• lunedì , 15 ottobre 2018

Fronte comune sui pericoli dell’inflazione

di Franco Debenedetti

 

Impegni elettorali e rischi reali

Un milione per cento è l’inflazione annuale prevista per il Venezuela: è come se con i 10mila euro con cui oggi si acquista un’utilitaria, tra un anno si potesse comprare solo un espresso. Sarà perché ricordo i racconti di chi frequentò la Germania durante la Repubblica di Weimar, o quelli di chi, in Italia, vide i redditi falcidiati e i patrimoni dissolti dopo le due guerre mondiali; sarà perché ho constatato di persona come l’inflazione distorca la contabilità interna, perturbi gli scambi internazionali, e influisca negativamente sulle decisioni imprenditoriali: considero l’iperinflazione uno dei fenomeni più disastrosi che può colpire un Paese. Non induca in errore la bassa inflazione in Europa di questi anni, e l’insistenza con cui si è cercato di farla salire: quando l’iperinflazione parte è una guerra senza bombe.

Sappiamo che cosa produce inflazione: quando la quantità di danaro disponibile supera la quantità di beni da comperare, cioè quando, come si suol dire, si sono “stampati troppi soldi”. Stampare soldi è ciò che per forza si deve fare per rispondere a punti qualificanti di impegni elettorali, poi codificati con precisione nel “contratto” di governo; ed è ciò che esplicitamente propongono diversi autorevoli esponenti dell’alleanza di governo. Che si tratti di considerare “reversibili” gli impegni di Maastricht – dato che, come ricorda Matteo Salvini intervistato per Il Foglio da Annalisa Chirico, «gli altri Paesi europei, dalla Francia alla Germania alla Spagna li hanno già ampiamente superati» – oppure di uscire dall’euro, o emettendo minibot, oppure attuando piani B, oppure imponendo il riacquisto forzoso del debito pubblico attualmente in mani straniere, annullando il “divorzio” e ponendo di nuovo la Banca d’Italia sotto il Tesoro (Alesina e Giavazzi sul Corriere del 1 Agosto): l’obiettivo è sempre “stampare moneta”. Tra iperinflazione e populismo c’è un nesso storico, a volte di causa, altre di effetto: in Germania (insieme alla disoccupazione) favorì l’ascesa di Hitler, in Italia quella di Mussolini; in Argentina, da Peron in poi è tutta una serie di inflazioni e svalutazioni; fino a Chavez e Maduro in Venezuela.

Non si vede come questo corso degli eventi possa essere fermato da un voto di sfiducia in Parlamento: non solo per la latitanza di una valida opposizione, ma al contrario, perché la stessa alleanza di governo disincentiva il formarsene di una. Infatti Lega e M5S hanno tutto l’interesse a durare il più possibile, per occupare i punti nodali dello stato, per radicarsi nella cultura del Paese, per sostituire competenze: e questo fino al 2022 quando avrebbero la possibilità di rendere completo il cambiamento. Per entrambi la situazione è talmente irripetibile e l’incentivo talmente ingente da indurre a mettere la sordina alle dissonanze che si sentono e più si sentiranno; per Salvini, fidarsi dei sondaggi e rovesciare il tavolo per conquistare la maggioranza potrebbe essere un azzardo eccessivo. Diluire e rinviare – manzonianamente – sembra per entrambi la strategia più conveniente, contando sulle probabili disponibilità “politiche” di Bruxelles a qualche aumento del debito.

Sono i nostri creditori che possono far saltare il gioco. Se chiedono un prezzo più alto per il rischio Italia, innescano una spirale disastrosa: l’aumento dello spread farebbe salire il costo del servizio del debito e quindi ancor più lo spread. Un intervento della Troika sarebbe il fallimento dell’alleanza di governo; quindi irresistibile la spinta a imboccare una delle strade che consentano di monetizzare il debito; l’inflazione ne sarebbe la conseguenza automatica. Non ci sarebbe più vincolo a contenere la pulsione a stampare: l’inflazione diventerebbe iperinflazione.

Nessuna opposizione può auspicare un fatto che determini il disastro del Paese. Ma quando vede materializzarsi un rischio deve chiamarlo con il suo vero nome; deve renderne avvertiti i cittadini e costituirsi intorno a un obiettivo unico e da tutti condivisibile: scongiurarlo. Se oggi non c’è un’opposizione è perché… ce ne sono troppe: gli eredi della sinistra e della destra della seconda repubblica; quelli che vogliono difendere la civiltà repubblicana contro il giacobinismo di destra e l’uso rozzo della forza della maggioranza (Michele Magno, Il Foglio 4 Agosto); quelli che difendono il proprio passato quand’erano al governo, e quelli che sono culturalmente vicini alle politiche inflazioniste di Salvini e Di Maio. Ma per tutti dovrebbe esser facile capire che l’inflazione è un disastro. E facile farlo capire: agli impiegati, in primis quelli statali, e ai pensionati; a chi ha qualche risparmio liquido e a chi vorrebbe contrarre un mutuo; all’imprenditore che sa che se gli è più facile esportare, gli è poi più costoso importare ciò che gli serve, e che non vuole rivedere la rincorsa salari-costo della vita. Anche chi possiede una casa non può pensare che se ne mantenga intatto il valore quando crollano consumi e investimenti.

Rappresentare il pericolo dell’inflazione, cogliere in ogni provvedimento del governo ciò che potrebbe innescarlo: questo il nucleo intorno a cui dovrebbero coalizzarsi le opposizioni.

 
Fonte: da IL SOLE 24 ORE, 8 agosto 2018

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