• domenica , 17 febbraio 2019

Quella moneta ha dato stabilità

di Giuseppe Pennisi

Per entrare nel merito della polemica scoppiata in questi giorni, occorre sapere cosa è il franco Cfa e come funziona. In primo luogo, l’acronimo Cfa ha avuto negli anni vari significati: quando venne creato nel 1945, voleva dire franco delle Colonies Françaises d’Afrique, negli anni ’50 l’acronomio Cfa ha cambiato significato, per diventare Communauté Franco-Africaine e quindi Communauté Financière Africane, inizialmente unica per tutta la zona e successivamente divisasi in due aree gemelle, con due monete parimenti gemelle, Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (Uemoa), con la Banca centrale a Dakar in Senegal, ed una Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (Cemac) con la Banca centrale a Yaoundé nel Camerun.

La ‘stanza di compensazione’ è presso il Tesoro francese. Spesso politici italiani, anche esponenti dell’attuale governo, hanno auspicato una funzione di compensazione analoga in un’istituzione dell’unione monetaria europea (la Bce?) per fare sì ad esempio che il forte attivo con l’estero della Germania serva ad attutire i disavanzi di altri Stati, facilitando le loro politiche di investimenti e di sviluppo.

Attualmente fanno parte delle due aree gemelle del franco Cfa anche Stati che non provengono da esperienze coloniali francesi ma spagnole e portoghesi come la Guinea Bissau e la Guinea Equatoriale. Si tratta, per molti aspetti, di una ‘zona aperta’ purché se ne accettino le regole di base. Ad esempio, ne sono usciti negli anni ’70, il Madagascar e la Mauritania ma hanno mantenuto un cambio fisso con il franco Cfa (e, quindi, con l’euro) e ciò ha comportato una politica monetaria conseguente. Ne sono usciti anche piccoli Paesi come La Réunion, St. Pierre et Miquelon e Mayotte e – al pari di piccoli Stati europei – hanno adottato l’euro come unità di conto, di transazione e di riserva. Il Mali ne uscì nel 1962 per rientrarvi nel 1968 in quanto considerò più conveniente stare ‘dentro’ che ‘fuori’.

Il franco CFA ha, senza dubbio, facilitato la stabilità finanziaria degli Stati membri: il tasso d’inflazione è attualmente è sul 2% l’anno rispetto, ad esempio, del 17% della vicina Nigeria. Ne ha pregiudicato lo sviluppo dell’export a ragione dell’alta valorizzazione internazionale dell’euro (a cui il franco CFA è agganciato)? È difficile dirlo dato che dal 1958 gli Stati CFA godono di un sistema di preferenze tariffarie nell’Unione europea per i loro manufatti e semi manufatti ed anche di accesso privilegiato per loro produzioni agricole e, quindi, esportano prevalentemente verso il vecchio continente.

Tranne i pochi che sono stati tormentanti da guerriglie e guerre etniche, gli Stati CFA sono anche quelli che, nonostante la loro povertà di ricchezze naturali, hanno da 25 anni tassi di crescita pari al doppio (5% l’anno) della media (2,5% l’anno) dell’Africa a Sud del Sahara nel suo complesso. È eloquente che meno dell’8% dei migranti alla volta dell’Europa proviene dall’area CFA.

 
Fonte: da Avvenire del 23/01/2019

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