• mercoledì , 24 aprile 2019

UN RITORNO AL PASSATO

di Giuseppe Pennisi

Il modo migliore per misurare i benefici e i costi di accordi con la Cina che riguardano commercio e proprietà intellettuale come quelli della ‘Via della Seta’ consiste nello studiare la saggistica economica cinese. C’è un saggio di due economisti di rango HanWei Liu e Si-Wei Lu che sarà in libreria in maggio.

Il lavoro, basato in gran misura su documenti della Repubblica Popolare Cinese, è in primo luogo un’interessante rassegna storica di quali siano state le prassi di Pechino in materia di commercio internazionale e proprietà intellettuale negli ultimi trent’anni. Prima di accedere alla Wto nel 2001 la Cina concludeva accordi bilaterali all’insegna della vera e propria ‘pirateria’ della proprietà intellettuale: se si voleva avere accesso al mercato cinese, in pieno sviluppo, occorreva mettere a disposizione di Pechino le tecnologie dei beni che si volevano esportare. Dopo il 2001, per qualche anno, Pechino ha tenuto a dare l’impressione di essere un attento osservatore delle regole.

Successivamente, dal 2006, ha avuto un comportamento sempre più disinvolto, anche a ragione del fatto che, nel mondo commerciale, cominciavano a proliferare accordi bilaterali o multibilaterali, che, oggettivamente, indebolivano la Wto e il suo corpo giuridico. Da un lato, la Cina varò una normativa che includeva i propri copyright tecnologici tra i beni ed i servizi di rilevanza strategica, punendo la pubblicazioni con pene equivalenti a quelle contro lo spionaggio.

Dall’altro venne introdotta la prassi di sequestrare alla frontiera beni con un elevato contenuto tecnologico. La Via della Seta viene trattata nella parte finale del lavoro. Han-Wei Liu e Si-Wei Lu la vedono come un modo per aggirare, con intese bilaterali, sia le regole della Wto sia le convenzioni di Berna e de L’Aia sulla proprietà intellettuale. Ecco perché Usa e Ue sono nervosi per l’imminente memorandum tra Roma e Pechino.

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Fonte: Da Avvenire 14 marzo 2019

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