• venerdì , 23 Ottobre 2020

Un dilemma diabolico: morire di fame o morire di virus?

di Bruno Costi

Sfrondato di tutte le parole inutili e le polemiche pretestuose, il contrasto tra chi vorrebbe far ripartire subito l’economia e far circolare le persone e chi, invece, pensa che occorra stare a casa fino al 3 maggio, o anche oltre se serve a combattere la diffusione del Coronavirus, non è affatto banale e attiene a due visioni del mondo e della vita che hanno entrambe piena legittimità.

Decidere tra “aprire tutto” o “chiudere tutto” è un dilemma che costringe a scegliere tra la vita delle persone  e la vita del Paese, tra l’economia che sfama gli uomini e  gli uomini che fanno l’economia, in sintesi se sia meglio morire di virus o morire di fame.

A confrontarci con un problema di tale portata non siamo soli.

Quando Boris Johnson preannuncia al popolo inglese che per proteggere l’intera nazione, molti dovranno abituarsi all’idea di perdere i loro cari sull’altare dell’immunità di gregge, non fa altro che lasciare emergere dal profondo della secolare cultura del suo paese quell’ispirazione liberista e utilitarista di David Hume, Adamo Smith e Jeremy Bentham, filosofi per i quali è buono, giusto, morale solo ciò che e utile alla collettività, mentre è immorale, cattivo e deprecabile ciò che non lo è. Per esempio, la vita di un anziano rispetto a quella di un giovane, in quanto il primo è un peso per l’economia, il secondo una risorsa.

Al contrario, quando Macron, Conte e Sanchez si precipitano a chiudere le attività, isolare i focolai di contagio, a rinforzare i reparti di terapia intensiva che salvano la vita delle persone, non fanno altro che esprimere i valori solidali ed antropologici profondamente radicati nella cultura cattolica, per i quali la vita umana è sacra ed inviolabile ed ha priorità su qualsiasi altro valore, anche di utilità collettiva come la produzione di beni e servizi . Per dirla con la critica dell’economia Amarthya Sen, l’uomo economico predicato dagli utilitaristi è l’idiota sociale dei solidaristi cattolici.

Il dilemma sovrasta ognuno di noi, ma se vogliamo che l’economia riparta il più rapidamente e stabilmente possibile,occorre stroncare questo maledetto virus e ricominciare a lavorare, con una gradualità che permetta di non avere ricadute e dover rifermare l’economia in autunno.

Anche per chi non ha affinità con chi ci governa dovrebbe appare chiaro che quello che sta facendo l’Italia, la prima in Occidente ad affrontare la situazione, non sarà perfetto (e chi lo è?) ma in giro nel mondo non si vedono Giganti.

In Occidente tutti stanno seguendo la traccia italiana; gli Stati Uniti, che dicevano l’America è più forte del virus (Trump), adottano il lock down ed annunciano centinaia di migliaia di morti prossime venture; gli inglesi, che volevano lasciare tutti liberi di decidere ognuno per sé e arrivare all’immunità di gregge, hanno il primo ministro reduce da un ricovero in terapia intensiva per il virus e l’Imperial College di Londra che lo smentisce lodando l’Italia che con il suo modello ha evitato 38 mila vite umane; gli svedesi, che parevano emulare gli inglesi, ora corrono spaventati al ripari e procedono alla chiusura delle attività ed al distanziamento sociale, con un mese di ritardo che tradotto in cifre, equivale ad alcune migliaia di vite perse.

Nei Paesi liberi e democratici si possono fare le cose solo con il consenso; nelle dittature o nelle semi dittature ci si può permettere di chiudere 60 milioni di persone in casa (Cina), o di sparare sui chi viola il divieto di stare a casa (Filippine) o spiare fin dentro la camera da letto i comportamenti corretti  (Corea), o nascondere le cifre dei morti e dei contagi (Russia).

Da noi no, per fortuna.

Bisognerebbe piuttosto prendere nota che sommando le decisioni adottate dalla BCE, con quelle in cantiere nell’Unione Europea, al di là delle tensioni che comunque troveranno un punto di convergenza, sta per piovere sull’economia italiana una quantità di denaro mai vista dal dopo-guerra, debiti si, ma al di fuori dei vincoli di stabilità europei. Dei 1500 miliardi di euro che la BCE ha stimato siano necessari per compensare l’analoga caduta del Pil dell’area Euro che si preannuncia a causa della recessione da Coronavirus, arriveranno in Italia tra i 150 e i 200 miliardi di euro in 12-24 mesi. Per intenderci, una cifra pari a quanto costarono all’Italia i 3 anni della  prima Guerra Mondiale.

L’incognita vera, dunque, non è la disponibilità di denaro ma la capacità che avremo di spenderlo rapidamente aprendo cantieri, costruendo strade e ponti, riparando scuole che crollano, abolendo l’inutile burocrazia che impedisce di bandire le gare d’appalto, utilizzando le banche per far arrivare, a costo zero e direttamente sui conti correnti, gli aiuti a professionisti, artigiani e imprese.

Qualcuno ruberà? Qualcuno corromperà o si farà corrompere? La criminalità organizzata ne approfitterà? Individuare i rischi,  significa anche prepararsi ad affrontarli e i delinquenti andranno colpiti e incarcerati. Ci penseranno le forze dell’ordine, i magistrati e i processi. Ma ora occorre partire e  spendere subito; e le spese per investimenti non dovranno essere inferiori alle spese per trasferimenti.

Se riusciremo a fare questo, la crisi da dramma può anche trasformarsi nella più grande opportunità economica dell’Italia dai tempi del Miracolo Economico. Proprio nel momento in cui le ansie sono più marcate e il futuro sembra più buio, si può essere fiduciosi.

(www.clubeconomia.it del 4/4/2020)

 
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