• lunedì , 15 ottobre 2018

Decreto (in)degnità: quante parti in commedia nel PD?

 di Giuliano Cazzola

 

Ha sollevato un vespaio nel partito e provocato una crisi di nervi nel gruppo dirigente l’emendamento Dem, soppressivo della norma contenuta nel decreto (in)degnità che aumenta del 50 per cento l’indennità risarcitoria in caso di licenziamento ingiustificato di un lavoratore assunto con il contratto a tutele crescenti. E’ bastato che il ministro gridasse allo scandalo e li accusasse di non stare dalla parte dei lavoratori che sono cominciati i mal di pancia. Tanto che quell’emendamento sparirà dalla circolazione. Questo episodio sta a provare che il Pd è privo di anticorpi nei confronti del virus della demagogia dei cinque stelle’. E’ sufficiente che questi ultimi la sparino grossa per mettere in agitazione i cromosomi Dem. Il bello è che in apertura dei lavori della direzione Maurizio Martina aveva definito il cosiddetto decreto dignità come un decreto disoccupazione annunciando una posizione di critica radicale al testo da parte del Pd… “Contrordine, compagni!’’. Ma si sono chiesti i Dem, perché il decreto provoca disoccupazione? Nelle previsioni sugli effetti e soprattutto nel comma 2 dell’articolo 14 la copertura finanziaria per le minori entrate in conseguenza della perdita di posti di lavoro e quindi di gettito fiscale e contributivo non riguarda solo le norme sui contratti a termine, ma anche quella che incrementa l’indennità risarcitoria nel caso di licenziamento ritenuto ingiustificato. E’ così difficile spiegare a vari Cuperlo, Damiano, Orlando e Cirinnà (ai grillini sarebbe inutile) che per avere una migliore tutela, in caso di recesso, i lavoratori dovrebbero essere prima assunti?

 

Il Foglio del 24/7/2018

 
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