• lunedì , 14 ottobre 2019

Manovra più forte se attenta a famiglie e imprese

di Mario Baldassarri

Se il nuovo governo giallo-rosso vuole guadagnarsi sul campo il diritto a durare, deve affrontare subito il dovere di una legge finanziaria forte, credibile e senza maggior deficit.

Si potrebbe allora partire da due “scambi” politici e sociali con famiglie e imprese.

1) Per le famiglie
Secondo le ultime dichiarazioni, con l’attuale Irpef a cinque aliquote/scaglioni, sono stati pagati 158 miliardi da parte di 31 milioni di italiani. Quelli con meno di 7.500 euro di reddito non hanno pagato nulla, quelli tra 7.500 e 15mila euro hanno pagato 6,5 miliardi di euro (4% del totale). I redditi compresi tra 15mila e 35mila hanno pagato 63 miliardi (40% del totale). Quelli tra 35mila e 55mila euro di reddito hanno pagato 31 miliardi (20% del totale). I redditi tra 55mila e 100mila euro hanno pagato 23 miliardi (15% del totale). Infine, i redditi superiori a 100mila euro hanno pagato 33 miliardi di euro (21% del totale).

Pertanto, i redditi medio-bassi sotto i 55mila euro hanno pagato i due terzi del totale e quelli medio-alti sopra i 55mila euro soltanto un terzo, a dimostrazione che la nostra attuale Irpef non è “progressiva”, come imporrebbe la Costituzione.

Una flat tax al 15%, come proposto dalla Lega, costerebbe 87 miliardi di euro, ma il 40% degli sgravi andrebbe ai redditi superiori ai 55mila euro l’anno.

Una flat tax al 23%, come proposto da Forza Italia, costerebbe meno, cioè 47 miliardi, ma sarebbe ancora più iniqua. Gli sgravi andrebbero per il 55% ai redditi superiori a 55mila euro.

Una riforma Irpef a tre aliquote (20% fino a 35mila euro, 30% tra i 35 e i 100mila euro e 43% sopra i 100mila euro) costerebbe “soltanto” 30 miliardi con l’80% degli sgravi che andrebbe ai redditi medio-bassi. Soltanto il 20% andrebbe ai redditi superiori ai 55mila euro l’anno, con zero sgravi ai redditi sopra ai 100mila euro.

Resta sempre il problema di dove trovare la necessaria copertura finanziaria.

Ebbene, la Commissione Marè presso il ministero dell’Economia ha certificato che le tax expenditure (cioè l’enorme pletora di deduzioni e agevolazioni fiscali) ammontano a circa 80 miliardi di euro. Le voci più rilevanti (carichi familiari, mutui prima casa etc) non possono e non debbono essere toccate. Ma sui restanti 60 miliardi, un taglio di 30 miliardi di queste agevolazioni fiscali a pioggia può certamente essere fatto. È evidente che si tratterebbe comunque di un aumento di tasse, visto che si riducono le agevolazioni fiscali. Ma se questo andasse a finanziare una seria e strutturale riforma Irpef a tre aliquote si avrebbe un redistribuzione fiscale enormemente più equa rispetto alla attuale Irpef e si darebbe un serio impulso ai consumi e alla crescita, senza un euro in più di deficit e di debito.

Qui si tratta di scegliere tra i contribuenti meno abbienti ai quali dare la nuova Irpef e i contribuenti più “privilegiati” ai quali togliere le riduzioni e le agevolazioni fiscali a pioggia.

2) Per le imprese
Le imprese pagano tuttora circa 20 miliardi di Irap e subiscono un pesante cuneo fiscale-contributivo per il quale il netto in busta paga al lavoratore “costa” all’impresa circa il doppio.

Da oltre venti anni spendiamo circa 60 miliardi di euro all’anno di contributi a fondo perduto in conto corrente e in conto capitale. 12 miliardi vanno a Ferrovie, Anas e trasporti pubblici locali. E questi vanno mantenuti. Gli altri 48 miliardi sono dispersi a pioggia e, in diversi casi, alimentano sprechi, malversazioni e criminalità. Di questi, 30 miliardi potrebbero essere tagliati. Di conseguenza si può azzerare l’Irap e ridurre il cuneo per 10 miliardi senza un euro in più di deficit e di debito.

Qui, invece di distribuire a pioggia sussidi a fondo perduto che vanno soltanto ad alcune specifiche imprese (in qualche caso imprese criminali), si può azzerare l’Irap e ridurre il cuneo a “tutte” le imprese che nella stragrande maggioranza operano sul mercato e rispettano le regole.

Con questi due “scambi” la crescita andrebbe al 2%, il deficit sarebbe attorno al 2% e il debito pubblico scenderebbe rispetto al Pil.

Con la maggiore crescita l’aumento dell’Iva sarebbe scongiurato in modo strutturale e non avremmo bisogno della flessibilità europea visto che rispetteremmo i parametri sul deficit e faremmo scendere il debito, con ulteriori effetti virtuosi sullo spread e sugli interessi.

Presidente del centro studi Economia reale

 
Fonte: da IL SOLE 24ORE del 26 settembre 2019

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