• venerdì , 5 giugno 2020

Attenti a dire all’Europa: “..Faremo da soli”

di Bruno Costi

Il sussulto di orgoglio nazionale con il quale Giuseppe Conte ha respinto l’aiuto dell’Europa nei modi ed alle condizioni capestro con le quali 10 anni fa fu strangolata la Grecia, si sintetizza tutto in poche ma misteriose parole:” ve lo potete tenere, l’Italia non ne ha bisogno. Faremo da soli”. Ma cosa significa quel “faremo da soli”? E quanto vale se associato all’ultimatum, per ottenere entro 10 giorni una proposta che salvi l’Europa? Una minaccia, un bluff o un progetto?

Per rispondere a queste domande è utile chiarire quattro punti .

Perchè abbiamo bisogno dell’Europa? Perchè per effetto della pandemia da Coronavirus abbiamo cumulato un triste primato: siamo stati il primo Paese Europeo ed Occidentale ad avere il maggior numero di contagi e una loro rapida diffusione ed abbiamo adottato una strategia di contenimento del virus che, da una settimana all’altra, ha bloccato a casa un’ intera popolazione e chiuso i due terzi dell’industria. Il prezzo alla fine sarà molto alto, in termini di vittime ed in termini di produzione di ricchezza.

Le stime più recenti accreditano quest’anno una riduzione del PIL, ovvero della ricchezza prodotta, dal 5% al 20%, una recessione che ha come precedente solo l’ultimo “dopo guerra”. Sarà il risultato delle molte aziende, lavoratori, famiglie che vedranno calare fatturati e tenore di vita.

Per scongiurare in tutto o in parte questo scenario occorre un vero e proprio salvataggio di Stato che dia in fretta alle famiglie ed alle imprese denaro contante. Come ha sottolineato Mario Draghi, l’obiettivo è anche e soprattutto di impedire che crollino i pilastri delle imprese sui quali è poggiata non solo l’economia italiana ma europea, perchè per abbatterli basta qualche settimana di ritardo nelle decisioni, ma per ritirarli su non basterebbero anni e sarebbe molto doloroso. Come accaduto nel 2008.

Tra decisioni ed annunci il Governo ha già deciso interventi per 75 miliardi di Euro, un ammontare di spesa pari al 5% del Pil mai visto in 70 anni di vita repubblicana. Ma tra il dire e il fare, in Italia c’è di mezzo la burocrazia. Sarà il caso che questa volta la fretta guidi le decisioni. E pazienza se sospendere il Codice degli Appalti o commissionare lavori pubblici senza gare consentirà a qualcuno di aggirare corrompere o rubare. Per costoro nessuna pietà ma ci penseranno i magistrati e i processi. Non c’è bisogno di ricorrere alla saggezza di Voltaire per ricordare che il meglio è nemico del bene. Ora serve aprire subito cantieri e fabbriche con commissari affiancati da magistrati, come fatto per l’Expò di Milano. E partire.

Perchè l’Europa dovrebbe aiutarci? Perchè l’Italia può spendere i 75 miliardi promessi (che non ha) solo aumentando di altrettanto il debito pubblico esistente e portarlo dal 135% a circa il 160% del Prodotto lordo. Non necessariamente sarebbe un problema: un Paese come l’Italia può sostenere un debito così alto senza insinuare dubbi di solvibilità verso i creditori a patto che la sua economia (il PIL) cresca ad un tasso superiore  a quello degli interessi da pagare . Ma se il PIL cala perchè l’economia crolla e gli interessi salgono perchè cala la fiducia nell’Italia, la strada è quella che porta direttamente al fallimento, come qualcuno nel Nord Europa voleva accadesse nel 2008 per la Grecia.

Ma – e questo è il paradosso – la nostra relativa debolezza è anche il nostro maggiore punto di forza perchè l’Italia non è la Grecia: è la seconda industria manifatturiera d’Europa, la quinta potenza esportatrice e la settima economia del mondo. E’ troppo forte e troppo grande per fallire. Se crollassimo noi verrebbe giù non solo l’Euro, ma l’intera impalcatura Europea costruita in 70 anni di cooperazione ed i problemi nostri diventerebbero problemi di tutti.

Oltre alle parole che addobbano i buoni propositi della solidarietà umana, gli ideali di pace e di cooperazione tra i popoli, è questa la vera ragione per cui l’Europa deve aiutare l’Italia più di ogni altro Paese dell’Unione che pure è in difficoltà come noi. E non si tratta di una concessione ma di convenienza.

 

Perchè l’Italia rifiuta i prestiti salva-stati e chiede i corona-bond

Per aiutare i Paesi che hanno più debito pubblico o prevedono di averlo, tra i quali l’Italia, l’Europa ha due leve. Una è la leva monetaria e la muove la Banca Centrale Europea; l’altra è la leva del Bilancio europeo che risponde però al Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo, dove il peso maggiore lo esercita la Germania.

La differenza tra le due leve è importante e non è stata sufficientemente chiarita: la BCE stamperà banconote per ulteriori 750 miliardi e li potrà utilizzare in caso di necessità per acquistare titoli pubblici di Paesi in difficoltà (per esempio calmierando gli interessi sui nostri titoli pubblici), qualora l’aumento dello spread con i Bund tedeschi superi quota 500 e faccia temere il default dell”Italia; oppure li potrà prestare alle banche, anche a tasso zero, per dare ossigeno alle imprese. E’, cioè, un aiuto che corre lungo il canale finanziario e riguarda principalmente le imprese, non le famiglie.

Per racimolare invece i 75 miliardi che il Governo italiano spenderà nei decreti “cura-Italia” e “Ricostruisci-Italia”, bisogna bussare ad un’altra porta, quella della commissione Europea, che può prelevarli dal Bilancio dell’Unione Europea se i capi di Stato e di Governolo autorizzano. E’, cioè, un aiuto economico e riguarda le spese dello Stato per famiglie ed aziende.

La BCE fa prestiti che vanno restituiti, la Commissione Europea fa trasferimenti di denaro che non va restituito. Ed è qui l’intoppo e l’oggetto dello scontro tra Nord e Sud d’Europa.

I denari dell’Europa vanno considerati un “premio” a chi ha i conti in regola o promette di farlo? O sono un “dovere” verso chi ha più contagi e vittime a causa di un’ epidemia che colpisce incolpevolmente tutti? La differenza non è economica, è etica e riguarda i principi fondanti e la ragion d’essere dell’ Europa.

La Germania ed i Paesi del Nord (Austria Olanda principalmente) li concepiscono come un “premio” alla virtù e vorrebbero utilizzare un meccanismo esistente, il “Salva Stati” ( MES) che consente di soccorrere un Paese in difficoltà, con prestiti anche illimitati, imponendo tuttavia condizioni “pedagogiche”, in un certo senso anche umilianti per la sovranità del Parlamento italiano che dovrebbe approvare leggi con contenuti imposti da una sorta di Troika di commissari indicati da FMI, BCE e Ue. Si tratterebbe in sostanza di un prestito garantito da ipoteca sull’economia italiana. La Grecia nellla crisi del 2008-2009 accettò tali condizioni ma il Governo di sinistra Tsipras, dopo gli iniziali velleitarismi nazionalisti, fu costretta ad acquistare navi militari dalla Germania ed a vendere tra gli altri, il Porto del Pireo, la Telecom greca, la società distributrice di Gas, ovvero i pochi asset produttivi del Paese.

Inutile osservare che alcuni grandi campioni industria e della finanza italiani, come l’Eni, Leonardo, Enel, Telecom, Fincantieri, Banca Intesa, Generali fanno gola a parecchi concorrenti esteri e già alle quotazioni di Borsa di oggi sono praticamente a prezzi di “saldo”.

L’Italia rifiuta naturalmente questa prospettiva e considera i denari dell’Europa un “dovere di solidarieta” , eccependo che il Coronavirus  ha colpito tutti indistintamente nel mondo e, se dobbiamo aumentare il debito pubblico, non è per colpa di malagestione o di spesa pubblica elettorale per i quali dobbiamo pagare pegno. E, dunque, insieme a Francia, Spagna ed altri 6 paesi, chiediamo invece un salto di qualità nell’intervento, che servirebbe anche a completare un altro pezzo dell’Unione Europea: l’emissione di un prestito europeo (I “corona-bond o euro-bond”), che sarebbe debito dell’Unione europea, non dei singoli Stati, ma che poi, acquistato dalla BCE, equivarrebbe ad un prestito che nessuno rimborserà; di fatto un Piano Marshall di salvataggio dell’intera economia europea, confrontabile con i 2000 miliardi di dollari che il Congresso Usa sta autorizzando Trump a spendere.

 

Che significa faremo da soli

Non sorprende che anche nel momento del bisogno di solidarietà e sotto la frusta disumana di una epidemia che falcia molte vite, la Germania ed i suoi piccoli Paesi-satellite si rinchiudano nell’angustia dell’egoismo nazionale rifiutando di condividere i debiti generati da una pandemia senza confini nell’Unione. Del resto, non hanno mai creato nelle loro rispettive opinioni pubbliche e nelle loro istituzioni la cultura della costruzione europea ma quella di un’Europa al servizio dei singoli interessi nazionali.

Ma , sul versante opposto, non era mai accaduto che l’Italia minacciasse di fare a meno di loro. Dove porta dunque quel “altrimenti faremo da soli” lasciato cadere da Conte nell’etere di un video-collegamento tra capi di Stato? Le ipotesi di scuola sono quattro ma, ognuna, gravida di prospettive che ci auguriamo il Governo abbia analizzato.

La prima è che i 75 miliardi da spendere per salvare l’economia il Governo li trovi facendo debito e affrontando l’ira dei mercati con uno spread a 500 come accadde durante il Governo Monti; sappiamo che poi arrivò una recessione durata più di cinque anni dalla quale il Paese non si ancora ripreso;

La seconda è che vengano trovati con una tassa, (patrimoniale? sulle successioni? sulle grandi fortune?) sugli italiani. Così some Prodi nel 1996 istituì l’Eurotassa per entrare nella serie A dell’Europa monetaria, oggi sarebbe una Eurotassa per non uscirne. I partiti sovranisti ringrazierebbero.

La terza è l’appello patriottico agli italiani, il lancio di un prestito Salva-Italia di cui lo Stato pagherebbe solo gli interessi ma che non verrebbe mai rimborsato. Ma sarebbe una scelta autarchica contraria al Trattato di Mastricht ed all’Euro.

L’ultima è la riassunzione del potere di stampare banconote  e il conseguente abbandono dall’Euro che però,  se avvenisse solo per l’Italia, sarebbe un disastro peggiore del male che ci attende dopo il virus.

Non sappiamo quale delle quattro sia la migliore, probabilmente perchè nessuna lo sarebbe. Ma la Storia insegna che abbandonare i tavoli di trattativa fa bene a chi resta ma non a chi se ne va.

Cento anni fa, nella Conferenza di Pace di Parigi al termine della prima guerra mondiale, il Capo del Governo italiano, Emanuele Orlando, che al tavolo delle trattative  tra i Paesi vincitori non riusciva ad ottenere per l’Italia i territori  dell’Istria e della Dalmazia, si alzò ed abbandonò offeso la Conferenza. Finì che l’Istria  e la Dalmazia andarono al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e Francia e Germania si spartirono le  colonie degli ex-imperi Austro-Ungarico e Ottomano. Per l’Italia, non solo il il danno ma anche la beffa.

L’augurio è che il Governo abbia riflettuto con attenzione sulle conseguenze del “faremo da soli” e che il bluff lasci spazio a trattative che difendano la sovranità italiana ma costruiscano anche l’Europa di cui non possiamo fare a meno.

(www.clubeconomia del 29 marzo 2020)

 
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