• martedì , 31 marzo 2020

Crisi sanitaria e crisi economica: che fare?

di Mario Baldassarri

Contro un nemico temibile e subdolo come il coronavirus serve un’armata forte e organizzata, non manipoli di soldati allo sbando, cioè un’Europa unita e con un buon arsenale di strumenti,
Ed invece, l’Europa ancora non c’è, come purtroppo stiamo vedendo con i Paesi membri che agiscono in ordine sparso, con decreti diversi, con misure diverse e con tempistiche diverse. Così quando noi magari superiamo il contagio, sarà ancora diffuso in Francia o Germania e saremo al punto di partenza.
E come sempre, nell’Europa che non c’è, l’unica ad aver dato un segnale forte è la Germania, la signora Merkel, mettendo in campo risorse per 550 miliardi. Certo, la Germania se lo può permettere, dal momento che è in avanzo di bilancio e dunque se non lo fa ora quando lo fa? Però questa è una risposta di una nazione e non di un’Unione. E allora la risposta europea dove sta?
Non dimentichiamoci che l’ultimo vertice di Bruxelles su quel minuscolo bilancio che vale l’1% del Pil, è fallito. Ci rendiamo conto che oggi non abbiamo un bilancio approvato che peraltro vale una miseria, l’1% del Pil UE?Di quale Europa parliamo? Di quella che abbiamo cioè l’Europa inter-governativa con politiche di bilancio pubblico nazionali “guidate” dal trattato di Maastricht, dal Patto di Stabilità e con la politica monetaria decisa dalla BCE.

Sul fronte della politica monetaria, dopo lo scivolone di Cristine Lagarde, fortunatamente si è corsi subito ai ripari varando un nuovo QE per 750 miliardi di euro. Questo dovrebbe assicurare liquidità sperando che serva per sostenere i debiti pubblici ma non sapendo bene né quando né quanto di questa liquidità potrà arrivare alle imprese ed alle famiglie.
E comunque, in questo momento, la politica monetaria ha pochissimo potere di azione, perché ha quasi esaurito il suo ruolo.
Ma questo non basta, perché a parte i provvedimenti ad hoc contro il coronavirus, c’è un problema a monte. La recessione-crisi dell’economia reale che si profila appare molto profonda (-10% di Pil nel primo semestre 2020?) e molto lunga (recupero della crisi non prima di quattro-cinque anni?).

Certamente la sospensione del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact potrà dare qualche bombola di ossigeno ai singoli bilanci pubblici nazionali, soprattutto ai paesi più in difficoltà come l’Italia. Ma questo maggiore debito resta nazionale ed i singoli paesi dovranno in futuro farvi fronte da soli. Inoltre, questo non significa licenza di spendere, di fare deficit e di accumulare debito pubblico senza limiti. Ci sono pur sempre i mercati finanziari che, al netto degli acquisti della BCE, dovranno comunque dimostrarsi disponibili a rinnovare i titoli in scadenza ed a comprare i nuovi titoli a copertura dei nuovi deficit.

Ecco allora che la crisi scatenata dal corona-virus deve essere una occasione per decidere con urgenza una nuova “Agenda per l’Europa”, una fase ri-costituente fatta di tre colonne portanti: le modifiche del Trattato di Maastricht, le modifiche allo Statuto della BCE ed un bilancio europeo “federale” ed “aggiuntivo” rispetto a quello ordinario (per altro non ancora approvato) che sia almeno tra il 2% ed il 3% del Pil. Insomma 300-450 miliardi, da finanziare attraverso eurobond, ovvero debito europeo e coperto in prospettiva da risorse proprie con tassazione federale. Oggi molti propongono giustamente l’emissione di eurobond. Non si dice però con chiarezza quale soggetto-istituzione li debba emettere ed a quale bilancio vadano ascritti.
Occorre cioè un bilancio federale aggiuntivo come via maestra rispetto anche alle ipotesi di usare il Fondo salva Stati, magari con vincoli molto leggeri o senza vincoli.
Questo è quello che dovrebbe essere l’Europa a fronte del corona-virus e della conseguente crisi economica che ormai si delinea in tutta la sua profondità e durata.
Dobbiamo subito costruire “questa” Europa e se non ora quando?

Ecco perché l’agenda europea deve da subito essere “costituente”.

Sappiamo da oltre venti anni che su almeno cinque grandi temi (difesa, sicurezza e immigrazione, politica estera, grandi infrastrutture, nuove tecnologie, ricerca e alta formazione di capitale umano) i singoli Stati europei hanno perso per sempre la loro sovranità nazionale. Sfido qualunque “nazional-sovranista” a dare risposte serie ai cittadini del proprio Stato agendo da soli. Questa sovranità decisionale possiamo riprendercela solo a livello di federazione europea.
La costruzione di una Europa federale non è quindi una scelta, è una necessità se si vuole sul serio recuperare “sovranità” interna e partecipare al governo della globalizzazione con le altre grandi aree economiche e politiche del mondo.

Per questo è urgente dare alla BCE ed al Trattato di Maastricht “due occhi” ciascuno: due ciechi di un occhio non fanno infatti una persona sana.
1.- Lo Statuto della BCE deve tenere conto, insieme al controllo dell’inflazione, anche l’andamento della crescita economica ed attribuire alla Banca Centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza.
2.- Maastricht deve diventare “più rigoroso e meno stupido”. Occorre cioè che il 3% di deficit sia destinato solo ad investimenti. Si tratta cioè di introdurre l’obiettivo dell’Avanzo di Parte Corrente (che si chiama risparmio pubblico) e per ogni 1% di avanzo corrente (autofinanziamento) consentire 2-3% in più di investimenti pubblici. Una golden rule più rigorosa di quella proposta 60 anni fa da Robert Solow. Si tratta cioè di fare nel bilancio pubblico ciò che fanno da sempre le famiglie quando comprano una casa, anticipando un 30% e facendo un mutuo per il 70%, oppure le imprese quando usano i loro profitti per finanziare almeno il 30-40% dei loro investimenti, trovando il resto a prestito sul mercato. Sapendo entrambi che nessuna banca concederebbe un mutuo alla famiglia per andare in vacanza o all’impresa per pagare stipendi.

Su questo nocciolo centrale occorre costruire una Europa a cerchi concentrici che veda al centro gli Stati federati d’Europa con un loro bilancio e cinque ministri per i cinque temi che servono a riprendersi la sovranità in modo collettivo europeo.
Poi c’è il cerchio dell’Unione Europea con il mercato unico e la libera circolazione di merci e persone.
Infine deve esserci il cerchio largo dell’EAFTD (Europe-Africa-Free Trade and Development Area), l’area di libero scambio e cooperazione allo sviluppo tra Europa e Africa.

Tutto questo implica un patto istituzionale sul ruolo del Parlamento, della Commissione, su chi li vota, su chi viene eletto, ecc.. Ma soprattutto implica affiancare, alla gamba della Banca Centrale Europea, quella di un bilancio federale europeo.

L’anno scorso in un suo “Rapporto sull’Europa” il Movimento Europeo Italia ed il Centro Studi Economia Reale, ha proposto un piccolo passo in avanti verso l’integrazione ipotizzando un “bilancio aggiuntivo di tipo federale” pari a circa l’1% del Pil dell’Area Euro (150 miliardi di euro all’anno) indicando sia la provenienza delle Entrate sia la destinazione delle Spese. Si trattava pertanto di un bilancio aggiuntivo in pareggio senza alcun processo di indebitamento a livello sovranazionale europeo.
Gli effetti di quel mini-bilancio aggiuntivo, ovviamente nelle condizioni pre-coronavirus, sarebbero stati una maggiore crescita che, in quattro anni, sarebbe pari al +2,4% nell’Eurozona ed al +2% nel totale dell’Unione, con effetti positivi anche sui paesi non membri dell’euro.
Questo “gioco a somma positiva per tutti”, sarebbe virtuoso anche sul fronte della finanza pubblica. Il deficit pubblico in rapporto al Pil sarebbe andato a zero, sempre in quattro anni, per tutta l’Area, con effetti di riduzione del deficit o di aumento dell’avanzo in tutti i paesi membri. Il debito pubblico si sarebbe ridotto del 4,5% del Pil dell’Eurozona e questa riduzione si sarebbe prodotta in tutti i paesi, con in testa l’Italia.

Di fronte alla crisi di oggi è quindi necessario varare un bilancio “aggiuntivo” con risorse doppie o triple e prevedere almeno al primo anno un finanziamento con emissione di titoli europei magari in parte comprati dalla BCE ed in parte sottoscritti dalla Bei e dai mercati finanziari.
In sintesi, senza questi nuovi ed urgenti assetti “Politico-istituzionali”, l’Europa rischia di “implodere” e, senza una nuova governance, l’economia mondiale rischia di “esplodere” in un nuova grande crisi globale.
IN ITALIA

Prima del Corona virus l’economia italiana era già a crescita zero.
L’effetto sull’economia di questa lunga fase di diffusione del virus sarà sicuramente rilevante. E’ pero impossibile stimare oggi tale effetto.
Si può solo fare una ipotesi che tutti dobbiamo augurarci che si avveri e cioè che nel giro di due-tre mesi l’epidemia possa essere messa sotto controllo con i primi evidenti segni di rientro. In questa auspicabile ipotesi l’attività produttiva potrà cominciare a riprendersi nella seconda metà dell’anno. Ma anche in questo caso, sperando che non risulti ottimistico, l’effetto di freno sulla crescita italiana sarà comunque rilevante. Prime stime indicano un Pil del primo semestre di quest’anno a circa il -10%.
Pertanto, dalla crescita zero di partenza si potrà avere un tasso medio per il 2020 tra il -3 % ed il -6%%.

Laddove invece l’epidemia dovesse protrarsi oltre questa tempistica l’impatto sarebbe ben più rilevante e ben più deflagrante. E su questo le stime sono inimmaginabili.
E’ allora evidente che, sul fronte della crescita, questo anno sembra ormai notevolmente compromesso.
Il problema vero è che dobbiamo subito porci il tema di quando, quanto e come potremo avere una eventuale ripresa nella seconda metà dell’anno e come questa potrà alimentarsi nel 2021 e nel 2022. Non dimenticando inoltre che per il prossimo biennio a legislazione vigente sono già contabilizzate maggiori entrate da aumento Iva ed accise per circa 47 miliardi di euro.
Certamente la crescita del Pil dello 0,6% nel 2020 e dell’1% nel 2021 programmata dal governo lo scorso settembre è ormai una chimera.
Ed allora quale DEF potrà scrivere il governo a fine aprile quando ancora non si sa quale sarà l’evoluzione della crisi epidemiologica e i suoi effetti sull’economia italiana, europea e mondiale?
Sta di fatto comunque che, se una manovra shock era necessaria prima, lo è ancora di più oggi. L’economia italiana non riparte se non con interventi “forti e strutturali”.
A fronte di questa situazione il governo ha varato e sta varando manovre che mirano a tamponare l’emergenza sanitaria e l’emergenza che i profila sulle attività economiche. Le dimensioni di queste manovre, comprensibili nell’immediato, risultano evidentemente inadeguate rispetto alle dimensioni della potenziali crisi che dovremo affrontare, anche tenuto conto che il nostro paese già prima del Corona virus si trovava a crescita zero.
Da anni erano necessarie manovre strutturali e permanenti quantitativamente rilevanti e basate su una forte rimodulazione delle maggiori voci di bilancio pubblico, che si presenta oggi con 900 miliardi di spesa totale e 860 miliardi di tasse.
A maggior ragione tali manovre sono oggi necessarie ed ancor più urgenti.

Sul piano della “quantita” la manovra deve pesare per il 4-5% del Pil, in valore assoluto deve collocarsi attorno ai 70-80 miliardi di euro. Ricordiamoci che una manovra di queste dimensioni fu fatta all’inizio degli anni novanta dal governo Amato a fronte di una situazione difficile ma certamente non così grave come quella che ci troviamo a dover fronteggiare oggi.
Sul piano della “qualita” la manovra va prevalentemente attuata con spostamenti di spesa pubblica e di tasse per mettere mano finalmente ai 50 miliardi di sprechi, malversazioni e ruberie di spesa ed agli oltre 100 miliardi di evasione. Anche da noi quindi, se non oggi quando?

Pensare infatti di fare una manovra efficace di tali dimensioni finanziandola totalmente con aumento di deficit e di debito pubblico sarebbe del tutto impraticabile e nei fatti irresponsabile.
Ecco perché almeno metà dei provvedimenti dovrà avere copertura “all’interno” del nostro bilancio pubblico. La restante metà potrà essere fatta in deficit secondo la nuova e forte flessibilità europea ma anche secondo le possibilità di collocamento dei titoli sui mercati finanziari internazionali. Solo a queste condizioni per altro i mercati finanziari potrebbero essere disponibili a sottoscrivere i nostri titoli di stato senza far impennare drasticamente lo spread.

Una rapida spending review porta ad indicare dove prendere le risorse e a cosa destinarle.
Si potrebbero tagliare almeno 20 miliardi sugli 80 di Tax Expenditure e 20 miliardi di fondi perduti erogati in conto capitale ed in conto corrente. Queste risorse potrebbero finanziare una riforma strutturale dell’Irpef con sgravi a famiglie e lavoratori a reddito medio basso di circa 40 miliardi e un intervento sul cuneo fiscale-contributivo di 30 miliardi (totale azzeramento dell’Irap e riduzione dei contributi a carico delle imprese). I restanti 10 miliardi potrebbero andare ad aumento degli investimenti pubblici.
In questo senso un segnale forte sarebbe quello di presentare, secondo le linee indicate, il Def a fine aprile e subito dopo a maggio lo schema di legge di bilancio per il 2021.

(Economia Reale del 23 marzo 2020)

 
Fonte:

Articoli dell'autore

Lascia un Commento

*