• lunedì , 22 luglio 2019

Se il manifatturiero cambia pelle la produttività torna a crescere

di Fabrizio Onida

C’è una notizia molto interessante, in questi giorni dominati dall’euroscetticismo di alcuni e dal diffuso pessimismo sulla crescita zero del paese: da 10 anni l’industria manifatturiera italiana non è più in ritardo nella crescita della produttività rispetto a Germania e Francia. La segnala un lavoro appena uscito di Sergio De Nardis (LUISS) che riprende e integra lavori recenti di ricercatori della Banca d’Italia, dell’Istat e del Centro Studi Confindustria basati sulla crescente disponibilità di microdati d’impresa in Italia e in Europa, incluse le revisioni annuali dei dati Istat di valore aggiunto nella contabilità nazionale.

Il livello della produttività oraria dell’industria manifatturiera italiana, sistematicamente in ritardo rispetto a Francia e Germania almeno dalla metà degli anni ’90, dopo la crisi della Grande Recessione si è rapidamente allineato a quello dei due maggiori concorrenti europei. Ciò appare dai dati in volume (prezzi costanti) e ancor più dai dati a prezzi correnti che incorporano miglioramenti nella qualità dei prodotti e nel mix di prodotti a maggior valore aggiunto all’interno dei singoli settori.

Dal 2008 al 2016 non è variata in modo significativo la specializzazione internazionale dell’industria italiana rispetto a quella media europea, misurata da indici di valore aggiunto per addetto e di numerosità di imprese su uno spettro di circa 100 settori manifatturieri. Sono comunque in atto tendenze al rafforzamento di settori a medio-alto valore aggiunto (come farmaceutico, chimico, gomma, plastica, elettromeccanico), contro una perdita di peso di settori a minor valore aggiunto per addetto e minor grado di turbolenza tecnologica, settori tipici delle filiere legate alla persona e alla casa (alimentare, tessile, abbigliamento, mobilio).

Notizie interessanti emergono anche sul fronte del noto “nanismo” del nostro sistema produttivo. Disaggregando i dati dell’industria manifatturiera in cinque classi di dimensione media di addetti per impresa, dalle microimprese con meno di 10 addetti alle “grandi” con più di 250 addetti, emerge ancora una volta che “troppo piccolo non è bello”. Infatti il citato allineamento della produttività italiana alla performance dei concorrenti europei negli ultimi 10 anni si è verificato in tutte le classi dimensionali tranne che in quella delle microimprese. La storica anomalia italiana, che vede numero e occupati nelle microimpres e nell’intera fascia con meno di 50 addetti nettamente sovra-rappresentati sul totale, rispetto a quasi tutti gli altri paesi europei, continua ad essere la spiegazione dominante della difficoltà dell’Italia nel competere con la produttività media dei nostri concorrenti. Questa osservazione vale a maggior ragione nel campo dei servizi di mercato (non coperto dal lavoro di De Nardis ma incluso nell’annuale Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi) caratterizzato da una storica iper-frammentazione del tessuto produttivo.

Altra notizia molto interessante che emerge dalle citate ricerche su microdati: la crisi post-2007 ha accelerato un processo di uscita dal mercato delle imprese meno efficienti con simultaneo ingresso-rafforzamento di quelle più efficienti. Da molti anni gli economisti studiosi della “eterogeneità” delle imprese all’interno degli stessi settori e territori hanno suggerito che questo cambiamento nella “demografia” delle imprese è un potente motore di aumento della produttività media del paese. Come nota De Nardis, nel 2016 le imprese sono risultate più produttive in media del 20% rispetto al 2005. Una trasformazione, purtroppo dolorosa per le fasce più deboli delle famiglie di popolazione lavorativa e con effetti pesanti di finanza pubblica, a cui ha certamente contribuito la disciplina dell’euro.

Parallelamente, anche per effetto del rinnovato attivismo promozionale dell’Ice, dal 2008 è aumentata la quota delle imprese esportatrici, la cui produttività è più che doppia rispetto alle non esportatrici in tutti i settori e in tutte le fasce dimensionali.
In questa prolungata fase di stagnazione-recessione macroeconomica, nonostante la pesante caduta degli investimenti che pesa come un macigno sullo sviluppo del paese, la nostra industria manifatturiera sta dunque lentamente cambiando pelle in direzioni che meriterebbero una maggiore attenzione della classe politica.

 
Fonte: da Il Sole 24Ore 20 aprile 2019

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