• mercoledì , 12 dicembre 2018

Google, l’antitrust e le ragioni del mercato

di Franco Debenedetti

E’ per l’entità della multa che il caso Google-Android è eccezionale e prende i titoli: in realtà è solo l’ultimo di una serie. Questa inizia, Mario Monti commissario alla concorrenza, con il caso Microsoft-Media Player, esso pure bundling di un’applicazione con un sistema operativo; segue la vertenza, anch’essa plurimiliardaria, contro Apple (rectius contro il governo irlandese); la vexata quaestio della web-tax; infine la pretesa di imporre alle imprese Big-Tech una tassa sul fatturato. E si finisce per dimenticare la precedente altra multa a Google per la pubblicità dei suoi prodotti.

All’epoca Monti disse: «La Ue si conferma come un’area economica in cui le norme si applicano in modo molto rigoroso» (sottinteso, a differenza che in Usa). Recentemente il Gdpr ha l’ambizione di scrivere regole di validità generale in un àmbito, quello della privacy nella rete, dove secondo molti resterà sempre un’utopia. Se da un lato si considerano le iniziative sorte in Europa (Minitel, per dirne una, è del 1981), le risorse impiegate (nel motore di ricerca europeo), il numero di app che pure da noi proliferano, la dimensione del nostro mercato, il maggiore al mondo; e, dall’altro, il fatto che da noi non sia sorto nulla di lontanamente paragonabile ai giganti della Silicon Valley, è difficile non pensare che questo sia dovuto a ragioni di tipo culturale, dove entrano invidia e senso di superiorità, e di cui la vicenda Android offre uno spiraglio.

«Gratuito, perfetto, immediato»: non sono solo le caratteristiche dei prodotti digitali, secondo la famosa definizione di Erik Brynjolfsson, sono anche, per la cultura libertaria da cui è nata Silicon Valley, criteri di valore. Il successo di Linux, non fu dovuto solo alle sue caratteristiche tecniche, ma al fatto che fosse gratuito, pubblico, aperto alla fantasia e all’inventiva di utenti e di sviluppatori. Tanto da riverberare un’immagine positiva perfino sulla qualità delle relazioni interne delle aziende che l’avevano scelto come proprio sistema operativo.

Una cosa analoga successe quando Google, con Android, che è gratuito, sfidò la assoluta, ma chiusa, perfezione dell’iOS di Apple: ed è grazie ad Android se numero e varietà di dispositivi si sono moltiplicati, superando in numero gli smartphone di Apple. Ma mentre Linux era un prodotto per sviluppatori (1,6 milioni nella sola Europa), Android è per utenti “normali”, un miliardo e passa nel mondo, che hanno a disposizione 24mila tipi di apparecchi di 1.300 marchi diversi. Per la maggior parte di questi utenti le app che trovano preinstallate – la posta, la ricerca, le mappe, il meteo, per dire le più usuali – sono parte integrante dello smartphone, che trovano anche comodo non doverle cambiare quando decidono di comprarne uno diverso. Secondo Google, in media ciascuno ha sul suo smartphone 40 app “usuali”, fornite da diversi sviluppatori, e fino a 50 specifiche.

È su questo che la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager basa la sua accusa a Google: aver favorito sin dal 2011 l’utilizzo di servizi appartenenti al proprio ecosistema, imponendo «restrizioni illegali ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete mobile al fine di consolidare la propria posizione dominante nella ricerca generale su Internet». Nei contratti stilati da Google, la Commissione ha trovato infatti obblighi di far trovare all’utente sul nuovo telefono l’applicazione per navigare online (Chrome in primis) o per scaricare altre app (Google Play Store), utilizzando Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca.

Così Google negherebbe ai concorrenti la possibilità di innovare e competere nel merito, e ai consumatori europei i vantaggi di una concorrenza effettiva. Mentre nel mondo della commissaria i produttori di dispositivi Android dovrebbero essere liberi di scegliere quali app pre-installare, e i clienti di pescare anche al di fuori dell’universo di Mountain View.

Ma è noto che le piattaforme open source funzionano bene solo bilanciando meticolosamente le esigenze di tutti coloro che le usano: senza regole chiare sulla compatibilità di base, incombe sempre il rischio di frammentazione, con danno per produttori, sviluppatori, utenti. Le regole per la compatibilità di Android, sostiene Google, sono lì per evitare che questo succeda e così rendere il sistema operativo affidabile per tutti nel lungo tempo. Per questo Google interporrà appello, su cui si discuterà nei mesi (anni?) a venire.

Nel caso di Media Player fu il mercato a decidere: quando arrivò iTunes, praticamente scomparve dalla scena. Nel caso di Android, davvero con la maggior libertà agli sviluppatori fioriranno mille fiori? In realtà, come scrisse Valeria Falce su queste colonne (Il Sole 24 Ore del 19 giugno 2018), diventa sempre più difficile per le politiche antitrust raccordarsi con le ragioni del mercato: nella convinzione che alla fine i consumatori hanno la capacità di scegliere i prodotti che più gli convengono, e i produttori quella di fornirglieli.

 
Fonte: IL SOLE 24 ORE, 20 luglio 2018

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