• martedì , 22 Settembre 2020

Il mondo che verrà

di Stefano Cingolani

Dicono che nulla sarà come prima. Dicono che nessuno di noi sarà più lo stesso perché questa non è una pandemia, ma un Pandemonio con la maiuscola come la capitale dove i diavoli si riunivano in conciliabolo nel “Paradiso perduto” di John Milton. Lo dicono e così sia. Nessuna delle generazioni nate dopo il 1945 ha visto nulla di simile, come si può essere pronti a reagire in modo efficiente e razionale? E’ vero, ci aveva avvisato David Quammen con il suo libro “Spillover”, però era stato pubblicato otto anni fa. Non ci aveva avvertito anche Robert Shiller molto tempo prima che scoppiasse la crisi finanziaria del 2008? Non sono mai mancate voci che gridano nel deserto. L’Organizzazione mondiale della sanità a settembre metteva in guardia da una possibile pandemia con conseguenze respiratorie, però non spiegava né come né quando né dove sarebbe scoppiata, tanto meno individuava il virus killer. C’era stata una simulazione, ma si pensava che l’attacco arrivasse dal Brasile.

Così vediamo rovinare vite umane, famiglie, imprese, strutture portanti della economia e della società, persino la pratica della religione con le chiese, i templi, le moschee chiuse e quella tonaca bianca del papa che vaga in una città deserta. Eccoci qua, sequestrati dalla natura matrigna, sotto il manto oscuro del pessimismo cosmico che getta nella spazzatura l’idea di progresso e i progressisti. Dicono che siamo in guerra, ma quale e di che tipo? Crisi sanitaria, finanziaria, produttiva e politica sono i quattro cavalieri del nostro apocalisse. Come ne usciremo? Dopo la prima guerra mondiale, il mondo si è chiuso: nazionalismo, protezionismo, dittature hanno preparato un secondo conflitto dopo il quale il mondo, al contrario, si è aperto. Adesso il ciclo vichiano si ripete? Non saremo più come prima, ma come saremo?

Non conosciamo l’anno che verrà, sappiamo solo che non sarà tre volte Natale e non si farà festa tutto il giorno, ma gli uccelli faranno ritorno. Dicono: la globalizzazione arretra, confini chiusi, dazi e tariffe, protezione delle aziende nazionali con i più vari strumenti pubblici e privati. La catena del valore è stata spezzata, ma verrà ricomposta, non c’è alternativa. Prendiamo la corsa al vaccino. Chi arriva primo avrà un grande vantaggio anche economico, tuttavia non lo terrà per sé. Una nuova catena parte dai laboratori tedeschi, cinesi, americani, francesi, italiani; sono decine i laboratori impegnati nella ricerca in giro per il mondo.

Una volta scoperto andrà prodotto e avremo bisogno di Big Pharma. L’ultima globalizzazione, quella nella quale siamo ancora, “parla inglese con accento americano”, ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. Le elezioni americane sono decisive. Se vince Trump “sappiamo già quale colore e quale sapore avrà la minestra”. Se venisse sconfitto da Joe Biden “la politica americana non avrebbe più come obiettivo di abbattere i pilastri di quel sistema di alleanze politiche e di interdipendenze economiche creato dalla stessa America dopo la fine della prima guerra mondiale”.

Ma è davvero possibile abbattere quei pilastri senza far crollare la stessa America? Altro che via della seta, l’Impero celeste potrebbe davvero ambire a diventare il centro del mondo che verrà. Ecco perché quella di Trump è solo una pericolosa illusione. Gli Stati Uniti ora intervengono per placare il panico finanziario e impedire il crollo economico interno, le banche fanno la fila per prendere i sostegni in dollari garantiti dalla Fed, ma i mercati non si fidano. Se Washington avesse agito d’anticipo, la tempesta economica sarebbe stata meno spaventosa.

A questo punto gli Usa debbono emettere dollari a più non posso, sono costretti a fare da cornucopia non solo per se stessi, ma per tutti, è la condizione stessa del loro primato. Il mondo non si ferma e loro dal mondo non possono scendere. Con tutta la sua potenza la Cina è strettamente dipendente dal dollaro, se il biglietto verde perde valore sono guai anche per il renminbi, la moneta del popolo. Infatti Pechino critica l’idea di gettare moneta dall’elicottero, mille dollari a ciascuno, che ha conquistato Washington Donald Trump dovrà smentire The Donald. Il suo negazionismo ha svelato la mancanza di leadership, è una importante differenza dalla crisi del 2008, quando George W. Bush agli sgoccioli e poi Barack Obama hanno preso decisioni coraggiose rimettendo in piedi l’intera baracca. Adesso, Trump o non Trump, l’intero sistema politico-economico americano è chiamato alla grande prova. Dicono: lo stato nazione rinasce, ma siamo sicuri che non emetta gli ultimi rantoli?

Ciascuno fa per sé, però tutti alla fine fanno la stessa cosa, da Pechino a Roma, con poche varianti “tecnologiche” (l’uso dei telefonini ad esempio o i test a tappeto) come a Taiwan, in Corea del Sud, in Israele. Il paradosso della sovranità ritrovata consiste nel decidere da soli (magari in ritardo come a Londra) quel che decidono gli altri. Un vuoto orgoglio nazionale copre la realtà, ovvero che non esiste un “virus straniero” (solo Superbone Trump poteva dire una sciocchezza del genere) e per combatterlo non c’è una cura nazionale. Anche il borioso Boris finisce per barricarsi nel bugigattolo al numero 10 di Downing Street. Londra si rinchiude, come Parigi, come Roma.

La pandemia mette ciascuno di fronte all’abisso della propria inadeguatezza. I leader politici giocano al risiko del potere e scatta ovunque il riflesso dello stato d’eccezione: chi è il più bravo ad affrontarlo, ebbene è lui che comanda. Ma per quanto? Winston Churchill venne sconfitto alle prime elezioni dopo la vittoria. E’ il sistema liberal-democratico, a meno che gli sparvieri politici non vogliano abolirlo, contando che oggi la sicurezza prevale sulla libertà. Dicono: l’Italia è stata lasciata sola, riceviamo più aiuti dai cinesi che dagli altri europei. E quella di Christine Lagarde non è stata solo una gaffe.

Lasciamo stare il complotto, roba da servizi segreti deviati; la questione è che alla Bce molti ragionano come se Mario Draghi non fosse mai stato al timone, ma a che cosa serve un prestatore di ultima istanza se, all’ultima istanza, non presta? Ora la Bce è corsa a recuperare comprando titoli statali e privati per altri 750 miliardi di euro portando l’intervento complessivo a oltre mille miliardi. Ma non è ancora illimitato, non basta: stampi madame Lagarde, stampi, l’inflazione non verrà. Per aiutare i paesi con l’acqua alla gola c’è il fondo salva stati, il Meccanismo europeo di stabilità, tuttavia le condizioni che impone a chi vi fa ricorso possono peggiorare il male anziché curarlo presto e bene.

Concepito in tempi di crisi grave, ma non così nera, deve tener conto che la pandemia non risparmia nessuno; dotato della tripla A, il Mes potrebbe diventare il bazooka che spara i corona bond, primo passo verso una condivisione dei rischi. Dicono: come dieci anni fa, al primo colpo di maglio l’Unione europea è andata nel pallone. Tuttavia è l’intero Occidente a finire in frantumi se non reagisce. Il nuovo dispotismo orientale è pronto a lucrare sui nostri guai. La carità della Cina è quanto mai pelosa e l’efficienza dimostrata da un regime autoritario fa gola anche ai paladini dell’autoritarismo rifioriti in occidente. Eppure Xi Jinping non riuscirà a far dimenticare che il virus s’è diffuso innanzitutto nel suo paese dal 17 novembre scorso ed è stato tenuto nascosto, cacciando l’eroico medico che l’aveva scoperto. Pechino sta uscendo dall’emergenza sanitaria, però non ha scongiurato quella economica.

Le fabbriche si rimetteranno in moto, tuttavia il settore immobiliare è crollato del 40%, aumentano in modo impressionate quelli che non riescono a pagare debiti e mutui, tremano le banche locali. Il regime sarà costretto a introdurre cambiamenti che riguardano stili di vita, tradizioni, culture a lungo radicate. E l’ultimo imperatore ne teme le conseguenze. Ora che siamo così soli e segregati saremo meno solipsisti e segregazionisti? Una prima risposta dipende dall’idea che ciascuno di noi ha della natura umana. Tuttavia, il Covid-19 ci sta facendo vivere fino in fondo quello che il filosofo Charles Taylor ha chiamato “il disagio della modernità”: individualismo, eclisse dei fini, perdita della libertà. Il narcisismo della nostra epoca secondo il quale non c’è nulla che valga fuori di me, è messo di fronte alla potenza della realtà esterna, alla rivincita dell’incontrollabile.

Ciò spinge a considerare, per citare Taylor, che “soltanto se esisto in un mondo in cui la storia, o le esigenze della natura, o la necessità dei miei simili, o i doveri della cittadinanza, o l’appello di Dio, o qualcos’altro di questo genere ha una importanza essenziale, posso definire una identità per me stesso”. Ripartiremo. Come, quando e di quanto avremo bisogno? L’ufficio studi di Unicredit prevede che per l’Eurozona ci sarà una contrazione del prodotto lordo dello 0,2% nel primo trimestre seguita da un meno 0,9% nel secondo; con un rimbalzo dell’1,1% nel terzo e dello 0,6 nell’ultimo trimestre; nell’insieme la crescita sarà vicino allo zero. E’ ottimista. L’Italia soffrirà molto più degli altri: una caduta dell’1,7% in questo trimestre, un 4% in meno nel secondo, poi la risalita a V (+4,7%) nel terzo trimestre, insufficiente comunque a evitare una recessione.

E se la curva del pil fosse una L invece di una V? Il Cerved, la società che analizza i bilanci delle imprese italiane ha elaborato i suoi scenari. Se l’emergenza finisce a maggio la perdita del giro d’affari sarà di circa 275 miliardi di euro; se invece si protrarrà fino a dicembre il colpo sarà durissimo: 469 miliardi quest’anno e 172 miliardi come trascinamento nella prima parte del 2021. Uno scenario molto più drammatico: il pil italiano è di circa 1.780 miliardi di euro, vuol dire un taglio del 27%. Ripartiremo dal basso, dunque, e questo riguarda anche le borse. Negli ultimi dieci anni i mercati finanziari sono tornati a gonfiarsi in modo spropositato.

Già nel 2017 la loro capitalizzazione ha superato il prodotto lordo mondiale: 77 mila 690 miliardi di dollari contro 76 mila 677 miliardi. Il 2019 ha battuto un altro record e le borse hanno capitalizzato altri 17 mila miliardi di dollari in un anno. L’indice Standard and Poor’s composto dalle prime 500 compagnie americane mostra che mille dollari investiti nell’ottobre 2007 poco prima che arrivasse il tracollo, sono praticamente raddoppiati. Ma i debiti pubblici e privati hanno raggiunto i 253 mila miliardi di dollari pari al 322% del prodotto lordo mondiale. Altro che austerità. Dobbiamo ricominciare, su basi più sostenibili.

La pandemia che ci travolge non è la prima, non sarà l’ultima. Negli anni ’50 ci fu l’asiatica, arrivata dalla Cina, passata per l’Africa e di qui alla Spagna. Un milione di morti. Poi la Hong Kong nel 1968, nonostante l’ebbrezza del maggio; venne colpito un italiano su quattro. L’elenco è lungo, passa per il virus più terribile che non abbiamo ancora sconfitto, quello dell’Aids che in Cina provoca ogni anno più morti di quanti ne abbia fatti il SarsCov-2. Solo dall’inizio di questo secolo abbiamo avuto la Sars, l’aviaria, la suina, Ebola. I virus ci hanno sempre colti di sorpresa, ma non hanno mai provocato una distruzione simile al Covid-19. Come mai? A questa la domanda non abbiamo risposta.

Oggi la notte è ancora buia, quando arriverà l’alba saremo più preparati, a patto di ridefinire le nostre priorità. Per esempio la filiera della salute che dai laboratori si snoda fino agli ospedali; una filiera pubblica e privata che coinvolge le università, le industrie, la finanza. Da almeno dieci anni banche, imprese, governi cercano una locomotiva che porti il treno della crescita lontano dalla stagnazione secolare. La sanità può diventarlo, bisogna che i governi spendano, ma anche i privati debbono investire di più. Intanto la rivoluzione digitale non si ferma: gli smart phone per tracciare i malati o i super computer per decrittare il virus diventano buoni fratelli, non il Grande Fratello. E poi ci sono le aziende che si convertono al bene comune: la italiana Miroglio fa mascherine, la francese Dior gel disinfettanti, la svedese Absolut dalla vodka passa all’alcol puro.

Cambieranno anche le abitudini alimentari: basta con animali vivi al mercato e con la contiguità tra bestie selvagge e uomini. Meno carne, meno crudo. Secondo Claude LeviStrauss il cotto va insieme al progresso della civiltà umana. Nella cottura, lo studioso scorge molti segni caratteristici che hanno contribuito a formare l’uomo e la sua storia. Nella realtà, nulla è solo cotto, solo crudo e solo putrido: l’antropologo sottolinea che la cucina italiana ha un orizzonte gustativo più ampio nei confronti del crudo rispetto a quella francese e ricorda che nel 1944, al momento dello sbarco in Normandia, i soldati americani arrivarono a distruggere delle fabbriche di formaggio camembert che appariva ai loro nasi come un odore di cadavere in putrefazione. Natura e cultura fanno parte di un continuo confronto dialettico che cambia l’una e l’altra.

Nel 1993 in piena epidemia della vacca folle, Levi-Strauss scrisse sulla Repubblica un articolo intitolato “Siamo tutti cannibali”, partendo dalla osservazione che il morbo di Creutzfeld-Jakob è sopravvenuto in seguito all’iniezione di ormoni umani nel mangime dei bovini. Non in Cina, ma in Inghilterra e in Francia. E i viaggi? Muoversi, spostarsi, scoprire nuovi orizzonti è nella natura dell’uomo. Anche in questo caso dovremo viaggiare meno, ma meglio, niente più folle inscatolate e istupidite. Le compagnie low cost dovranno rimettersi in discussione, le mega crociere andranno ripensate. Le aerolinee avranno bisogno di 200 miliardi di dollari soltanto per sopravvivere. L’intera società viene indotta a passare dall’era della quantità a quella della qualità, che non vuol dire affatto dall’abbondanza alla scarsità; la decrescita felice, oggi, è una macabra barzelletta. Ciò vale per noi ricchi, ma anche per i paesi poveri ai quali siamo legati in modo indissolubile, malgrado confini e ponti levatoi. E questo pone enormi problemi dall’uso delle materie prime al modello di industrializzazione. Nuovi rebus da risolvere, un nuovo senso da recuperare; senso delle cose, senso delle parole. E per favore, a questo punto cancelliamo virale dal lessico digitale.

(Il Foglio –  21 marzo 2020)

 
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