• lunedì , 15 ottobre 2018

Aria di Weimar, ma da Renzi arriva un’alternativa

di Giuliano Cazzola

A una mia lettera al Foglio in cui avvertivo il forte spirare, sulla Penisola, di un’aria di Weimar, il direttore Claudio Cerasa ha risposto citando un brano tratto dai Diari di Joseph Goebbels:

“La nostra fortuna fu che i marxisti e la stampa ebraica – scriveva l’anima più nera del nazismo – non ci presero sul serio. Spesso e amaramente i nostri avversari hanno dovuto in seguito rimpiangere di non averci conosciuto, oppure, quando ci conoscevano, di aver solo saputo ridere di noi”.

Prima di proseguire oltre, intendo chiarire che non è mia intenzione fare paragoni, se non altro perché sono in grado di distinguere tra i protagonisti delle tragedie che insanguinarono l’Europa tra le due guerre mondiali del secolo breve e gli attori delle farse che vengono rappresentate oggi, in Italia e nel Vecchio Continente.

Però, non sono il solo a guardare con preoccupazione il rifiorire di quelle che Emmanuel Macron definì nel suo grande discorso alla Sorbonne le solite “passioni tristi” dell’Europa: nazionalismo, identitarismo, protezionismo, sovranismo. È -perché no? – xenofobia e razzismo.

“Queste idee – disse Macron – hanno acceso bracieri dove l’Europa avrebbe potuto perire; ed eccole di nuovo apparire con degli abiti nuovi proprio in questi ultimi giorni. Si dicono legittime perché sfruttano con cinismo la paura dei popoli. Troppo a lungo abbiamo ignorato la loro potenza. Troppo a lungo abbiamo creduto con certezza che il passato non sarebbe tornato, che la lezione fosse acquisita.”

Nei giorni scorsi ho avuto modo di leggere analoghe considerazioni svolte da personalità assai diverse tra di loro: da Francesco Cundari, Tony Blair e Andrea Camilleri. Tutti a sottolineare che vi sono elementi nell’attuale situazione politica che sembrano riportarci agli anni ’30. In giro c’è troppa sottovalutazione di tali processi. I sondaggi sono spietati. Se si votasse domani la coalizione gialloverde (tralasciando la spartizione interna tra i due partiti) arriverebbe a “quota 60”. Ammesso e non concesso che Lega e M5s continuassero a governare insieme. Eppure le reazioni degli altri partiti sono troppo rassegnate. Alcuni sono convinti che prima o poi “passerà la nottata” e che il successo delle forze populiste si sgonfierà. Altri sperano che, alla fine, i vincoli esterni funzioneranno anche per loro e che, pertanto, non riusciranno a realizzare le loro promesse, scontentando così l’elettorato che volterà loro le spalle. Forza Italia se ne sta acquattata a reggere la coda di Matteo Salvini nella speranza di ottenere qualche sedia nel Parlamento e nel governo quando il leader della Lega deciderà che è venuto il momento di correre per vincere da solo. Una parte consistente del Pd è pentita di non aver fatto l’accordo con il M5s e vorrebbe essere lì nei Palazzi del potere a rimangiarsi le politiche riformiste realizzate nella XVII legislatura alle quali danno la responsabilità delle sconfitte.

La maggioranza gialloverde agita i voti conseguiti il 4 marzo come una clava sulla testa degli sconfitti, i quali troppo spesso si lasciano frastornare da quanto viene decantato come conseguenza del confronto democratico. Chi vince le elezioni ha diritto di governare, ma non di infrangere le regole e le istituzioni che i Padri costituenti hanno tramandato.

L’articolo 1 della Carta è chiaro: la sovranità appartiene al popolo, ma essa va esercitata secondo quanto previsto dalla Costituzione. Per Matteo Salvini – l’uomo forte del regime – il responso delle urne (peraltro neppure maggioritario) è una specie di “licenza di uccidere” che eleva il programma di chi ha vinto al di sopra di tutto. Persino, nel caso dei migranti, dell’articolo 10 della Costituzione il quale afferma solennemente:

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Ma il Ministro non si cura della legge fondamentale, né degli accordi internazionali e degli impegni assunti dal nostro Paese nelle comunità di cui fa parte. Da buon energumeno della politica detta e impone la sua volontà, anche ai colleghi di governo alle loro competenze istituzionali (il ministro Trenta è stato pubblicamente deriso dagli schermi televisivi). Per non essere da meno Luigi Di Maio sulla storia dei vitalizi si è permesso di trattare, con dileggio sui social, gli ex-parlamentari, come se fossero dei profittatori di regime, dei ladri a cui va sottratto il maltolto agli italiani.

Ci fu un tempo in cui la magistratura inquirente era in odore di santità: guai a chi si permettesse di rivolgere (Silvio Berlusconi ne sa qualcosa) una critica alle iniziative di una qualche procura, fosse anche quella di Napoli che non ne ha mai azzeccata una. Adesso Salvini scontra il procuratore di Torino nel contesto di un silenzio assordante. L’aspetto più grave non sta nella vicenda in sé (a me verrebbe voglia di solidarizzare con chi non bacia la pantofola dei pm, anche se questo è Salvini). Il fatto è che, secondo il Ministro, quel magistrato potrebbe criticare le scelte del governo soltanto scendendo anch’esso in competizione, come se la politica fosse legibus soluta. E dovesse rispondere solo a se stessa.

Se l’opposizione resta rinchiusa nei suoi “atri muscosi e fori cadenti”, non se la passano meglio i sindacati. Luigi Di Maio evita di sfidarli sul terreno della innovazione; preferisce lusingarli su quello della conservazione. Ed ha buon gioco a farlo. Perché loro ci stanno. Ha ragione Marco Bentivogli: il populismo politico nasce dal populismo sindacale, dalla pretesa di vivere e lavorare in un mondo sempre uguale a se medesimo, dove è il sole che gira intorno alla terra perché quando Giosuè gli ordinò di fermarsi gli obbedì.

Va tutto male, allora? Io vedo qualche segnale di reazione. Ho molto apprezzato il discorso di Matteo Renzi (che non ho mai amato, ma adesso non posso non definirmi renziano) all’Assemblea nazionale del Pd. Ho dovuto scaricarlo dai social, perché i quotidiani ne avevano dato – a mio avviso – un’interpretazione distorta, quasi “antipatizzante”. Invece, l’ex-premier ha tenuto una posizione di fermezza, ha difeso le politiche attuate dal suo governo, anche quelle più delicate e controverse perché più innovative (come il jobs act), sulle quali metà del Pd è pronto a cospargersi il capo di cenere. In sostanza, da Renzi è venuta un’alternativa; intorno a quella linea si può attestare una difesa solida che arresti il fuggi generale e disordinato a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Ma c’è di più: a un partito che invocava lo svolgimento del Congresso come se fosse un pellegrinaggio a Lourdes ha indicato un campo di iniziativa politica, per ora e subito. Quello che mancava.

 
Fonte: HuffingtonPost 11/07/2018

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