• lunedì , 15 ottobre 2018

Delocalizzare è cattivo?

di Fabrizio Onida

Con un governo e un parlamento animati di sacri ardori in difesa della “italianità” è facile scrivere leggi che scoraggiano potenziali investimenti produttivi dall’estero, mentre al tempo stesso si proclamano iniziative pubbliche di “attrazione degli investimenti diretti internazionali” come incontri con investitori istituzionali, missioni istituzionali governo-imprese, apertura di appositi desk dell’Agenzia Ice in sette importanti centri economici e finanziari in Europa, Asia e Nord America. L’ultima Relazione annuale della Banca d’Italia (pag. 133), così come il periodico monitoraggio della “Multinazionale Italia” di Mariotti e Mutinelli, denunciano che, in rapporto al PIL, l’afflusso di investimenti diretti esteri continua ad essere nettamente inferiore alla media degli altri principali paesi europei.

Facile scrivere leggi che, nonostante le frasi d’obbligo sui vincoli derivanti dai trattati internazionali e dalla normativa europea, rischiano di sollevare contenziosi legali di ampia portata, come già sottolineato da Giulio Tremonti nell’intervista di Alessandro Galimberti pubblicata sul “Sole” di giovedi 5 luglio. Temo sia il caso dell’art. 4 del “Decreto Dignità” volto a scoraggiare la “delocalizzazione delle imprese beneficiarie di aiuti” in paesi extra-UE entro cinque anni dall’inizio dei benefici, imponendo non solo la decadenza dagli incentivi di Stato ma anche pesanti sanzioni pecuniarie pari al doppio o quadruplo dell’importo dell’aiuto fruito. Nel calcolo del dovuto entrano tuti gli incentivi ricevuti, incluso l’iper ammortamento sull’acquisto di impianti e i crediti d’imposta sulle spese di ricerca. Vogliamo allungare il noto elenco dei fattori di incertezza normativa e burocratica che da tempo ostacolano il “Doing business in Italy”?

Beninteso, il tema non è nuovo. Già verso la fine del governo Letta la Legge di stabilità 2014 (L.27.12.2013, art. 1 c. 60) – si noti con un emendamento dell’On Mattia Fantinati capogruppo del M5S in Commissione Attività Produttive della Camera – prevedeva la revoca dei soli contributi in conto capitale se l’azienda avesse spostato la sua attività produttiva fuori dalla UE e contestualmente avesse ridotto il personale in Italia di almeno il 50 per cento. Per altre agevolazioni, come le agevolazioni fiscali agli investimenti fissi e alla Ricerca&Sviluppo, si ipotizzavano tuttavia “accordi pattizi” fra Stato e impresa coinvolta: una prassi assai diffusa in altri paesi a economia di mercato. Accordi auspicati anche dal ministro Calenda alla fine del suo mandato, in una sua lettera al Segretario generale e a tutti i Direttori generali del Ministero dello Sviluppo, in cui chiedeva di individuare “specifici modelli di agevolazione condizionata” ad una credibile strategia aziendale di crescita multinazionale con forte radicamento nel tessuto produttivo italiano.

In occasione della decisione della brasiliana-americana Embraco di delocalizzare in Slovacchia un’impianto di compressori per frigoriferi, tempestivamente rimediata col subentro del gruppo israeliano-cinese Ventures che manterrà i 400 lavoratori di Riva di Chieri producendo robot di pulizia di pannelli fotovoltaici e sistemi di depurazione delle acque, lo stesso Calenda ha denunciato alla commissaria europea Vestager come “non più tollerabile” il dumping fiscale di paesi come la Slovacchia che usano aiuti di Stato per attirare aziende da altri paesi UE. Il tema è delicato e va gestito a livello europeo, non con improvvisate e velleitarie iniziative unilaterali, anche se almeno apparentemente appaganti in ottica partitico-elettorale.
Va dunque cercato un approccio meno muscolare e più pragmatico al grande tema della “internazionalizzazione in entrata” del nostro sistema produttivo, oggi come non mai bisognoso di attrarre tecnologie, interconnessioni lungo le catene globali del valore, potenza di penetrazione dei mercati più difficili, competenze manageriali per accelerare la crescita dimensionale e organizzativa del nostro sistema produttivo ancora troppo inchiodato al “piccolo è bello”.

Per onestà intellettuale chiediamoci tra l’altro: fa più danni al paese un investitore estero che decide di rilocalizzare altrove uno o più impianti italiani che si dimostrano non più coerenti con le mutate condizioni competitive dei mercati, oppure un investitore (italiano o estero) che in una strategia di ottimizzazione dei costi e della qualità, sostituisce fornitori locali (nazionali) con importazioni da fornitori di altri paesi, senza mettere in opera alcuna delocalizzazione di impianti?

E che dire quando un gruppo (italiano o estero) presente in Italia con attività di produzione e ricerca, sposta la propria sede fiscale a Londra per pagare meno tasse in Italia?

 
Fonte: dal Sole24Ore, 5 luglio 2018

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