• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Le difficoltà della riconversione produttiva

di Giuseppe Roma

Il decreto appena approvato che definisce le attività produttive essenziali non soggette a sospensione, include una serie di settori manifatturieri indispensabili a fronteggiare l’emergenza sanitaria. Fra questi, oltre al comparto farmaceutico e degli apparecchi bio-medicali, sono compresi quelli per la fabbricazione di tessuti tecnici e industriali, per la confezione di camici, di articoli e vestiario protetti, e così via. Visto che i negozi di abbigliamento restano chiusi, il tentativo è volto a promuovere la riconversione dell’ordinaria produzione commerciale verso gli indispensabili dispositivi per la protezione dal virus. Altrettanto vale per l’industria meccanica, da orientare verso i respiratori polmonari, o le industrie chimiche per aumentare la disponibilità di disinfettanti. Un’operazione che ha avviato tempestivamente la Cina in deroga a permessi e normative. La più grande azienda di veicoli elettrici, ad esempio, ha riconvertito una delle sue fabbriche nella produzione di maschere filtranti, realizzando 5 milioni di pezzi al giorno, più che sufficiente a soddisfare l’intero fabbisogno mensile italiano che la protezione civile stima in 90milioni di pezzi.

Generosa e resiliente è anche la risposta del sistema imprenditoriale italiano. Una grande (per noi) azienda piemontese conta di produrre 1,2 milioni di mascherine al mese. Eguale impegno viene dai distretti industriali dell’abbigliamento. Nell’emergenza, niente può essere escluso e colpisce un così diffuso e solidale impegno ad aiutarci, gli uni con gli altri. La nostra struttura produttiva, tuttavia, ha difficoltà a rispondere in modo adeguato a questa improvvisa crisi sanitaria. Da qualche tempo, a supporto del welfare si è andato configurando un composito comparto produttivo, la white economy, il cui sviluppo è stato, però, rallentato anche da una scarsa attenzione verso la salute. Chi mai aveva sentito parlare di maschere filtranti facciali FPP1,2 o 3 ? Eppure l’inquinamento atmosferico nelle nostre città è, da tempo, una minaccia al nostro sistema respiratorio, e non sempre sono rispettate con rigore le procedure di sicurezza nei luoghi di lavoro o nelle strutture sanitarie. L’altro aspetto riguarda il perdurare di una frammentazione produttiva che, in tempi normali, può resistere a fatica, grazie alla qualità, ma che mostra i suoi limiti quando è necessario mettere in campo competenze organizzative, finanziarie e logistiche, di cui possono disporre solo le grandi aziende. Aiutare a crescere dimensionalmente le medie imprese e sostenere le start-up, solo dopo che sono nate, non è proposito nuovo. Ma conviene ripetercelo e cercare in tutti i modi di metterlo in pratica sfruttando questo doloroso shock collettivo.

(InPiù del 26/3/2020)

 
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