• mercoledì , 24 aprile 2019

Navigator e formazione, il flop prossimo venturo

di Giuliano Cazzola

“Abbiamo per la prima volta previsto, siccome siamo consapevoli del grave stato in cui versano i centri dell’impiego, risorse vere cioè tanti soldi per cui abbiamo dovuto fare una battaglia a livello politico. Questi soldi serviranno a tre cose: 1) adeguare tecnologicamente queste strutture soprattutto nel mezzogiorno perché alcuni centri dell’impiego non hanno nemmeno internet; 2) incrementare gli organici: nel nostro Paese ci sono solo 9 mila dipendenti per i centri dell’impiego quando Paesi come la Germania ne ha 130 mila. Quindi tendiamo in questa direzione; 3) rafforzare la condizionalità perché tutti i programmi degli anni precedenti avevano una tenue condizionalità”.

Così il prof. Pasquale Tridico, consigliere economico del ministro Luigi Di Maio – a Start Magazine – a commento del Titolo I del decreto su reddito di cittadinanza e quota 100. Ma il ”grave stato” dei Centri per l’impiego non è un problema da poco perché potrebbe diventare la causa di una disarticolazione del nuovo istituto nella sua impostazione complessiva: dopo il primo tempo – e cioè il riconoscimento e l’erogazione dell’assegno da parte dell’Inps – il secondo tempo – quello delle politiche attive – rischia di partire con grave ritardo o addirittura mai. Verrebbe, allora, in evidenza il principale difetto del reddito di cittadinanza: quello di tenere insieme uno strumento di lotta alla povertà e di inclusione sociale con un programma di accesso o di ricollocazione nel mercato del lavoro.

Una condizione di povertà ai confini con l’indigenza è un fenomeno ben più complesso della disoccupazione ed anche dell’inoccupazione. Vi sono situazioni di disagio che non si recuperano con un corso di formazione. Soprattutto non basta varare delle leggi pensando che esse producano automaticamente quegli effetti per cui sono state disposte. Tradurre in norme delle idee e delle intenzioni è, tutto sommato, facile; il difficile avviene quando quelle norme devono misurarsi con la gestione ovvero con le persone, la loro preparazione, le risorse e gli strumenti a disposizione. Nessuno vuole mettere in croce i centri per l’impiego, ricorrendo al solito qualunquismo nei confronti della pubblica amministrazione. Ma non basta cambiare nome ad una struttura operativa per risolvere il problema. Non è sufficiente chiamare ”centro per l’impiego” un ex ”ufficio di collocamento” perché il personale che, fino a quel momento, ha svolto funzioni amministrative e di registrazione sia in grado di mettersi a compiere ricerche di mercato, indagini psicoattudinali, individuazione di posti di lavoro disponibili e per di più coerenti con il profilo del soggetto.

Quando c’era il collocamento a chiamata numerica, tutto si risolveva nel compilare una lista secondo i criteri stabiliti, ricevere le richieste delle aziende ed avviare gli iscritti nell’ordine previsto. Il sistema del collocamento, introdotto con n.264/1949, era basato, appunto, sulla natura statale della gestione, demandata alle strutture territoriali del Ministero del lavoro, sul monopolio pubblico del collocamento, inteso come funzione burocratica di distribuzione imparziale di posti di lavoro sulla base della precedenza attestata dall’iscrizione nella lista di collocamento, sull’avviamento al lavoro mediante chiamata numerica (cioè con semplice indicazione all’ufficio competente del numero, della categoria e della qualifica professionale dei lavoratori da assumere) e sull’esplicito divieto della mediazione privata. La conclamata inefficienza di tale sistema portò, dapprima, all’ammissione della chiamata nominativa (inizialmente per il solo contratto di formazione e lavoro) e, dopo alcuni anni, per tutte le tipologie di assunzioni; e, successivamente, all’introduzione del meccanismo dell’assunzione diretta con obbligo di comunicazione agli uffici competenti, nonché ad un sistema misto pubblico e privato accreditato.

Volendo attenersi al principio di realtà, oggi occorre partire dai dati di fatto e da considerazioni il più possibile oggettive. Sui centri per l’impiego, nella passata legislatura, sono state condotte dalla Commissione Lavoro della Camera ben due indagini: una all’inizio, nel contesto di un’indagine più ampia sulla disoccupazione; l’altra nel 2015. Come sempre avviene, la Commissione ha proceduto all’audizione delle parti sociali, delle associazioni professionali, delle Regioni e degli EELL, di soggetti istituzionali e di esperti del settore. Poi tutte le considerazioni emerse hanno dato luogo alle conclusioni della Commissione stessa, raccolte in un apposito documento. Dopo aver richiamato i cambiamenti di carattere istituzionale derivanti dallo svuotamento dei poteri delle Province (legge Delrio) e l’incertezza che riguardava l’istituzione dell’Anpal, nella prospettiva di una centralizzazione delle politiche attive che poi non è intervenuta a seguito della bocciatura della riforma costituzionale, il documento entrava nel merito di alcuni aspetti cruciali.

”In linea generale, le considerazioni raccolte – era scritto – convergono in modo piuttosto univoco sulla grave insufficienza delle risorse destinate alle politiche attive del lavoro e, al loro interno, al finanziamento dei servizi per l’impiego, siano essi pubblici o privati, resa evidente anche dal confronto internazionale. Pur non essendo possibile una diretta comparazione tra le diverse esperienze maturate a livello internazionale, in ragione della non perfetta sovrapponibilità delle funzioni svolte dai servizi per il lavoro nei diversi Paesi, si deve tuttavia rilevare che la spesa annualmente dedicata in Italia ai centri per l’impiego è pari a poco meno di 500 milioni di euro, contro i 5 miliardi della Francia, i 6 miliardi della Gran Bretagna, i 9 miliardi della Germania e i 2,2 miliardi dell’Olanda (cifra quest’ultima che in rapporto al PIL rappresenta lo 0,37, ossia la percentuale più elevata nell’Unione europea)”. Tuttavia, secondo il documento ”la corretta direzione di marcia non deve essere necessariamente quella del reperimento di risorse aggiuntive, obiettivo peraltro assai difficoltoso in un contesto di risorse scarse e di necessario contenimento della spesa pubblica. Sembra piuttosto opportuno – proseguiva – indirizzarsi verso uno spostamento di risorse pubbliche dalle politiche passive a quelle attive e, all’interno di queste ultime, verso una ricomposizione della spesa, che valorizzi i servizi volti a promuovere l’occupabilità e l’occupazione: in altre parole, non occorre spendere di più, ma occorre spendere meglio.

Su questa linea occorre procedere con urgenza e coerenza, mettendo in campo tutti gli strumenti che consentano, pur all’interno dell’attuale quadro normativo (fermi restando, cioè, presupposti e durata dei trattamenti di sostegno al reddito, i quali vanno anzi estesi a nuove platee di beneficiari in uno sforzo di equiparazione tra diverse categorie di lavoratori) di ridurre quanto più possibile la permanenza nello stato di disoccupazione dei lavoratori che beneficiano di interventi di sostegno al reddito. Periodi prolungati di disoccupazione cui corrisponda un sostegno al reddito non affiancato da efficaci interventi, anche formativi, per la rapida ricollocazione dei lavoratori, si risolvono in un maggiore impiego di risorse pubbliche, in una riduzione dell’occupabilità e in una perdita progressiva di professionalità, alimentando un circolo vizioso che allontana i lavoratori dal sistema produttivo”.

E’ bene tenere conto, oggi, di questa raccomandazione perché è forte il rischio che le condizionalità previste per l’erogazione del reddito di cittadinanza restino scritte sull’acqua.

 
Fonte: da HuffingtonPost del 19/01/2019

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