• venerdì , 22 novembre 2019

Caro governo italiano, la via della Seta è un labirinto. L’analisi del prof. Pennisi

di Giuseppe Pennisi

Vi ricordate quando non troppo tempo fa, l’allora ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, si vestiva quasi da mandarino (come fece secoli fa il gesuita Matteo Ricci nella Città Proibita alla corte dell’Imperatore) per elogiare La Via della Seta ed i vantaggio che avrebbe portato all’Italia? Trasferitosi alla Farnesina, portate al ministero per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale la competenze per la politica economica internazionale ed il commercio con l’estero, nominato Capo di Gabinetto l’ex Ambasciatore a Pechino, ci si immaginava che i rapporti con il Celeste Impero sarebbero stati al centro della sua azione. Almeno mediatica.

Di Maio ha perso invero il sottosegretario Michele Geraci professore in un’importante università cinese, il quale eletto nelle file della Lega ora è all’opposizione ma segue ancora, con passione, il dossier, come dimostra l’intervista rilasciata a Francesco Bechis di Formiche.net. Per Geraci, tout va bien, o meglio andrebbe se non ci fossero le solite pastoglie burocratiche, aggravate – aggiungiamo noi – dal trasferimento di competenze, uomini, donne, bambini e soprattutto carte da un dicastero all’altro.

Il quadro è un po’ più complicato. In primo luogo, senza probabilmente che gli autori lo sapessero, è appena finito sul Social Science Research Network, la rete di comunicazione scientifica più diffusa al mondo, un saggio di tre professori di Xiamen University John Boamah, Michael Appiah-Kubi, e Osel Martin. È un ateneo importante con 38.000 studenti e oltre 8.000 dottorandi nelle scienze economiche e sociali. Il lavoro -“Network Structure Analysis of Bilateral Investments of One Belt, One Road Initiative Countries” si può scaricare – dice senza mezzi termini che il programma ha un unico obiettivo: “Spostare ad oriente il potere economico”. Il lavoro contiene un’analisi quantitativa per dimostrare che “il corridoio sta procedendo anche se con qualche ritardo e porterà la Cina al centro del potere economico. E i suoi partner (che ci hanno creduto) alla periferia”.

Un altro lavoro tratta del fato di coloro che ci sono cascati, prendendo a prestito dalla Cina, come si vorrebbe fare tramite la CCC (China Communications Construction Company), per il porto di Trieste. Ne sono autori tre economisti di fama internazionale: Sebastian Hord della Ludwig Maximilian di Monaco, Carmen Reinhart di Harvard, e Christoph Trebesch. Il CEPR Discussion Paper No. DP 13807. Sulla base di 1974 prestiti della Cina a aziende e Paesi stranieri e anche di 2947 doni a 152 Paesi nell’arco di tempo 1949-2017. Ne risulta un quadro agghiacciante di usura e di volontà, anche tramite i doni, di impossessarsi di risorse altrui.

Un altro studio analizza, in particolare, l’azione della Cina in Africa. E il CESifo Working Paper No. 7856 firmato da Kai Ghering dell’Università di Zurigo, Lennart Kaplan della Università di Goettingen e Melving Wong dell’Università di Hannover, tre nomi di grande prestigio nell’economia dello sviluppo. Un quadro da fare rabbrividire: interventi a supporto principalmente di governi autoritari e anche in questi casi mirati al saccheggio.

Non credo che il ministro Di Maio abbia letto questi tre lavori. Lo hanno probabilmente fatto i diplomatici. E gli hanno presentato una sintesi, in gergo “un pillolame”. Tale da raffreddare anche i più entusiasti.

 
Fonte: da Formiche del 23 ottobre 2019

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