• venerdì , 13 dicembre 2019

LA LUNGA QUERELLE TRA FISCALISTI E MONETARISTI

di Giuseppe Pennisi

I mercati si aspettavano quanto la Banca centrale europea ha deliberato quasi alla vigilia del cambio di Presidente. Lo mostra chiaramente la reazione molto positiva delle Borse.

D’altronde, la stessa Bce aveva preparato con cura la ripresa, da novembre, del Quantitative Easing, per un importo di 20 miliari di euro al mese, e le altre misure di corredo. Erano state preannunciate lo scorso giugno, nel simposio della Bce, a Sintra.

Da allora, i segni di recessione in Europa si sono fatti molto più marcati. Se la Bce avesse atteso il passaggio delle consegne tra Mario Draghi e Christine Lagarde a fine ottobre, le attese dei mercati sarebbero state deluse con inevitabili contraccolpi non solo sulle Borse, ma anche e soprattutto sull’economia reale. La nuova partenza del QE si accompagna con una riduzione ulteriore del tasso sui depositi presso la Bce (da -0,40% – 0,50%), pur esentando una parte dei depositi effettuati dalle banche, nonché ad un nuovo maxi-prestito a lungo termine ( Tltro), con scadenza allungata da due anni a tre e tassi più bassi. Il quadro è completato dall’assicurazione, più o meno esplicita, che le misure monetarie, sia convenzionali sia non convenzionali, resteranno in vigore sino a quando il tasso d’inflazione nell’eurozona non si sarà assestato al 2% l’anno indicando che i rischi di recessione sono stati superati.

Questo insieme di misure solleva due interrogativi.

Uno all’interno dell’eurozona. Ed uno nei rapporti tra l’Unione monetaria europea e gli Stati Uniti. Sul primo punto, resta il dubbio su quanto la politica monetaria possa da sola contrastare la recessione.

Tra economisti è in corso un dibattito simile a quello di 45 anni fa quando si fronteggiavano due scuole, chiamate, in lessico giornalistico, quella dei fiscalisti e quella dei monetaristi. La prima riteneva che per superare la recessione successiva alla crisi petrolifera si dovessero utilizzare strumenti di politica di bilancio (fiscal policy in inglese), mentre la seconda puntava su strumenti di politica monetaria. Naturalmente i primi non escludevano i secondi; era questione di importanza tra gli strumenti di bilancio e quelli monetari tanto che il dibattito prese il nome di fine tuning, ossia dosaggio raffinato delle due medicine. Ritengo condivisibile, il punto di vista dell’ex Segretario al Tesoro Usa Lawrence Summers, ora all’Università di Harvard, e di altri che sostengono che il mondo, e soprattutto l’eurozona, sguazza in liquidità; stimoli monetari aggiuntivi non avranno che effetti modesti. Tuttavia, la situazione del debito sovrano nell’unione monetaria, è tale che tra i grandi Paesi del gruppo solo la Germania è in grado di adottare una politica di bilancio tanto espansiva da trainare se stessa e gli altri al di fuori delle secche di una recessione.

Del secondo punto si parla poco in Europa, ma merita attenzione. I consiglieri della Casa Bianca e lo stesso Presidente Trump hanno più volte espresso, a torto o a ragione, che le politiche monetarie della Bce comportano un deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. E minacciano, più o meno apertamente, ritorsioni. Lo hanno ribadito alla diramazione del comunicato Bce. Una guerriglia valutaria non farebbe bene a nessuno.

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Fonte: Avvenire del 13 settembre 2019

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