alla mia morte. La norma sul golden power esistente già limitava questo potere. Il Presidente del Consiglio ha spiegato che esso ora viene “potenziato” ed esteso a “tutte le imprese che svolgono una qualche attività di minimo rilievo strategico per il nostro paese” col potere di “controllare operazioni societarie, scalate eventualmente ostili, non solo nei settori tradizionali delle infrastrutture critiche e della difesa, ma anche in quello finanziario, creditizio, assicurativo, energia, acqua, trasporti, salute, sicurezza alimentare, intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori, cybersicurezza”. Dato che ogni azienda è inserita in un reticolo di rapporti per la continuità dei quali è “strategica” e che il governo può applicare questa definizione a suo piacere, nessun proprietario può essere del tutto certo di possedere la propria azienda.

La pandemia ha ridotto i valori, anche le nostre aziende diventano acquisibili a buon prezzo. Basta per dire che c’è rischio di scalate predatorie? Ogni acquirente presuppone un venditore, l’azionista unico o di maggioranza. Se vende è perché ritiene che il prezzo offerto attribuisca agli utili futuri un valore attuale maggiore di quello che egli è in grado di trarne. Nessuno può saperlo meglio di lui, nessuno più di lui ha interesse a che quello che gli viene offerto sia il prezzo maggiore, cioè il più vantaggioso per lui e per la sua azienda. E’ dimostrato che così è stato per la grandissima maggioranza de “Le medie aziende acquisite dall’estero” (come analizzate da Barbaresco, Matarazzo e Resciniti) Nel caso di aziende quotate, se la scalata è concordata, l’esercizio del golden power danneggia ovviamente tutti gli azionisti: se la scalata è ostile, ci sono norme che le disciplinano.

E poi c’è il danno per il Paese. Quello arrecato ai nuovi imprenditori, la cui capacità di iniziativa diciamo essere nostro prezioso patrimonio: che incentivo avranno a iniziare un’attività economica, men che mai in un settore innovativo, se sanno che, in caso di successo, qualcuno potrà dichiararla “strategica” e con questo nome limitare i loro diritti? C’è il danno arrecato all’impresa: se non esiste sul mercato interno nessuno che intenda fare una contro-OPA vuol dire che non c’è nessuno che pensa di saperla gestire in modo più profittevole di quanto fa l’attuale maggioranza, e questo sia che si tratti di vendita totale o parziale, o di fusione o di scambio di azioni, operazioni tutte che l’esecutivo può giudicare, a suo arbitrio, equiparabile a una vendita. C’è infine il danno per l’intero sistema economico: ridurre la contendibilità delle aziende comporta minore efficienza non solo dell’azienda in questione ma di tutte le aziende italiane potenzialmente acquistabili anche da private equity: il timore di essere sostituiti da parte di un nuovo board è infatti il più potente incentivo per i manager a perseguire non il proprio interesse, ma quello degli azionisti.

Questo in generale. Se il golden power viene invocato per operazioni con altri soggetti europei, significa che non si è capito l’immenso vantaggio che hanno tratto tutte le attività economiche italiane dall’operare liberamente nello spazio economico europeo, il maggiore del mondo. Oltre ad essere in contraddizione con se stessi, quando da un lato ci si appella alla solidarietà comunitaria per quanto riguarda il nostro debito e dall’altro si sbarra la porta quando si tratta di nostre attività.
E anche se lo scalatore fosse extra-europeo, perché all’azionista italiano dovrebbe esser impedito di lucrare il qualcosa di più che la controparte è disposta a pagare per accedere al mercato unico? Capisco che ci siano anche valutazioni e strategie con orizzonte planetario da decidere e condividere a livello europeo. In realtà la chiusura a prescindere è rivelatrice della vera preoccupazione del governo: avere il potere, e dimostrare al proprio elettorato di averlo, di condizionare le legittime scelte e decisioni delle aziende.

 

(Corriere Economia 10 aprile 2020)

 
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