• venerdì , 5 giugno 2020

Ha vinto la paura. Il Coronavirus e la sconfitta morale dell’Occidente

di Giuliano Cazzola

Il campo delle mie letture è circoscritto a taluni argomenti; la storia (soprattutto gli eventi del secolo scorso), le biografie dei Grandi protagonisti, e la saggistica politico-economica. Per un certo periodo ha avuto interesse – come lettura d’evasione – per i libri di fantapolitica (un’evoluzione delle storie che una volta erano definite ‘’di spionaggio’’).

Ho letto i libri di John Le Carrè ambientati ai tempi della Guerra Fredda, fin da quando, molti anni fa, rimasi colpito da “La spia che venne dal freddo” (molto bello anche il film). Poi, dopo “La tamburina”, ho lasciato perdere.
Non trovo che gli scenari internazionali che fanno da sfondo alle storie di adesso abbiano l’interesse e il fascino della Guerra fredda. Non ho letto nulla dei grandi scrittori americani (Tom Clancy ed altri), mentre ho visto diversi film ispirati a quei libri di enorme successo in tutto il mondo. Se ne avessi la capacità – per affrontare certi argomenti occorre disporre di una conoscenza approfondita degli ambienti, degli apparati e delle procedure di certe istituzioni – mi piacerebbe scrivere una storia – ovviamente con personaggi immaginari – riferita alla vicenda del Coronavirus. Chissà? Potrei anche suggerire un soggetto originale a chi saprebbe svilupparlo.

Lo scenario internazionale è destabilizzato; la lotta per l’egemonia vede in campo il vincitore della Guerra fredda, gli Usa, e un nuovo protagonista, la Cina, che da “fabbrica del mondo” si è rapidamente trasformata in una grande potenza finanziaria, economica e tecnologica che estende la sua area di influenza sull’Asia, l’Africa, sulla stessa Europa (la c.d. Nuova Via della Seta è il filo rosso di questo disegno egemonico basato su di un ampio programma di infrastrutture e di reti di comunicazione in grado di interconnettere anche fisicamente la parte più importante della società globalizzata).
All’improvviso, in Cina scoppia un’epidemia di un virus, appartenente al ceppo conosciuto dei “corona” – ma sconosciuto; il contagio si diffonde rapidamente – perché non incontra anticorpi – passando da un Continente all’altro con una velocità favorita dalla mobilità delle persone e delle merci in un sistema mondiale interconnesso, in un pianeta che ha ridotto dai classici 80 giorni a poche ore il giro intorno alla Terra. Per farla breve, i leader cinesi capiscono la gravità della situazione (una terza guerra mondiale?) e si rendono conto che a vincere la nuova sfida sarà il Paese che riesce ad uscirne prima, anche a costo di misure draconiane e sacrifici dolorosi. Ma i dignitari del PCC conoscono anche le debolezze dei loro competitori e si convincono che saranno quegli stessi a condannarsi a un tragico destino.

Il motivo è semplice: le popolazioni dei paesi ricchi e sviluppati e dotati di articolati sistema di welfare non sono più capaci di soffrire. L’Occidente si paralizza così da solo. Si disarma, si suicida per paura di ammalarsi. Il suo punto debole è l’opinione pubblica, sobillata da un’informazione che risponde solo a se stessa e all’indice degli ascolti. La democrazia è il peggiore dei sistemi politici eccezion fatta per tutti gli altri. Ma le democrazie vincono le guerre quando sono guidate da grandi leader, in grado di convincere i propri concittadini ad intraprendere percorsi difficile e sacrifici tremendi.
Winston Churchill, nel suo primo discorso da premier ai Comuni, promise ai sudditi di Sua Maestà: “blood, toil, tears and sweat”. Quando Boris Johnson ha cercato di ricordare agli inglesi che quando si va in guerra si muore, è stato costretto a cambiare linea in fretta e furia. E chi muore in guerra? Intere generazioni di giovani. Adesso tocca ai più anziani. Ma questa logica non viene accettata dall’opinione pubblica che preferisce privarsi del futuro pur di salvaguardare un incerto presente. Così – nella nostra storia – la Cina s’impadronisce di un mondo impaurito, impoverito, paralizzato, che ha dissipato tutte le risorse per sopravvivere, che ha rinunciato volontariamente alle sue libertà pur di tutelare la propria esistenza. E presto si accorgerà di aver perduto su ambedue i fronti. La vittoria della Cina è dipesa da una visione filosofica della vita, che non appartiene al mondo occidentale. Ed è proprio questa inadeguatezza etica che ha messo in evidenza la sua fragilità.

Il coronavirus non è la sola e la più grave epidemia che il mondo sviluppato ha importato nella sua storia. La differenza non sta nel virus, ma in noi. Se guardiamo i provvedimenti adottati dal governo italiano (e passo dopo passo dagli altri governi europei e occidentali) troviamo un solo denominatore comune: l’emergenza. A leggere il testo del decreto legge recante “misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19” si ha la netta impressione di essere in guerra. La mia generazione è passata attraverso la seconda guerra mondiale da bambini di pochi anni: conserva quindi una memoria frammentata di quella esperienza, dal versante della condizione della popolazione civile. Le generazioni dopo la mia, la guerra l’hanno vista solo al cinema e in tempi più recenti – ma questa è una guerra vera che si combatte altrove – tutte le sere nei tg.
I libri di storia, tuttavia, ci hanno trasmesso la drammaticità degli eventi bellici e il senso degli sforzi umani e materiali che vengono richiesti ad una comunità quando le frontiere sono in pericolo ed il nemico ha sfondato le nostre linee. Da ciascuna di quelle norme del decreto nominato Cura Italia, scritte ed assemblate, in una logica d’emergenza traspare la durezza della sfida e il sacrificio che viene chiesto al Paese, non solo alle generazioni di oggi, ma anche a quelle di domani. Durante le guerre non si fa caso all’incremento del debito pubblico; mobilitare in continuazione maggiori risorse per le esigenze belliche diventa una priorità assoluta, una ragione di sopravvivenza. Con questo decreto – è stato detto – si è fatta un’altra manovra, anzi la ‘’vera’’ manovra per il 2020, per un ammontare (parziale) di 25 miliardi.

La Ue ha decretato il “liberi tutti”, le regole di bilancio sono sospese e tutti i governi sono autorizzati a correre ai ripari. Ma gli indebitamenti che si assumono oggi saremo sempre noi a portaceli appresso. Anche se riusciremo a sconfiggere il virus non potremo chiedergli i danni di guerra. Ovviamente, è la situazione ad imporci la regola del primum vivere.
È importante, però, non perdere la lucidità, non lasciarci trascinare dal vortice delle psicosi che sta mettendo in ginocchio il mondo, in particolare la parte, che ha imparato a confondere la realtà con la percezione, la vita vera con quella che viene raccontata dai media. Il decreto ha rappresentato una prima risposta organica alle tante emergenze di questa fase nella speranza che presto ci appaia un bagliore ad indicare la fine del tunnel. Il decreto, soprattutto nelle misure a sostegno del lavoro (il Titolo II) doveva essere complementare (il sostegno al reddito, la cig in deroga per nove settimane, i congedi parentali, i bonus famiglia, ecc.) a quanto disposto dalle parti sociali, in presenza del governo, nel Protocollo del 14 marzo, che conteneva misure per salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori nel contesto della continuità della produzione. Non esistono infatti due tempi: non si salva nessuno se, alla fine, ci si ritrova a vivere in un deserto.

Anche in frangenti come questi l’economia non deve andare in quarantena. E le politiche pubbliche devono favorire questo obiettivo. Perché un Paese non può vivere chiuso in casa a consumare risorse che nessuno produce. E dopo il reddito di cittadinanza non possiamo permetterci un reddito da contagio generalizzato. Ma la speranza è durata poco. La pagina di storia scritta il 14 marzo è stata strappata, perché i sindacati non hanno ritenuto adeguati (in eccesso) i settori produttivi chiamati ad assicurare le esigenze primarie dei cittadini. Anche questo è un segno dei tempi.
Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere, da giovane militante, persone, assolutamente normali, che durante la guerra avevano continuato a lavorare sotto le bombe e, quando era venuto il momento, avevano difeso le fabbriche per impedire ai tedeschi di smontare i macchinari e portarli in Germania o di distruggerli. C’era la consapevolezza che non avrebbe avuto senso sopravvivere nel presente se non vi fosse stata la garanzia di un futuro. Era evidente che quella scommessa delle parti sociali, del 14 marzo, era più facile da perdere che da vincere. Quando tutto un Paese ‘’ marca visita’’, i lavoratori hanno il diritto di essere preoccupati per la propria salute e quella dei loro cari. Tanto più quando i cronisti del patriottismo pantofolaio li prendono di mira quando, stanchi per una giornata di lavoro, rincasano con la metropolitana o il tram.

Costretti a sedere uno vicino all’altro, perché il numero delle corse è stato ridotto, vengono accusati di non attenersi alle norme antivirus ed indicati, alle famiglie sedute davanti alla tv, come i possibili “untori’” dei loro figli. “Irriducibili’”, “maniaci”, “profittatori”: anche avere un cane ed accudirlo come si deve è diventato un privilegio. Non c’è da stupirsi, allora, che il Protocollo stia andando a gambe all’aria prima che il gallo abbia cantato per un’intera settimana. Speriamo che il virus si spaventi per le sparate televisive di Maurizio Landini.

(Stradeonline.it del 27/3/2020)

 
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