• lunedì , 19 agosto 2019

Sfida hi-tech europea per le imprese italiane

di Fabrizio Onida

“Se oggi solo 5 delle 40 più grandi imprese a livello globale sono europee allora c’è qualcosa che non va”: è l’allarme lanciato a margine del “Manifesto franco-tedesco per una politica industriale europea adatta al 21° secolo”, firmato lo scorso 19 febbraio dai ministri delle finanze e dell’economia Le Maire e Altmaier. Con buona pace dei sovranisti nostrani che temono l’egemonia dei poteri forti europei, ma anche dei liberisti puri che temono qualsiasi interferenza del governo con i liberi mercati, la cosa ci dovrebbe riguardare assai da vicino. Il Manifesto sollecita infatti un’azione forte e comune di tutti i paesi membri della UE per rispondere alla sfida dei giganti tecnologici americani, e ormai anche cinesi, sul fronte delle “tecnologie chiave abilitanti”. Da parte sua la Commissione Europea già dal 2014 ha lanciato un programma fortemente “mission oriented” denominato IPCEI (Important projects of Common European Interest), collegandosi all’ambizioso obiettivo di sostenere 100 miliardi di investimenti in Ricerca e Sviluppo come seguito di Horizon 2020 (G.U. del 20 giugno 2014).

Un programma a cui le nostre imprese innovatrici ed esportatrici dovrebbero guardare, anche sfruttando l’occasione degli incentivi fiscali e finanziari di “Industria 4.0” varati dall’allora ministro Calenda. Entro lo scorso 30 aprile si è chiuso il primo bando indetto dal MiSE per “manifestare l’interesse” a partecipare al programma: per ora privo di uno specifico sostegno finanziario da parte italiana, ma con la prospettiva di accedere ad un aiuto su base europea fino al 100 % dei costi ammissibili. Costi che includono quasi tutto, dagli studi di fattibilità a costi di personale, attrezzature, infrastrutture materiali e immateriali, spese brevettuali e quant’altro.

Per qualificarsi come IPCEI i progetti devono essere altamente innovativi e soddisfare vari requisiti, tra cui prevedere la partecipazione di diversi Stati membri, prevedere finanziamenti privati da parte dei beneficiari, avere una ricaduta positiva in tutta la UE che limiti eventuali distorsioni della concorrenza, impegnare i partecipanti a diffondere le conoscenze acquisite inclusi diritti di proprietà intellettuale “diffusi a condizioni di mercato eque, ragionevoli e non discriminatorie”, fermandosi alla soglia dei primi utilizzi commerciali del nuovo prodotto o processo. Una impostazione metodologica di notevole interesse per noi, paese tecnologicamente inseguitore con un tessuto denso ma estremamente disperso di piccole e medie imprese innovative, non molto sensibili ai vantaggi della “ricerca cooperativa non competitiva”.

Il primo IPCEI dedicato alla Microelettronica è stato varato lo scorso 18 dicembre con un finanziamento di 1,75 miliardi di euro da completare entro il 2024 (a cui l’Italia si è impegnata a contribuire fino a 524 milioni; la Germania 820 milioni, la Francia 355 milioni, il Regno Unito 48), che mira a mobilitare fino a 6 miliardi di investimenti privati. Sono stati selezionati 29 gruppi europei, unici italiani finora coinvolti la multinazionale italo-francese STMicroelectronics e la Fondazione Bruno Kessler (ente trentino di ricerca di interesse pubblico) che presumibilmente si trascineranno numerosi fornitori e partners delle più diverse dimensioni. I partecipanti al progetto concentreranno il loro lavoro di ricerca e sperimentazione su cinque settori tecnologici complementari e interconnessi (che includono chip ad alta efficienza energetica, semiconduttori di potenza, sensori ottici e intelligenti, materiali compositi).

Un secondo IPCEI sta prendendo forma su tematiche legate a batterie ecologiche ed efficienti per la mobilità sostenibile, il riciclaggio dei materiali e l’economia circolare. Stanno nascendo consorzi intra-europei a cui partecipano gruppi come Siemens, BASF, Solvay, fra i tanti forti investitori in Italia. Il MiSE ha già sollecitato una partecipazione attiva al progetto di imprese italiane meccaniche elettroniche e chimiche. Un’occasione da non perdere per favorire la formazione di crescenti masse critiche delle nostre vivacissime vocazioni imprenditoriali sempre tentate di andare in ordine sparso, anche nell’impiego dei numerosi incentivi a pioggia.

 
Fonte: Il Sole 24 Ore 26 giugno 2019

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